Ringrazio quanti hanno letto e, in particolare, commentato il mio articolo. Il limite di due mandati (dieci anni) per le cariche esecutive è una sorta di contrappeso additivo in ogni riforma costituzionale, sebbene anticonvenzionale come si è detto: si aggiunge agli altri contrappesi specifici di ogni modello. In questa prospettiva c’è già la risposta a talune osservazioni. Le altre sono per punti e con stile apodittico per brevità.

L’aritmetica del voto

L’aritmetica (non la matematica) va con la semantica: per l’elezione del Presidente della Repubblica occorre «la maggioranza dei tre quinti dei votanti» (art. 83 della riforma) dopo la sesta votazione. Se tutta l’assemblea votasse, occorrerebbero 438 voti [(630+100) x 3/5] per l’elezione del Presidente della Repubblica, salvo trascurabili variazioni per il numero dei senatori. Filippo ha ragione (coinvolti Giuseppe, Luca, e Davide), ma non si sa chi e quanti sono i votanti: in astratto tutto è possibile, anche se è poco probabile. Se l’art. 83 si fosse riferito solo all’assemblea, come nel testo originario, allora l’accordo con le opposizioni sarebbe stato sempre necessario; invece, può esserci il caso. Infine, la riforma non chiarisce la procedura di elezione dei 100 senatori, grave mancanza: potrebbero essere tutti del partito al governo, benché assai poco probabile. L’architettura non si dovrebbe basare sulle probabilità, ma sulle certezze.

Un possibile modello di riferimento

L’argomentazione che “nessuno lo fa” (Filippo) è metodologicamente riduttiva e quasi inconsistente. La limitazione al mandato delle cariche esecutive definisce un àmbito di azioni e prospettive per gli attori; riduce le incrostazioni del gruppo di/al potere. La Germania ha avuto Adenauer dal 1948 al 1963; Kohl dal 1983 al 1998; Merkel dal 22/11/2005. Se dopo dieci anni avessero smesso, forse sarebbe stato meglio. Negli Stati Uniti un presidente governa al piú 8 anni e non è un problema nelle relazioni internazionali ed economiche. Il nostro sistema è diverso (Filippo), ma se le riforme privilegiano la governabilità (Henri), di fatto le distanze diventano piú piccole delle distanze teoriche. Il limite di mandato non è in contraddizione con la rimozione del capo dell’esecutivo in Parlamento e l’ennesimo unicum italiano potrebbe diventare un riferimento per diversi modelli. Le argomentazioni di Filippo, alcune anche condivisibili, tendono a favorire la riforma, trascurando i lati deboli.

Non solo una questione di onestà

L’onestà (Salvatore) e la capacità (aggiungo) sono sufficienti, ma le buone regole sono necessarie e non sono mutuamente esclusive. Le persone in/degne, poi, le eleggiamo noi. Non è solo questione di corruzione, ma anche di formazione dei dirigenti, politici e amministrativi, dei cittadini e dei media.

Compromessi difficili

Le osservazioni di Henri, articolate e costruttive, vanno oltre lo scopo dell’articolo. La critica dell’attuale riforma costituzionale non era l’obiettivo e molti l’hanno già esposta in articoli e in libri. “Appartenere da 70 anni a un gruppo ristretto di democrazie virtuose” è lodevole, ma non si devono ignorare le difficoltà. La permanenza sull’eroico podio, se vincesse il no, potrebbe continuare. Ma sembra opportuno anche un cambio di atteggiamento delle forze politiche, poco probabile, perché dovrebbero impegnarsi a praticare l’arte del possibile e della mediazione, gli interessi del paese e del bene comune, piuttosto che i tornaconti di partito o di gruppi piú o meno aderenti. I compromessi sono difficili da attuare, quando ogni organizzazione vuole realizzare solo il suo programma e non vuole accordarsi con nessun’altra. Allora, ciò potrebbe giustificare l’Italicum com’è ora, salvo i nominati. Nessuno ne parla piú, perché sono tutti affannati su altri fronti di tornaconto, e qui si torna a varcare la frontiera sopra tracciata.

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