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Ciampi, un costruttore di idee

Nel ricordare la figura di Carlo Azeglio Ciampi va sottolineato il suo metodo di lavoro, che lo portava a prendere decisioni solo dopo aver ascoltato attentamente le idee dei suoi collaboratori, riconoscendone sempre il valore. E una visione lungimirante nei grandi come nei piccoli progetti.

L’importanza del metodo di lavoro

Autorevoli testimonianze ci hanno ricordato in questi giorni numerosi tratti della personalità e dell’opera di Carlo Azeglio Ciampi, nei suoi ruoli di Presidente della Repubblica, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio, governatore della Banca d’Italia. Sono state citate la limpidezza interiore e la determinazione, la passione civile e la sua capacità di trasfondere in un intero paese i tratti profondi del suo orgoglio di essere italiano, il suo insegnamento di come coniugare l’identità italiana e una convinta adesione all’identità europea, di come si possa e si debba essere capaci di rappresentare gli interessi genuini del proprio paese non a discapito, ma a sostegno della costruzione europea.
Per parte mia, voglio ricordare due aspetti del Presidente Ciampi che ho avuto modo di osservare direttamente, come tanti altri amici ed ex colleghi della Banca d’Italia.
Il primo, di cui ho trovato eco nel bel necrologio scritto da uno di quegli amici, Fabrizio Barca (ci ha insegnato a ascoltare, dirigere e decidere), è stato il suo metodo di lavoro. Iniziai a lavorare in Banca d’Italia proprio in quel 1979 che vedeva l’arresto di Mario Sarcinelli, l’incriminazione di Paolo Baffi e le sue dimissioni e la nomina di Ciampi a governatore. Osservavo il modo in cui si avvaleva del lavoro di studio e analisi prodotto dal Servizio studi nel processo decisionale. Ciampi era un attentissimo lettore degli appunti e dei cosiddetti lavori preparatori – le ricerche in vista della relazione annuale. E pretendeva, nelle riunioni, di ascoltare opinioni contrapposte, voleva che i suoi collaboratori discutessero tra loro, sfidandosi sul piano analitico ed empirico. Dalla lettura delle analisi, dall’ascolto delle discussioni, dalla sintesi di tanti elementi di informazione e di conoscenza, traeva la sua verità. E da questa verità la guida per l’azione. Un metodo di lavoro lontano anni luce da quello di chi, convinto di conoscere già la verità, privilegia il conformismo di un piccolo “cerchio magico”. Un metodo di lavoro che ottiene il meglio dai propri collaboratori. L’attenzione che Ciampi dedicava alle analisi che gli venivano presentate era percepita dagli estensori, e questo dava loro una grande motivazione a fare. Perché ne avvertivano l’utilità. Lo capii quando completai il mio primo lavoro preparatorio. Era il 1984 e il problema principale di quegli anni era disinflazionare l’economia. Il lavoro, dal titolo “Perché l’inflazione è calata?”, cercava di spiegare perché nei primi anni Ottanta l’inflazione si fosse drasticamente ridotta e ne attribuiva la ragione principale alla svolta restrittiva nella politica monetaria, adottata da Ciampi agli inizi del suo governatorato, assieme alle scelte di Paul Volcker negli Usa. Il lavoro non trovò grande consenso all’interno del Servizio studi, dove prevaleva l’idea che le dinamiche dei prezzi fossero causate da quelle dei costi. Fu meglio accolto dal vertice della Banca dove l’idea, con mio stupore e soddisfazione, iniziò a filtrare. L’esperienza, per me nuova, doveva essere nota ai miei colleghi che dopo il 31 maggio spesso dibattevano su quali parti del loro lavoro fossero finite nelle considerazioni finali.
Ciampi era un grande aggregatore del lavoro e delle intelligenze che lo circondavano. Ascoltava, soppesava e sintetizzava. La verità che emergeva era sua, ma allo stesso tempo era di tutti. In questo modo, potendo contare su una grande varietà di apporti e sull’impegno massimo di chi li forniva, il Presidente Ciampi è stato sempre in grado di operare utilizzando tutto, e solo, il personale delle istituzioni che ha governato. Ebbi una rappresentazione plastica di questa sua capacità di galvanizzare e valorizzare i suoi collaboratori quando, la notte precedente la prima Relazione annuale a cui avevo lavorato, assistetti alla tradizionale consegna della prima copia stampata al governatore da parte del capo officina. Il governatore Ciampi era quasi sull’attenti davanti alla macchina per la stampa, con il suo abito grigio e la giacca abbottonata sopra il panciotto. Tributava così il riconoscimento al lavoro di chi quel documento aveva contribuito a produrre, direttamente o indirettamente, scrivendo, assemblando, stampando, e trasmetteva a tutti il senso del dovere compiuto nell’assolvere al compito assegnato all’istituzione.
Rimanere strettamente all’interno del perimetro delle funzioni delle istituzioni che ha servito era un suo tratto distintivo. Lo capii meglio durante la crisi del 1992, quando la Banca d’Italia di Ciampi, in una situazione di totale vuoto di potere dopo lo scandalo di Tangentopoli e l’incombere di una crisi finanziaria, dovette per forza delle circostanze esercitare una funzione di supplenza per limitare i danni al paese. Ciampi lo fece estendendo l’azione fino ai limiti consentiti dalle competenze istituzionali della banca centrale, senza mai oltrepassarli, senza mai ostentarli, come si deve a una istituzione che serve gli interessi dello Stato, ma non ne decide le strategie fondamentali, appannaggio unico delle istituzioni politiche.

