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Come selezionare i dipartimenti migliori

Giusto prevedere un premio per i dipartimenti migliori. Ma la selezione dovrebbe avvenire sulla base di criteri condivisi e sperimentati, mentre quelli indicati possono portare a risultati indesiderati. In prima applicazione, meglio prevedere una platea più ampia di premiati, assegnando somme differenziate.

In cerca dell’eccellenza

La legge di bilancio introduce un finanziamento annuo aggiuntivo (di 270 milioni) per i migliori dipartimenti universitari statali. È prevista la costituzione di una commissione nazionale per individuare 180 dipartimenti (tra gli 814 delle università statali) meritevoli di un contributo medio annuo aggiuntivo di 1.350.000 euro: 1.080.000 euro per i dipartimenti più piccoli e 1.620.000 euro per i più grandi; per le scienze naturali, le scienze mediche e l’ingegneria sono poi previsti ulteriori 250mila euro. Si tratta di un finanziamento consistente. Aggiunte al finanziamento ordinario, queste risorse potrebbero davvero cambiare la vita di molti dipartimenti.
Il provvedimento è ispirato dall’idea che per portare avanti ricerca di frontiera e didattica avanzata è necessaria una massa critica di docenti e attrezzature adeguate. Prefigura quindi la specializzazione del sistema universitario, non solo tra atenei, ma anche al loro interno. I dipartimenti avranno altresì notevole autonomia su come impegnare il finanziamento, fatti salvi alcuni vincoli (ad esempio, non più del 70 per cento potrà essere utilizzato per il reclutamento).

Chi viene finanziato e con quali criteri?

La decisione di finanziare i dipartimenti e non gli atenei è innovativa e va nella direzione giusta, riconoscendo il principio che all’interno di tutte le università esistono docenti più attivi nella ricerca. Inoltre, fino ad oggi il finanziamento premiale è stato attribuito agli atenei, non ai dipartimenti. Tuttavia, la proposta del governo per l’attribuzione del finanziamento solleva alcuni problemi e potrebbe condurre a risultati non desiderabili.
Il problema principale è che una prima selezione (350 dipartimenti) sarà fatta su una graduatoria di tutti i dipartimenti sulla base di un “indicatore standardizzato della performance dipartimentale che tenga conto della posizione dei dipartimenti nella distribuzione nazionale della Vqr nei rispettivi settori scientifico disciplinari”.
L’elaborazione dell’indicatore, e particolarmente la “standardizzazione”, è demandata ad Anvur. Tuttavia, uno dei principi alla base della Valutazione della qualità della ricerca è che la valutazione non consente confronti tra ricercatori di aree diverse, ma solo all’interno della stessa area scientifica. Ogni criterio di “standardizzazione” tra aree diverse è arbitrario. Infatti, la Vqr non fornisce la posizione relativa di un dipartimento a livello nazionale, ma solo il posizionamento dei docenti di un dipartimento che afferiscono a una particolare area di ricerca nei confronti dei docenti della stessa area di altri dipartimenti. Non è poi chiarito quale indicatore della Vqr si intende utilizzare: quello relativo alla qualità media dei dipartimenti? Al miglioramento rispetto alle posizioni della valutazione precedente? Alla consistenza dei progetti di ricerca? O tutti?
A questo si aggiunge il fatto che molti dipartimenti nati dopo la legge Gelmini del 2010 sono eterogenei, sia per temi di ricerca, sia per dimensione. Spesso la loro composizione riflette la semplice trasformazione di una vecchia facoltà in un dipartimento con docenti di aree diverse. In questi casi la Vqr prevede una misura della “qualità della ricerca” diversa per ciascun gruppo omogeneo di docenti all’interno di ciascun dipartimento. Anche la dimensione dei dipartimenti varia molto, sia tra atenei sia all’interno dei singoli atenei. Ad esempio, i due atenei più grandi (La Sapienza e Bologna) hanno rispettivamente 3463 e 2777 docenti; ma Bologna è organizzata in 32 dipartimenti, la Sapienza ne conta quasi il doppio (63). L’Università di Trento ha in media 46 docenti per dipartimento, mentre quella del Salento ne ha 85 e quella di Milano 62. Tra le 67 università statali ce ne sono molte con pochi docenti, cui il provvedimento assicura comunque il finanziamento di un progetto dipartimentale. E’ presente infatti, insieme al premio per i migliori, un criterio redistributivo (in tutti gli atenei almeno un dipartimento sarà finanziato).
La Vqr 2004-2010 opportunamente distingueva tra dipartimenti piccoli, medi e grandi, perché è più probabile che dipartimenti con una valutazione media elevata siano anche quelli di minori dimensioni. Ma ciò non toglie che gruppi di ricerca di qualità (e altrettanto o anche più numerosi) si trovino in dipartimenti più grandi. La selezione prevista dal provvedimento potrebbe quindi dare risultati paradossali, premiando prevalentemente alcune aree, favorite dai criteri di standardizzazione, oppure premiando prevalentemente piccoli dipartimenti, oppure atenei che hanno scelto un’organizzazione più frammentata. Potrebbe anche indurre gli atenei a una riorganizzazione interna, ad esempio raggruppando i docenti meno attivi sul fronte della ricerca in alcuni dipartimenti, oppure frammentando gli attuali dipartimenti; e non è detto che ciò sia efficace per l’altra loro funzione fondamentale, l’organizzazione della didattica.

