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Scuola-lavoro: una transizione ancora in corso

Sono molte le novità introdotte in Italia nel regime di transizione scuola-lavoro: dal Jobs act alla Garanzia giovani, alla riforma dei centri per l’impiego, alla Buona scuola. Il punto chiave però è prevedere un vero percorso di apprendistato, sul modello tedesco. Cambiare la laurea specialistica.

Le novità

In pochi anni, sono state introdotte moltissime novità nelle transizioni scuola-lavoro in Italia. Si può parlare di un nuovo regime? La domanda è d’obbligo, se facciamo un piccolo bilancio: Garanzia giovani, Jobs act e riforma dei centri per l’impiego, alternanza scuola lavoro e principio duale. Se è la somma che fa il totale, l’intero sistema ne risulta modificato. È in atto una convergenza europea nei regimi di transizione. Però, restano molti dubbi Si può ancora parlare di modello mediterraneo? Meglio il sistema scandinavo o bismarckiano? E servirà ai nostri giovani? Quanto resta ancora da fare? Proviamo a mettere ordine. La chiave però è semplice: il sistema scandinavo (politiche attive, Garanzia giovani e alternanza) non basta; meglio il principio duale.

Jobs act e flessicurezza

Sul Jobs act si è già scritto tanto. Però, l’attenzione si è concentrata sul nuovo articolo 18, in realtà già ridefinito dalla riforma Fornero. Il Jobs act non è tanto o solo questo, ma l’introduzione di un sistema quasi compiuto, almeno sulla carta, di flessicurezza. Finalmente, si rende universale il sostegno al reddito per chi perde il lavoro, incluso i lavoratori temporanei, come prevedeva anche il Libro bianco di Marco Biagi. Anzi, ora il lavoro temporaneo costa più di quello a tempo indeterminato.
Resta da compiere l’ultimo passo: il reddito di cittadinanza per quando scade il sussidio di disoccupazione su base assicurativa. Credo sia soprattutto un problema di finanza pubblica. Non ce la facciamo a breve.
La novità, però, se guardiamo al Jobs act dal punto di vista dei giovani è il decreto 150 che dovrebbe risuscitare da una morte apparente che dura da decenni i centri per l’impiego, mettendoli davvero in concorrenza con le agenzie private, for-profit e non-profit, attraverso l’introduzione di un quasi mercato. Ciò dovrebbe rilanciare, a sua volta, le politiche attive, senza le quali non c’è flessicurezza. Tuttavia, la vittoria del “no” al referendum costituzionale può rappresentare un duro colpo per la riforma dei centri per l’impiego. A coordinarli dovrebbe essere l’Anpal, la neonata agenzia nazionale delle politiche per il lavoro. Ma con la bocciatura della riforma costituzionale, la competenza sulle politiche attive non torna allo stato come previsto, resta invece alle province o regioni.
Se l’Anpal e il decreto 150 venissero comunque attuate, le cose andrebbero meglio anche per la Garanzia giovani, che va a rilento proprio per lo stato comatoso dei centri per l’impiego. Flessicurezza e Garanzia giovani ci portano dritti al modello scandinavo, nel quale la formazione professionale post-scolastica rimedia alle carenze tipiche dei sistemi d’istruzione sequenziali, come il nostro, nei quali la formazione delle competenze è successiva a quella dell’istruzione.

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Alternanza scuola-lavoro

Ma il sistema di istruzione è ancora sequenziale? Le transizioni scuola-lavoro non sono influenzate solo dal Jobs act. Rendere il mercato del lavoro più flessibile e sicuro per i nuovi entranti non è l’unico tassello per coprire il loro divario di esperienza lavorativa. Occorre agire anche sulla scuola. La Buona scuola – e, in specie, l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per i licei e le scuole tecniche e professionali – è una parte importante del nuovo sistema. Si afferma così il principio duale: istruzione e formazione professionale devono essere non in successione, ma contemporanee. Si accelera il processo di formazione del capitale umano a tutto tondo dei giovani. Ci avviciniamo così al sistema più efficace di transizioni scuola-lavoro, quello tedesco. Certo, ci vuole ancora tempo perché funzioni nel modo migliore e non mancano problemi di attuazione, particolarmente seri nel Mezzogiorno, dove le imprese accreditate sono insufficienti.

