In Italia nel 2015 il rischio di povertà è aumentato soprattutto per le coppie con due figli. Sono poveri circa un milione di bambini. Rimane invece sostanzialmente stabile la quota degli anziani. Il fenomeno riguarda tutta l’area euro. Cambio di rotta nelle politiche con il reddito di inclusione.

Dalla povertà relativa a quella assoluta

I dati sulla povertà in Italia nel 2015, diffusi pochi giorni fa dall’Istat, sono una buona occasione per fare il punto sulla dinamica recente del fenomeno e sulle novità relative alle politiche di contrasto.
In primo luogo è interessante notare come da alcuni anni il riferimento al concetto di povertà assoluta (non riuscire a consumare un paniere di beni e servizi ritenuto indispensabile per vivere in modo decente) sia diventato più frequente, nel dibattito, rispetto a quello di povertà relativa (avere reddito o consumo significativamente inferiori ai valori medi o mediani della popolazione). Quando ci si chiede quanti sono i poveri in Italia, ormai molti cercano la risposta tra i numeri dei poveri assoluti, non di quelli relativi.
È un cambiamento significativo perché in Europa si è tradizionalmente usato il concetto di povertà relativa, mentre gli Stati Uniti preferiscono il criterio assoluto.
La nuova prospettiva è dovuta sia al recente peggioramento delle condizioni materiali di vita della parte più fragile della popolazione, a causa della recessione iniziata nel 2008, sia al fatto che la misura della povertà relativa varia poco quando cambia il reddito medio: se quest’ultimo diminuisce per tutte o quasi le famiglie, allora anche la linea di povertà relativa cala, e la percentuale di poveri potrebbe non aumentare molto anche durante una forte crisi.

Chi è più a rischio oggi

Nel 2015 il numero di famiglie italiane in povertà assoluta è leggermente cresciuto, da circa 1,47 a 1.58 milioni di nuclei, mentre è molto aumentato il numero di individui poveri assoluti – da 4,1 a 4,6 milioni (dal 6,8 al 7,6 per cento della popolazione) – segno che il rischio di povertà è salito soprattutto per le famiglie numerose. In effetti, vista la piccola dimensione media delle famiglie italiane, forse usare l’aggettivo “numeroso” non è appropriato: nel 2015 la povertà è cresciuta soprattutto per le coppie con due figli.
Si conferma così una tendenza in corso ormai da molti anni: la povertà aumenta per le famiglie giovani, composte da adulti e minori, mentre rimane sostanzialmente stabile per gli anziani, come si vede bene dalla figura 1, che mostra la diffusione della povertà assoluta per fascia di età in Italia negli ultimi undici anni. Prima della crisi, gli anziani avevano un’incidenza della povertà superiore a quella di tutte le altre classi di età, oggi hanno la percentuale più bassa. Forte invece l’incremento della diffusione della povertà tra i giovani.

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Figura 1 – Italia: percentuale di persone in povertà assoluta per età (fonte Istat)

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Non si tratta di un fenomeno solo italiano: la figura 2 riporta la quota di persone povere nell’area dell’euro sulla base di un criterio misto relativo-assoluto: la linea relativa è stata calcolata per il 2005 e poi tenuta ferma in termini reali. Si nota bene che la crisi ha determinato un aumento della povertà per tutte le fasce di età, ma soprattutto per i minori e la classe centrale, meno per gli anziani.

Figura 2 – Area euro: percentuale di poveri relativi con linea fissa al 2005 per classe di età (fonte Eurostat)

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Queste dinamiche sono dovute a due fattori. In primo luogo, la capacità di protezione del tenore di vita dei sistemi pensionistici è sicuramente superiore a quella dei sussidi di disoccupazione e degli strumenti assistenziali. Il divario tra efficacia delle pensioni e degli altri trasferimenti è particolarmente ampio in Italia. Il secondo motivo sta nel fatto che la crisi ha determinato un forte calo dell’occupazione, con conseguente riduzione dei redditi delle famiglie in cui sono presenti membri in età di lavoro e i loro figli.
Gli ultimi dati Istat sull’Italia confermano queste tendenze ed evidenziano in particolare l’aumento della povertà tra le famiglie degli immigrati, soprattutto quelle residenti nel Nord. Sono oggi povere il 4,4 per cento delle famiglie di soli italiani, il 28,3 per cento delle famiglie di soli stranieri. Si può affermare che l’aumento nella povertà assoluta osservato in Italia tra il 2014 e il 2015 sia pressoché interamente da ascrivere all’aumento delle famiglie straniere povere.
Evidentemente la modesta ripresa in corso offre agli stranieri ancora scarse opportunità di lavoro. Sarebbe però del tutto sbagliato concludere che la povertà riguarda solo gli stranieri: tra il milione circa di minori in povertà assoluta, ad esempio, 600mila sono italiani (audizione alla Camera dell’Istat del marzo scorso).
Proprio la scorsa settimana la Camera ha approvato in prima lettura la delega al governo per il contrasto alla povertà che prevede la nascita del reddito di inclusione, una forma di reddito minimo per le famiglie in grave povertà, condizionato dalla partecipazione a un percorso di inclusione e per ora riservato a nuclei con minori, disabili o disoccupati anziani. Pur con alcuni limiti, tra cui l’essere limitato ad alcune categorie e la dotazione finanziaria, è un grande passo avanti verso una politica assistenziale moderna, perché non è accettabile, oltre a essere un grave spreco di risorse umane, che un minore su dieci in Italia viva oggi in povertà assoluta.

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