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Proposte di modifica

Dalle osservazioni critiche emergono anche alcune proposte di modifica al provvedimento. In primo luogo, in fase di prima applicazione è opportuno ampliare la platea di dipartimenti che possono accedere al premio, ad esempio premiando il primo 10% dei dipartimenti per intero, e il 20-25% successivo solo in parte.
In secondo luogo, occorre riconoscere esplicitamente che la Vqr non fornisce un confronto tra aree scientifiche diverse; ciò implica predeterminare il numero di dipartimenti che sarà finanziato in ciascuna delle 14 aree scientifiche.
Infine, occorre considerare con più attenzione il numero di docenti che partecipano effettivamente al progetto di ricerca dipartimentale. Ad esempio, si potrebbe stabilire un numero minimo di ricercatori di una stessa area necessario per accedere al finanziamento, e prevedere un premio proporzionale alla dimensione del gruppo di ricerca finanziato.

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  1. Maurizio

    Pur sapendo che la questione dei finanziamenti premiali è a livello dipartimentale, potrebbe essere comunque utile consentire ai docenti dei vari dipartimenti di indicare se vogliono essere giudicati più sulla Didattica che sull’attività di Ricerca (o viceversa)? Grazie

    • Giovanni

      Concordo con Maurizio. Dal momento anche la didattica è (o dovrebbe essere) una missione prioritaria dell’università non vedo perchè dovrebbero essere considerati meritevoli solo quelli che si concentrano sulla ricerca ignorando totalmente quelli che per scelta (o per carenza di fondi o ambiente sfavorevole) si sono concentrati sulla didattica. Ricordo inoltre che se alcuni si sono potuti concentrare sulla ricerca è, in alcuni casi, anche perchè gli è stato concesso dal minor carico didattico grazie all’impegno assunto dai colleghi “meno meritevoli”. Infine una piccola nota polemica: la mia impressione è che quella che passa per “qualità” stia diventando sempre più spesso una combinazione di “quantità” e “moda”: nel mio campo (chimica organica) basta che nel tema di ricerca compaiano i prefissi bio-, eco-, green- per renderla immediatamente d’attualità a prescindere dal fatto che concorra davvero a portare ad un avanzamento della conoscenza.

  2. Secondo me e’ apprezzabile che i premi siano assegnati sulla base di un confronto all’interno di aree scientifiche definite, piuttosto che dal confronto tra atenei che hanno una varieta’ spesso molto diversa tra loro di aree di ricerca. La determinazione di quante risorse premiali siano destinate ad ogni area scientifica dovrebbe essere pero’ una decisione politica, piu’ che dipendere dal numero di occupati oggi.

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