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Come mai il riarmo americano fa danni all’economia

Il ritorno al militarismo annunciato da Trump sarà un ostacolo allo sviluppo di lungo periodo, non solo negli Usa. La conseguenza peggiore sarà la non accumulazione di capitale umano, con effetti sulla produttività. Aggravati dai danni alla salute fisica e mentale dei reduci.

Più spese militari e meno crescita

Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la sua amministrazione hanno inaugurato una nuova stagione di riarmo e di corsa agli armamenti. Pur rimanendo il paese che vi destinava più risorse, la spesa militare Usa tra il 2011 e il 2015 era diminuita a un ritmo del 5 per cento annuo, fino a raggiungere i 600 miliardi di dollari (in termini costanti). L’amministrazione Trump ha deciso di invertire la rotta, prevedendo di tornare ad aumentarla di circa il 10 per cento nel prossimo anno.
Al di là delle considerazioni strategiche, la politica muscolare si tradurrà in un sostanziale danno economico di lungo periodo per gli Stati Uniti e molti altri paesi. A dispetto di credenze diffuse, la spesa militare non apporta benefici al sistema economico nel suo complesso. In altre parole, le spese militari non sono un fattore di crescita nel lungo periodo, mentre sono diversi i canali di impoverimento: (i) distorsione nella produzione e accumulazione di capitale umano; (ii) riduzione delle risorse destinate a ricerca e sviluppo; (iii) espansione della ricerca di rendite e aumento della corruzione; (iv) sostenibilità fiscale a rischio a causa del debito crescente.

Tabella 1

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Il primo punto è quello meno evidente, sebbene sia il più foriero di conseguenze negative destinate a durare nel tempo. I motivi sono semplici. In primo luogo, anche in assenza di conflitti armati, giovani e famiglie considerano spesso la carriera militare come un’alternativa al percorso di studi universitari o di scuola secondaria superiore. In altre parole, i ragazzi che si arruolano nell’esercito rinunciano agli studi, o quantomeno li ritardano. La scelta impoverisce i livelli di scolarizzazione e quindi il livello del capitale umano da impiegare nelle normali attività produttive. Di conseguenza, la produttività di lungo periodo non può non risentirne. Ed è evidente che l’impatto negativo sarà ben più ampio se i giovani sono impiegati in scenari di guerra, così come avviene per molti americani. I risultati nel mercato del lavoro dei reduci sono in genere più bassi rispetto ai coetanei che non hanno servito in guerra. Le analisi più approfondite, infatti, mostrano salari più bassi tra il 15 e il 20 per cento per i reduci americani rispetto ai lavoratori civili. Se da un lato le basse performance sono riconducibili a una perdita di competenze, dall’altro derivano da un peggioramento della salute fisica e mentale di chi ha partecipato a una guerra.

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Effetti sulla salute

Gli effetti sulla salute degli individui rappresentano probabilmente le conseguenze più gravi nel lungo periodo poiché influenzano in maniera diretta sia la loro produttività, sia la capacità di trovare un’occupazione. Esiste peraltro un’interdipendenza tra competenze e salute. Detto in breve, gli individui con minori competenze soffrono di più per i danni permanenti alla salute, con conseguenti problemi a trovare un’occupazione. Se i danni alla salute fisica sono facili da misurare e osservare, più complesso e difficile è determinare gli effetti negativi del disagio mentale che deriva dalla partecipazione a un conflitto armato. Una vasta letteratura evidenzia la profonda influenza dei conflitti armati sulla salute mentale dei veterani, confermando che l’esposizione a eventi bellici e violenti provoca negli individui una varietà di disturbi mentali tra i quali, in particolare, il disturbo post-traumatico da stress (post-traumatic stress disorder, Ptsd), depressione e ansietà. Un numero significativo di studi, ad esempio, associa il Ptsd dei veterani americani di Iraq e Afghanistan a una serie di ulteriori problemi, quali disordini nella vita sessuale, abuso di alcol e altre sostanze psicotrope, comportamento aggressivo e violento e tendenze suicide. Tra i costi sociali di lungo periodo del servizio militare, peraltro, emerge anche un possibile aumento dei livelli di criminalità. Gli studi sui veterani del Vietnam, ad esempio, hanno evidenziato una probabilità più elevata di comportamenti violenti, in particolare tra gli afroamericani.
Il costo sociale del disagio mentale è, pertanto, sostanziale e si comprende perché i risultati dei reduci nel mercato del lavoro siano decisamente più basse dei coetanei. In sintesi le difficoltà dei reduci determinano: a) una minore partecipazione e quindi una diminuzione dell’offerta di lavoro; b) un peggioramento del grado di occupabilità; c) una perdita di produttività del lavoro di coloro i quali hanno subito danni alla salute sia fisica sia mentale.
Tali effetti sono ancora più evidenti per coloro che si sono trovati a contatto con il fuoco nemico. In particolare, per i veterani che hanno partecipato personalmente ad azioni in zone di combattimento, la probabilità di soffrire di Ptsd è maggiore di circa il 12 per cento.
Se il riarmo, il militarismo e una politica estera più muscolare avranno un impatto significativamente negativo sull’economia statunitense nel lungo periodo, sfortunatamente i medesimi effetti potranno manifestarsi pure nei paesi rivali e in quelli alleati che saranno anch’essi indotti ad aumentare la spesa militare e la partecipazione a missioni. In definitiva, l’orientamento della nuova amministrazione americana potrebbe tradursi in un rallentamento della crescita a livello globale.