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Visione sempre lungimirante

Il secondo aspetto del Presidente Ciampi che mi preme ricordare è la sua lungimiranza. Era un edificatore pragmatico che guardava al futuro lontano, dove collocava l’obiettivo da raggiungere per migliorare il suo paese, con un’azione incessante di costruzione, mattone dopo mattone. Così è stato per i grandi progetti come per quelli più piccoli. Ed è con uno di questi ultimi che mi piace ricordarlo.
Nel maggio 1995, finito il suo mandato come presidente del Consiglio, ricoprì, come ex governatore della Banca d’Italia, l’incarico di presidente dell’Ente Einaudi per gli studi monetari, bancari e finanziari. Chiese, a me e a Daniele Terlizzese, di formulare una proposta per trasformare l’Ente Einaudi da erogatore di borse di studio per accrescere la formazione all’estero degli economisti italiani – funzione svolta fin dalla sua fondazione nei primi anni Sessanta – in un centro di ricerca autonomo, che contribuisse anche all’alta formazione in campo economico. L’obiettivo era creare una istituzione, nel paese, che cominciasse a invertire la “fuga dei cervelli”. Presentammo un progetto, Ciampi ne percepì immediatamente la validità e passò subito all’azione, convocando accademici italiani e stranieri per raccogliere consigli e informazioni su esperienze simili, dando impulso pratico al progetto. Lasciò l’Ente Einaudi l’anno successivo, nominato ministro del Tesoro nel governo Prodi, e perdemmo così la sua energia propulsiva. Ma il seme era stato gettato. La trasformazione dell’Ente Einaudi nell’Eief (Einaudi Institute for Economics and Finance) con la nuova missione dovrà attendere qualche anno, ma il primo mattone posto da Ciampi fu il visionario punto di svolta.

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  1. Francesco

    Grazie, un bellissimo ricordo. Uomini così se ne vedono pochi in giro, purtroppo

  2. Gabry gCosta Fd

    Oh si si, davvero,vero vero

    Ve lo ricordate il 1992? SI IO ECCOME
    Visto cio0′ che mi costo’ la manovra Ciampi

    non ci credete?
    RIGUARDATEVI UN VECCHIO ,VECCHISSIMO TG de l’epoca
    Fortunatamente il web serve anche a questo: RITROVARE VECCHIE traccie di storia Italiana (finanziaria) di cui poco si ricorda …o che si vuole che ci si dimentichi!!

    https://youtu.be/Joj4syv6R5s

    • Ennio Rossi

      Senz’altro Ciampi deve essere stato una persona onesta e capace nella sua professione. Però ha fallito gravemente nel passaggio dell’Italia alla moneta unica. Paura di venir sopraffatti dalla speculazione, ma entrare in Europa con quel cambio è stato disastroso. Prodi e Ciampi hanno ridotto l’Italia in questa situazione che è diventata ancor più grave della Grecia. Non abbiamo più niente. Telecom, Fiat e tante industrie valide sono scomparse col cambio dell’euro, in più siamo schiacciati da un alto debito pubblico e un da regime fiscale insostenibile. Bravi Prodi e Ciampi.