Due proposte per il futuro

Cosa resta ancora da fare? Due punti chiave. Primo, l’apprendistato – che è il fulcro del sistema tedesco – non è l’alternanza scuola-lavoro. Quest’ultima forma le competenze generali; il primo, invece, forma le competenze specifiche a un certo posto di lavoro. Il sistema tedesco non è perfetto e tantomeno lo è la scelta del percorso già in tenera età (10 anni). Lasciamo libertà ai giovani. Ma la libertà preveda anche la possibilità di scegliere un ulteriore percorso: l’apprendistato scolastico alla tedesca accanto agli (o invece degli) istituti tecnici e professionali, con tre anni di scuola e lavoro, con contratto e salario pari al 40 per cento dello stipendio di un operaio adulto, obbligo di formazione in aula per le competenze collegate al lavoro svolto. I giovani a maggiore rischio di abbandono forse lo sceglierebbero. Alcune imprese lo chiedono già: la Ducati, ad esempio, che fa parte del gruppo Audi. Altre lo chiederanno, se la scuola offre corsi collegati.
Il beneficio sarebbe enorme: il percorso permetterebbe di acquisire competenze lavorative specifiche, che al termine del corso consentirebbero di trovare subito lavoro, come in Germania. Il costo sarebbe limitato se si consentisse la riconversione graduale degli istituti tecnici e professionali.
L’altro tassello – sempre più urgente – è l’alternanza università-lavoro e, perché no, la laurea specialistica con apprendistato collegato all’esperienza di lavoro. Si può farlo con la riforma del 3+2. Pieno riconoscimento del triennio generalista per l’accesso a tutto. Anzi, per dirlo ancora più chiaro: parificazione del triennio all’attuale laurea specialistica. Poi specialistica vera, con indirizzi precisi, magari, con attività in azienda, in alternanza o in apprendistato.

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  1. unocheinsegnaneitecnici

    Per una volta sarebbe bello se le decisioni sull’alternanza scuola-lavoro si prendessero chiedendo anche a chi – sul campo, non da un aula del parlamento o di un università – ha seguito queste esperienze nelle scuole superiori per 10 anni…

  2. amorazi

    Proposte eccellenti ma che non fanno i conti con l’oste/scuola/università. Altra può essere la domanda essenziale: a che serve la scuola/università oggi? serve soltanto ad allontanare il lavoro/formazione/crescita! Perché non lasciamo soli questi peter pan?

  3. Giovanni Rossi

    dalle note emergerebbe che uno dei motivi della scarsa efficacia del sistema di inserimento dipenda dalla scarsa efficienza dai centri per l’impiego; ma se ciò è vero, li si riformino migliorandoli o si chiudano

  4. Pietro Brogi

    A metà degli anni 80, Dirigente di una multinazionale con uno stabilimento in Liguria e sedi regionali in tutta Italia accoglievamo in stage studenti di Istituti Tecnici e Professionali. Alla fine degli anni novanta uscito dall’Industria, come Professore in un Istituto Tecnico, mandavamo in stage, sia durante l’anno sia estivo gli studenti in varie industrie. La maggior parte degli studenti che volevano terminare gli studi dopo il diploma veniva assorbito dalle stesse aziende. Pensate che amare risate sentire le dichiarazioni della novità della alternanza scuola lavoro nella scuola italiana da parte di politici che di queste cose mai avevano sentito parlare……..

  5. Vorrei chiarire che la buona scuola ha reso obbligatoria l’alternanza nei tecnici e nei licei. Molti istituti tecnici, basandosi sulla buona volontà degli insegnanti, proponevano l’alternanza, ma non in tutte le classi. Nei licei penso che il fenomeno sia stato ancora più raro. Solo nei professionali era obbligatorio. In questo senso è, per moltissime classi , una vera novità. I docenti che hanno costruito negli anni rapporti di collaborazione con le aziende e ragionato sulle competenze da costruire insieme hanno elaborato un percorso complesso che sarebbe doveroso mettere in comune

  6. QualeWelfare

    Non è chiarissimo cosa significhi un “sistema di flexicurity quasi compiuto almeno sulla carta” comunque, l’Italia è davvro ben avviata verso un’efficace combinazione di elevata flessibilità sul mercato del lavoro e adeguata sicurezza come nel modello scandinavo? Una riflessione circa il rapporto tra disposizioni normative e risorse mostra che le cose non stanno propriamente così. Primo. È vero, l’introduzione non tanto di un reddito di cittadinanza, bensì di un reddito minimo universalistico e selettivo, diretto cioè ai soli individui bisognosi, rappresenta in effetti una delle misure fondamentali per garantire la sicurezza economica o perlomeno l’eliminazione della povertà – specialmente quella “assoluta”. Come noto, nei 28 paesi dell’UE, tale misura manca soltanto in Italia e in Grecia. Davvero non possiamo permettercelo? In realtà, la letteratura recente concorda sul fatto che il perdurare di tale lacuna non è da ricondurre a insuperabili vincoli di bilancio, bensì a dinamiche e scelte prettamente politiche. D’altronde, anche nelle maglie della Legge di Stabilità 2017 disegnata dal governo Renzi e approvata di recente in parlamento, si son trovati ben 7 miliardi per interventi espansivi sulle pensioni, mentre le risorse per la lotta alla povertà non supereranno 1,2 miliardi. Questione di priorità, collegate alle dinamiche della rappresentanza, alla negoziazione governo-parti sociali, al circuito del consenso politico governo-cittadini/elettori.