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  1. luc

    Una considerazione: l’articolo dettaglia correttamente le conseguenze di un incremento del numero di militari e in particolare nel caso di loro impiego in conflitti. Non é pero’ automatico che l’incremento delle spese si traduca in un esercito più numeroso anziché in armamenti più costosi – a parità / quasi-parità di effettivi. I punti (ii), (iii) e (iv) citati nel primo paragrafo mi apparirebbero quindi più rilevanti per l’analisi della scelta da un punto di vista puramente economico.

  2. Paolo Palazzi

    Tutto l’articolo si basa sull’ipotesi che la potenza militare e addirittura la guerra guerreggiata sia fatta per divertimento o follia governativa, cioè economicamente uno spreco di risorse.
    Invece la potenza militare e le guerre sono state la base per la crescita e la capacità degli Stati Uniti di essere il paese più ricco e potente sulla terra!
    Se si potesse calcolare la differenza di produttività di un dollaro speso per attività militare e di un dollaro speso per la sanità pubblica potremmo capire meglio il senso della politica di Trump!

  3. Henri Schmit

    Trovo l’analisi complessivamente convincente. Il primo punto è incontestabile benché la carriera militare stessa possa procurare un’ottima formazione spendibile anche in numerosi settori civili. Accumulazione di capitale deve leggersi forse come distrazione delle risorse a favore di settori presunti meno utili. È una petizione di principio. Il secondo punto è un caso particolare del primo solo che è ancora più evidente il fattore traino che può esercitare il settore difesa sulla ricerca nei settori civili. Il rischio di corruzione aumenta ovviamente insieme alla spese pubblica, non a quella militare. Il punto più importante è l’ultimo, la riduzione dei servizi pubblici civili causato dall’aumento della spesa militare o l’aumento del deficit e del debito, effetti altrettanto nocivi. Detto ciò, non esiste tuttavia benessere e pace senza una efficiente difesa, senza sicurezza. È ovviamente più comodo farsi garantire la sicurezza da terzi. Ma è un’illusione che prima o poi mostra la sua vera faccia: la servitù. Quindi quello che fa Trump è probabilmente dannoso per il suo paese, ma può essere salutario per l’UE a patto che i paesi finora meno disposti a contribuire alla difesa loro e comune aumentino drasticamente la spesa militare. Altre miliardi che mancheranno all’appello.

  4. Henri Schmit

    Per quanto riguarda le malattie mentali bisogna precisare che esse non dipendono dalla spesa per la difesa bensì 1. dalle guerre, dalle devastazioni, dalle vite spezzate o perse (ne soffre uno su quattro in Siria dicono alcune ong) e 2. (a prescindere dalle guerre e dall’armamento) dal disagio creato dalla crisi economica, dalla perdita di lavoro, dalla povertà, dall’umiliazione subita in seguito a ingiustizie, soprusi e sfortuna. Non esistono studi o numeri su questo fenomeno che sta affliggendo l’Italia più dei suoi vicini.

  5. Benché l’aumento spesa militare non si traduca necessariamente in un aumento dei coscritti o nello scatenarsi di conflitti, certo è che le risorse ad essa destinate potrebbero venir convogliate verso investimenti con un volano economico più ampio (e.g. infrastrutture commerciali, ricerca & sviluppo, welfare, istruzione).

    In soldoni, un carro armato (una volta pagati progettisti e costruttori) non produce reddito, a meno che non lo usi per depredare un nemico delle sue risorse. Al contrario di una strada, una università, un inter-porto o un ospedale.

  6. guido dv

    articolo fortemente biased. l’autore è un pacifista convinto e cerca di distorcere la realta dei fatti per supportare i suoi ideali. si ricordi, signor caruso, che i periodi in cui maggiormente si è cercata la pace sono quelli in cui sono scoppiati i conflitti più sanguinosi.
    Chamberlain docet. Reagan ha sconfitto l’URSS senza spargere una goccia di sangue. Leontieff negli anni 80 dimostrò mediante le sue matrici delle interdipendenze settoriali che la spesa in armamenti ha il maggior volano sulla crescita del pil che in ogni altro settore.
    Essa ha inoltre diversi benefici:
    1) ci rende più sicuri;
    2) non ci rovina la vita con ulteriori adempimenti burocratici come in Italia la spesa nella PA;
    3) può essere facilmente tagliata.
    a livello anedottico, la spesa in armamenti comporta enormi investimenti in ricerca e sviluppo che poi hanno ricadute estremamente positive in campo civile. Se non ci fosse stata la II guerra mondiale probabilmente dal punto di vista tecnologico saremmo 20 o 30anni addietro nel campo dei trasporti, dell’energia, dell’informatica.

  7. guido dv

    concordo con luc. l’articolo si basa sul presupposto che l’aumento del budget per la difesa voglia dire più militare, più carne da cannone, e più guerre. questo forse è vero in Italia non negli USA dove la spesa in armamenti vuole dire ricerca e commesse per le aziende super tecnologiche che producono droni, ummaned veichles, armi super precise, nonche caccia, portaaerei, missili, etc…

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