      • Velocipede

        Il debito pubblico si sarebbe potuto erodere significativamente se avessimo approfittato delle condizioni piu’ favorevoli che l’ingresso nell’Euro ci aveva portato – i sacrifici sarebbero stati ampiamente compensati. Invece di pensare sul lungo periodo, si e’ preferito usare questo temporaneo vantaggio per altri fini. Il debito e’ rimasto alto, ed e’ in larga parte il servizio del debito che determina anche ora quello che Ennio chiama “regime fiscale insostenibile”. L’industria italiana non e’ scomparsa col cambio dell’euro, e’ largamente scomparsa a causa della produttivita’, che in Italia e’ (da tempo, mica dal 2007-2008) piu’ bassa che altrove. Questo ha cause strutturali ed anche se tornassimo alle svalutazioni competitive pre-Euro non cambierebbe niente – anzi, si aprirebbe una crisi del debito di immani proporzioni, che come al solito pagheranno non gli elettori presenti, ma i loro nipoti (come sempre e’ stato nella Prima Repubblica, e spesso nella Seconda).

  3. Gabry gCosta Fd

    Senza dimenticare MAI l’altro compagnuzzo di merende di Azelio,tale AMATO (ANCORA VIVO)… Allucinante confessione di Giuliano Amato, deposta come se si trattasse di una marachella qualunque e non della vita di milioni di persone: sapevano, li avevano avvisati, avevano previsto tutto ma andarono avanti lo stesso! Portarono questo paese nell’euro pur consapevoli che difficilmente avrebbe funzionato. Ma non è una lezione di storia, non è il racconto della decadenza del Sacro Romano Impero. E’ qualcosa che sta succedendo adesso, qui. Andrebbe raccontato con ben altro sentimento di contrizione, non con questa nonchalance. Hanno giocato. Hanno perso, ma il debito di morte dobbiamo pagarlo noi. Siamo alla follia! Ecco le sue allucinanti parole
    https://youtu.be/uIEAflRcSvo

  4. GIOVANNI SCOTTO

    Grazie per questo articolo, utile non solo a ricordare la figura di Ciampi, ma anche a spronarci ad apprendere e replicare per quanto possibile un modo di lavorare, di esecitare leadership, di costruire il futuro.

  5. Maria Luisa

    Mi piace ricordarlo da un punto di vista molto particolare: come normalista, laureato in filologia classica (a dimostrazione che latino e greco non escludono dalla vita civile e dalla partecipazione al presente), umanista vero.
    Addio, Presidente!
    http://normalenews.sns.it/questa-scuola-delluomo-la-mia-normale/

  6. Vittorio

    Una persona preparata, appassionata, e competente. Una presenza rara, ancor più oggi con un mondo sempre in tempesta e pronto a commentare negativamente questioni complesse, senza prima aver ascoltato e capito.
    Grazie per il bel ricordo.

  7. Omero Papi

    Carlo Azeglio Ciampi e’ stato un grande italiano, un grande Governatore, un grande Presidente della Repubblica. Grazie a Luigi Guiso per aver spiegato in termini chiari, credo comprensibili a tutti, l’importanza del metodo di lavoro nell’azione di Ciampi. Da Presidente della Repubblica Ciampi scriveva: “Sono tornato con la mente agli anni trascorsi in Banca d’Italia, orgoglioso di averne fatto parte e convinto del grande significato che quell’esperienza e quel metodo di lavoro hanno avuto nella nostra formazione; un metodo di lavoro, scevro di condizionamenti, estensibile ad ogni aspetto dell’attività umana, perché improntato alla correttezza dei comportamenti e al rispetto delle istituzioni”. Anche su questo versante, di metodo, Ciampi ha lasciato un insegnamento indelebile: ha dimostrato come si passa da prodotti individuali a prodotti istituzionali, come si massimizza il contributo delle intelligenze disponibili, come si valorizza l’apporto qualificato costituito da idee anche molto diverse. E ha dimostrato che nel perseguimento del bene comune può trovare uno spazio importante il rafforzamento dello spirito di gruppo delle persone di un’Istituzione che si sentono sempre più protagoniste nella costruzione dell’output finale da consegnare al Paese. E, nella stessa ottica, da Presidente della Repubblica ha insegnato a unire le forze, a valorizzare le differenze, a recuperare la coesione nazionale per un’Italia sempre più patrimonio di tutti gli italiani.

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