Donald Trump vuole ridurre le esportazioni dal Messico verso gli Usa. Ma l’introduzione di tariffe sui prodotti messicani potrebbe far perdere competitività alle imprese americane, che vedrebbero compromesse le loro catene regionali del valore. L’importanza della bilancia commerciale complessiva.

Export e catene del valore

Uno dei tratti distintivi della presidenza Trump sembra essere la volontà di correggere la posizione di deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno con alcuni paesi, in particolare Cina, Messico, Germania e Giappone. In pratica, gli Usa importano da questi paesi più di quanto vi esportino. Nella visione di Donald Trump, lo squilibrio è dovuto al fatto che questi stati godrebbero di un vantaggio artificiale nella loro capacità di esportare, legato a un tasso di cambio “manipolato” al ribasso o a bassi standard sociali, soprattutto nel caso di Cina e Messico. Questi fattori permetterebbero alle imprese straniere di ottenere un vantaggio competitivo ingiustificato rispetto a quelle americane, portando quindi alla perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti. Ha ragione Trump?
Partiamo da un’altra domanda. Ha ancora senso, nel 2017, concentrarsi sui deficit commerciali bilaterali? Ossia, in questo caso, sulla differenza tra importazioni ed esportazioni tra gli Usa e singoli paesi terzi? La risposta è no. Il motivo è legato al fatto che oggi, per la gran parte, il commercio internazionale riflette la frammentazione dei processi produttivi tra paesi attraverso le catene globali del valore. Ciò implica che i beni intermedi possono passare più volte da un paese all’altro, nel corso del processo produttivo, prima che il bene finale venga ultimato, per essere poi eventualmente esportato altrove.
Per fare un esempio, non tutto ciò che gli Stati Uniti importano dal Messico riflette valore aggiunto messicano. Al contrario, parte del flusso di import riflette valore aggiunto statunitense, nella fattispecie beni intermedi americani che vengono prima esportati in Messico per essere processati e poi tornano negli Usa. In più, non tutto ciò che gli Stati Uniti importano dal Messico resta nel paese: parte dei beni intermedi importati finisce in prodotti finali che le imprese americane esportano, con successo, nel resto del mondo.
Alla luce di ciò, un deficit commerciale degli Usa con il Messico potrebbe essere visto come un fattore di competitività internazionale per gli Stati Uniti, in quanto permetterebbe loro di beneficiare di bassi costi in Messico per esportare di più verso il resto del mondo.
In altre parole, è alla bilancia commerciale complessiva di un paese che bisogna guardare, più che ai singoli saldi bilaterali.

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I dati sulle importazioni Usa

Proviamo allora a dare qualche dato, per capire quanto il fenomeno delle catene globali del valore abbia modificato la natura del commercio internazionale rispetto alla sua visione più “classica”.
La tabella che segue ci mostra, ad esempio guardando al Messico, quanto del suo export verso gli Usa riflette valore aggiunto estero prodotto al di fuori del Messico; e quanto del valore aggiunto domestico messicano transita puramente dagli Stati Uniti per essere poi ri-esportato verso il resto del mondo, senza dunque essere “assorbito” dai consumatori statunitensi.

Tabella 1 – Scomposizione delle esportazioni verso gli Stati Uniti

Fonte: elaborazione degli autori su dati Wiod - World Input-Output Database, con metodologia di Zhi Wang, Shang-Jin Wei, Kunfu Zhu (2013)

Fonte: elaborazione degli autori su dati Wiod – World Input-Output Database, con metodologia di Zhi Wang, Shang-Jin Wei, Kunfu Zhu (2013)

La quota di valore estero è andata crescendo nel tempo per tutti i paesi, in linea con lo sviluppo delle catene globali del valore. Per riprendere l’esempio Usa-Messico, nel 2011 il 32 per cento dell’export messicano verso gli Usa è costituito da valore aggiunto non prodotto in Messico, e il 9 per cento riflette valore aggiunto messicano che transita dagli Stati Uniti per essere poi ri-esportato nel resto del mondo. In definitiva, il 41 per cento di ciò che gli Usa importano dal Messico – cioè quasi la metà – viene ri-esportato o, comunque, non è “made in Mexico”. Anzi, probabilmente è in buona parte “made in the Usa” e consente alle imprese americane di organizzare le loro attività produttive in modo da essere più efficienti ed esportare di più in aggregato.
Cosa succederebbe qualora Trump cercasse di ridurre il deficit bilaterale con il Messico attraverso tariffe sulle importazioni? Probabilmente il deficit con il Messico si ridurrebbe, ma quello verso il resto del mondo potrebbe aumentare, a causa della perdita di competitività delle imprese americane, che vedrebbero compromesse le loro catene regionali del valore. Si finirebbe dunque per tassare, almeno in parte, le importazioni di valore aggiunto americano verso gli Stati Uniti. Paradossale? Non proprio: è quello che succede quando si applicano teorie e strumenti di un’epoca passata senza tenere conto del contesto economico attuale.
Alla luce dei dati, possiamo quindi affermare che Trump ha torto sul Messico, paese che tra l’altro presenta un surplus commerciale rispetto agli Stati Uniti, ma un deficit complessivo sull’estero in aggregato.
Che cosa succederebbe, invece, se applicassimo lo stesso tipo di analisi rispetto al surplus della Germania? Le conclusioni sarebbero probabilmente diverse.

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