logo


  1. Maurizio Cortesi Rispondi
    Oltre al parametro demografico bisognerebbe tenere conto anche di quello territoriale se il comune dev'essere un vero livello di governo relativamente autonomo della Repubblica. Più del 20% dei comuni ha meno di 10kmq di estensione e in Lombardia p.es. questa è la quota di quelli con meno di 5kmq : è anche per questo che non si riesce ad eliminare queste maledette province? L'inversione del titolo V della Cost. aveva, e secondo me avrebbe ancora, senso se accompagnata ad una drastica riorganizzazione su base ambientale e non solo 'parrocchiale' dei comuni, non solo di quelli con pochissimi abitanti, che rendesse di fatto inutili le province. E l'importanza di questa ristrutturazione amministrativa per l'efficienza anche economica oltre che politico-fiscale mi sembra decisamente sottovalutata: se si considera che i sistemi locali di lavoro che l'Istat elabora sulla base delle informazioni censure sugli spostamenti casa-lavoro sono in tutto 611, dei quali ben 185 multiprovinciali, viene da chiedersi a che servono e cosa rappresentano davvero questi comuni, province e anche ste città metropolitane che coincidono con le province esistenti. Applicando parametri glo-cali, come 9500 abitanti, cioè 1 milionesimo della popolazione mondiale minima di lungo periodo, e 30kmq di superficie, cioè 1 decimillesimo del territorio nazionale, gli attuali comuni che non dovrebbero fondersi sono solo799, giusto per fare un esempio. Grazie dell'attenzione.
  2. Martino Venerandi Rispondi
    Un aspetto trascurato è quello della toponomastica in caso di fusione. In alcune realtà i nomi di fantasia proposti scivolavano nel comico. Ad esempio nella proposta fusione fra Savignano sul Rubicone, Gatteo e San Mauro Pascoli (poi bocciata dal referendum) i nomi proposti erano: Rubicone Pascoli, Pascoli Rubicone, Rubiconia Pascoli, Rubicone pascoliano, Pascoli Valle Rubicone. Secondo me sarebbe più facile chiamare la nuova entità con il nome del comune capofila e lasciare gli altri come frazioni, così come oggi esistono tante frazioni con la propria dignità e ben identificabili sulla cartina geografica sotto l'insegna di un comune più grande. Credo che il campanilismo vada messo da parte.
  3. maura Rispondi
    correggo: quattro comuni fusi
  4. maura Rispondi
    Nel mio comune il referendum ha avuto esito positivo perchè i sindaci dei quattro comuni scissi hanno fatto campagna refendaria dicendo che anche se il referendum non fosse passato, la fusione sarebbe comunque stata imposta dall'alto ed inoltre sarebbe arrivata una barcata di soldi da investire nel territorio.Ahimè, a tutt'oggi, dopo due anni di fusione i paesi si sono impoveriti. Il mio parere l'ho scritto su fb.
  5. Giorgio Rispondi
    La mia esperienza di dipendente di un comune di 5000 abitanti mi porta a dire che 1) è sempre più difficile fornire servizi di qualità e in modo continuativo in presenza del "combinato disposto" di maggiori devoluzioni ai comuni (es. commercio, divorzi, cittadini UE, ecc), pessima qualità della legislazione, supporto dalle istanze superiori (Prefetture, regioni) vicino allo zero, turnover ammesso del solo 20%. Lo Stato - prima di pensare agli incentivi - pensi a migliorare le condizioni normative e organizzative con cui i comuni operano, in qualità di destinatari finali "inermi" della legislazione e con zero possibilità di influenza sulla stessa (non c'è un "ministero dei Comuni" in Consiglio dei Ministri e spesso basta un comma per appioppare nuove incombenze). 2) La legislazione normalmente tratta tutti i comuni alla pari: ad es. nel mio settore (servizi di competenza statale: anagrafe stato civile elettorale) può fare un divorzio l'ufficiale di stato civile di un comune di 1000 abitanti che ha mille cose da fare e studiare e quello poniamo di Milano il cui ufficio fa solo divorzi. Una via di uscita potrebbe essere quella di dare incombenze ai comuni capoluogo più strutturati con obbligo per i piccoli comuni di sostenere economicamente in ragione degli abitanti: è il modello che si adotta ora ad es. per le Commissioni elettorali circondariali istituite nei comuni capoluogo che lavorano per tutti i comuni della provincia e vengono da loro finanziate.
    • Giorgio Rispondi
      PS Non parliamo per carità di patria del "sindacato" dei comuni: l'ANCI Ass. Naz dei Comuni Italiani!
  6. EzioP1 Rispondi
    Esiste il caso di comuni che si sono uniti, hanno ottenuto i benefici definiti dalla legge e poi dopo un anno si sono separati. Questo furbetto modo di operare mi pare non sia regolamentato e punito dalla legge, purtroppo però succede. Altro aspetto rilevante è che per ottenere i benefici della legge le aggregazioni tra i comuni vengono fatte per particolari singoli servizi e non per tutte le attività comunali, allontanando così nel tempo i vantaggi per l'amministrazione pubblica. Capita così che alcuni comuni si aggregano per il solo servizio di vigilanza creando una super struttura con tanto di dirigenti super pagati. Non so se tutto ciò era nello spirito della legge, ma certamente è grave che tali fatti succedano al di fuori di ogni ragionevole controllo e senza le dovute pene.
  7. antonio Rispondi
    La ricerca è ottima per conoscere le tendenze ,meno per gli aspetti dei costi post fusione dei servizi .In ogni caso la L.42/2009 sul federalismo cooperativo (Chiamparino, 2011), dopo la battuta d'arresto a seguito della riscrittura in Costituzione dei fabbisogni standard , viene ora rilanciata , in un clima ci si augura di leale collaborazione istituzionale, con i questionari SOSE (art 1 co.458 L232/2016) per il FSC 2017, di cui gli eell hanno tutto da guadagnare per l'efficienza dei propri servizi liberamente associati ed anche così contribuire ai risparmi della spesa pubblica ( art 1 co 459 L 232 cit. ed art.47 co.9 D.L. 66/2014 con in L. 89/2014)
  8. Elia Rispondi
    dall'Umbria in giù quasi nulla si muove: perché?
    • Francesco Camagni Rispondi
      Forse per via del timore di sconvolgere delle clientele? (Non voglio essere maligno)
    • bob Rispondi
      ...perché sono molto realisti e forse più saggi