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Tutti politici i costi della crisi dei rifugiati

Se la crisi dei rifugiati è una sfida per i singoli paesi e per le prospettive future dell’Unione europea, la risposta può essere solo in un nuovo quadro normativo comune. Gestione comune delle domande di asilo prima dell’arrivo in Europa. E un meccanismo di distribuzione dei migranti “flessibile”.

L’attuale crisi dei rifugiati

Era dagli anni Novanta, con i flussi migratori causati dalla rottura dell’ordine bipolare della guerra fredda, che l’Europa non viveva una crisi di rifugiati di queste dimensioni. Rispetto ad allora, però, l’arrivo dei rifugiati avviene in un’Unione europea che include un numero molto maggiore di nazioni, ancora indebolita da un periodo di profonda recessione e pervasa da movimenti populisti e separatisti. In un nostro lavoro discutiamo gli aspetti economici e politici di questa crisi.
I flussi di rifugiati in ingresso in Europa coincidono con un picco storico a livello globale (figura 1). Nel 2015, il numero di rifugiati nel mondo ha raggiunto quota 16 milioni, il 60 per cento dei quali di origine asiatica. L’accelerazione avvenuta tra il 2014 e il 2015 è spiegata in gran parte dalla guerra civile siriana. I rifugiati costituiscono soltanto una frazione della popolazione costretta a spostarsi a causa di guerre e conflitti. Nel 2015, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr) ha stimato che 59 milioni di persone si trovavano in questa condizione nel mondo. Meno di un terzo, tuttavia, ha lasciato il proprio paese per rifugiarsi all’estero. La maggior parte dei flussi internazionali, inoltre, coinvolge paesi limitrofi. Nel 2015, l’Europa nel suo insieme ha ospitato “solo” il 15 per cento del totale mondiale dei rifugiati.

Figura 1 – Evoluzione del numero di rifugiati per continente d’origine; 1980–2015 (dati Unhcr)

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La guerra civile in Siria ha causato lo spostamento di oltre metà della popolazione del paese: 12 dei 22 milioni di persone che vi vivevano nel 2011 (figura 2). Di questi, poco più della metà (6,6 milioni) si trovano ancora in Siria, sfollati all’interno del loro stesso paese. Solo all’1,5 per cento (180mila persone) è stata offerta la possibilità di re-insediarsi in un paese ospitante sicuro. Il 43 per cento (5,1 milioni) ha autonomamente raggiunto un paese terzo. La stragrande maggioranza di quest’ultimo gruppo (4,6 milioni, o il 39 per cento del totale degli sfollati) è ospitata in un paese vicino alla Siria: 2,5 milioni in Turchia, 1 milione in Libano, 630mila in Giordania, 240mila in Iraq e 120mila in Egitto. Circa 500mila cittadini siriani – il 4 per cento degli sfollati a causa del conflitto – hanno raggiunto le coste dell’UE e hanno ottenuto asilo o sono in attesa di riceverlo: di questi, il 40 per cento si trovano in Germania (200mila), seguita da Svezia (100mila), Austria (30mila), Paesi Bassi (30mila) e Ungheria (20mila).

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Figura 2 – Popolazione siriana: sfollati interni e rifugiati; milioni (dati Unhcr)

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L’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro

È difficile prevedere come i rifugiati di oggi si integreranno nel mercato del lavoro, tuttavia possiamo esaminare quanto avvenuto in passato con i dati dell’indagine European Labour Force Survey (EuLfs) del 2008. Controllando per caratteristiche individuali (come età, genere, istruzione), i rifugiati hanno una probabilità di essere occupati più bassa di 18,3 punti percentuali rispetto ai nativi. Per gli immigrati economici il differenziale è molto inferiore (4,3 per immigrati da paesi UE-15 e 8,8 per paesi non-UE 15). La figura 3 mostra che il differenziale occupazionale di immigrati (barre blu) e rifugiati (barre arancioni) rispetto ai nativi varia tra aree di provenienza. I rifugiati dal Nord Africa, dal Medio Oriente o da altri paesi africani o asiatici hanno una possibilità considerabilmente più bassa di essere occupati rispetto agli immigrati economici delle stesse aree di origine.

Figura 3 – Differenziale nel tasso di occupazione di immigrati e rifugiati rispetto ai nativi (dati EuLfs 2008)

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La crisi dei rifugiati costituisce una sfida non solo per i singoli paesi europei, ma anche per le prospettive future dell’Unione Europea. C’è un urgente bisogno di un nuovo ed efficace quadro normativo concordato tra tutti i paesi membri per farvi fronte.
Il quadro normativo dovrebbe essere basato su due pilastri: primo, una politica comune che garantisca il controllo delle frontiere esterne dell’Unione e che gestisca le domande di asilo prima che i rifugiati le varchino (irregolarmente); secondo, un meccanismo che distribuisca l’onere dell’accoglienza tra paesi e che, al tempo stesso, sia abbastanza flessibile da tenere in considerazione le specificità nazionali. Un mancato impegno su questo fronte esporrà l’Unione Europea al rischio di ulteriori fallimenti politici che potrebbero avere conseguenze ancora più pesanti di quelle attuali. Dal punto di vista dei paesi europei, la principale fonte di preoccupazione dovrebbe essere il costo politico della crisi dei rifugiati e non quello economico.

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Il Punto

  1. Per i lettori interessati, segnalo che gli autori dell’articolo presenteranno i contenuti della loro ricerca “The Economics and Politics of Refugee Migration” in occasione di un incontro pubblico organizzato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti, che si terrà giovedì 13 ottobre 2016 presso l’Università Bocconi. Per maggiori informazioni: https://goo.gl/ASB9zs

  2. caterina

    Ma cosa c’entra l’integrazione nel mercato del lavoro con i rifugiati?! Non si accolgono i rifugiati per motivi economici. I rifugiati scappano dalle guerre e in teoria vogliono anche tornare a casa (oltre al fatto che nei paesi che li accolgono non sempre possono lavorare quindi quelli che rimangono sono quelli che non riescono a tornare indietro). Ma perchè si fa sempre tanta confusione (anche da parte di studiosi che dovrebbero ridurla) fra solidarietà, guerra ed economia?

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