  7. QualeWelfare

    Secondo. Al di là delle considerazioni circa “qualità” delle politiche,governance del sistema ed efficacia delle strutture responsabili di promuovere l’incontro tra domanda e offerta sul mercato del lavoro,la semplice osservazione di alcune voci di spesa mostra una realtà completamente diversa da quella descritta nell’articolo. Danimarca, Olanda e Svezia, paesi che la letteratura identifica come modelli di flexicurity e cioè paesi che – in modi anche significativamente differenti tra loro – hanno investito in politiche di sicurezza al fine di bilanciare un mercato del lavoro (più o meno) flessibile si caratterizzano, cifre alla mano, per 3 caratteristiche. Primo punto, certamente non nuovo, ma troppo spesso dimenticato nel dibattito italiano, è che tali paesi spendono per le politiche del lavoro quote molto significative del PIL: 3,2% la Danimarca, 3% l’Olanda, “solo” 1,9% la Svezia peraltro a fronte di tassi di disoccupazione molto più bassi di quello italiano e sempre inferiori all’8%. Secondo, la spesa in politiche attive è superiore alla media dell’UE – il triplo in Danimarca, il doppio in Svezia, quasi una volta e mezza in Olanda. Tre, nel richiamato modello scandinavo sono le politiche attive ad essere prioritarie, in termini di spesa, rispetto alle politiche passive. Sono, questi elementi, tasselli ineludibili di un sistema di flexicurity compiuto: : in altre parole, l’elevata flessibilità non è gratis, ma ha un costo rilevante per le casse dello stato.

  8. QualeWelfare

    E l’Italia? L’Italia è quasi agli antipodi rispetto a questo modello, Se la spesa per le politiche del lavoro (1,9% del Pil) è più che raddoppiata in 10 anni,essa i) non supera la media dell’UE15, ma soprattutto ii) l’incremento di spesa si è concentrato nel comparto delle politiche passive (da 0,7% a 1,6% del Pil, 2006-14). Di conseguenza, e cruciale nella prospettiva della flexicurity, iii) il profilo delle politiche del lavoro italiane è ancora marcatamente sbilanciato sul fronte delle prestazioni per il mantenimento del reddito dei disoccupati a scapito dei programmi attivi volti a inserire, re-inserire e facilitare la permanenza degli individui nel mercato del lavoro. Le cifre sono impietose: 1,6% del PIL la spesa per politiche passive, soltanto 0,3% quella per politiche attive (1,9% e 0,7% le cifre corrispondenti nell’UE15).

  9. QualeWelfare

    Dunque? Proviamo quindi a prendere sul serio l’idea che la flexicurity all’italiana esista almeno sulla carta, cioè senza che alle misure di policy (in alcuni casi peraltro solo abbozzate, come nel caso della Reddito di Inclusione previsto dalla legge delega contro la povertà) siano agganciate le risorse economiche. Quante risorse bisognerebbe prevedere per un compiuto, effettivo ed efficace sistema di flexicurity in Italia? Sulla scorta dell’analisi sviluppata sopra, e tenuto conto che il livello della disoccupazione in Italia è 4-5 punti più elevato rispetto ai tre paesi considerati, v’è da ritenere che ai già menzionati 6 miliardi per l’introduzione di un Reddito minimo su scala nazionale ne andrebbero aggiunti circa altri 20 miliardi se si volesse allineare la spesa a quella danese – destinando circa 1,6% del Pil alle politiche attive, per una spesa complessiva attorno al 3,2% – ovvero tra gli 8 e i 16 miliardi per portare l’investimento in politiche attive al pari di Olanda e Svezia rispettivamente. Pur in via approssimativa, il costo dell’effettiva costruzione della flexicurity all’italiana è notevole: tra i 14 e i 26 miliardi di Euro. È bene tenerne conto, specie se dovesse effettivamente aprirsi la discussione sulla modifica del Jobs Act.

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