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Mercato del lavoro, bilancio di un anno

Secondo il rapporto annuale dell’Inps, nel 2015 si è registrato un aumento considerevole dei contratti a tempo indeterminato. Il risultato è un aumento dell’occupazione e una riduzione del precariato. Ma la strada per la ripresa è ancora lunga.

2015 in ripresa per l’occupazione

La crisi finanziaria ha comportato tra il 2008 e il 2013 la distruzione di circa 800mila impieghi, numeri impressionanti soprattutto considerando la lentezza con la quale il mercato del lavoro ha invertito la tendenza. I primi segnali positivi si sono registrati dalla fine del 2013. I dati diffusi in questi giorni dall’Inps confermano la ripresa del lavoro dipendente e il ruolo decisivo del Jobs Act in questo processo.
In particolare, il 2015 ha comportato una crescita dell’occupazione e un aumento dell’incidenza del tempo indeterminato sui nuovi contratti trainati dai forti incentivi e dalle nuove regole contrattuali. A oggi circa mezzo milione di posti di lavoro sono stati recuperati.
La combinazione delle tutele crescenti e della decontribuzione ha dunque sortito l’effetto desiderato. Il ruolo degli incentivi è innegabile: gli sgravi sono costati 2,2 miliardi per il solo 2015 e hanno interessato il 53 per cento dei nuovi contratti nell’anno. L’importo dello sgravio è già stato ridotto e l’incentivo difficilmente sarà protratto negli anni a venire, la speranza è dunque che la decontribuzione non sia l’unico motore della ripresa.
È chiaramente difficile distribuire i meriti tra l’esonero contributivo e le tutele crescenti previste dal nuovo contratto. Il fatto che l’aumento delle assunzioni per le imprese sopra i 15 dipendenti, interessate dal nuovo contratto a tutele crescenti oltre che dagli incentivi, superino in modo significativo quello riscontrato per le aziende più piccole, coinvolte solo dalla decontribuzione, suggerisce che anche le nuove regole abbiano avuto un ruolo nell’andamento positivo dell’ultimo anno.
Stando ai dati, le tutele crescenti hanno agevolato l’assunzione di lavoratori disoccupati più che la trasformazione di contratti già esistenti. Il risultato è un aumento netto dell’occupazione e una crescita dell’incidenza del tempo indeterminato. Ciò è avvenuto a parziale discapito dei contratti a tempo determinato (figura 2); l’aumento netto del flusso di assunzioni è comunque stato decisamente positivo e ha riguardato quasi tutte le regioni italiane con picchi particolarmente elevati al Centro-Sud.
Osservando la variazione della quota di contratti a tempo indeterminato per fasce di età (figura 1), si evince che la variazione dell’incidenza di questo tipo di contratto nel 2015 è stata positiva per tutti i lavoratori, ma più consistente per i giovani.

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Figura 1

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Data la discontinuità nell’importo della decontribuzione tra il 2015 e il 2016, è ragionevole aspettarsi che parte delle assunzioni effettuate alla fine dell’anno passato rappresentino una semplice anticipazione di assunzioni che sarebbero avvenute all’inizio dell’anno corrente. L’ipotesi è confermata dal picco osservato a dicembre 2015 (figura 2). Il calo tendenziale dei flussi di occupati a inizio 2016 va pertanto interpretato alla luce del fatto che parte delle assunzioni di questo periodo sono state anticipate alla fine dell’anno passato. Sbaglia dunque chi grida all’inversione di tendenza, bisognerà attendere i dati sull’intero anno per verificare se l’andamento positivo sopravvivrà alla riduzione degli incentivi.

Figura 2

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Fermi lavoro autonomo e salari

Il lavoro dipendente è dunque ripartito, ancora stagnante invece il lavoro autonomo. In particolare, l’Inps rileva un calo degli artigiani e degli autonomi agricoli. Il fenomeno potrebbe essere dovuto a una regolarizzazione di alcuni lavoratori che, pur lavorando di fatto da dipendenti, figuravano come autonomi, favorito dall’esonero contributivo e le nuove regole contrattuali potrebbero.
Le retribuzioni tardano invece a ripartire, il che è coerente con l’andamento della disoccupazione che persiste su livelli quasi doppi rispetto al 2007. Anche l’andamento apparentemente contraddittorio tra occupazione e disoccupazione è fisiologico in quanto, data la ripresa, molte persone che avevano rinunciato a trovare un’occupazione hanno ripreso a cercare lavoro ingrossando le fila dei disoccupati.
Non sembrano infine fondate le preoccupazioni di chi prevedeva un aumento dei licenziamenti dopo l’introduzione delle tutele crescenti. Le cessazioni di rapporti a tempo indeterminato nel primo trimestre del 2016 sono state 377mila, addirittura in calo tendenziale rispetto alle 398mila registrate nello stesso periodo dell’anno precedente. Questi dati vanno ovviamente interpretati alla luce del fatto che le nuove tutele non si applicano retroattivamente e dunque solo una parte dei contratti esistenti è effettivamente protetta da tutele crescenti. Il calo tendenziale nelle cessazioni dovrebbe tuttavia rassicurare chi prospettava scenari apocalittici in seguito alla modifica dell’articolo 18.
I valori pre-crisi sono ancora distanti, ma l’aumento dell’occupazione e dell’incidenza del tempo indeterminato, in particolare per i giovani, è una nota positiva. Il vero punto interrogativo riguarda l’andamento del mercato del lavoro in seguito all’esaurimento delle decontribuzioni previste dal Jobs act: dovremo aspettare la conclusione dell’anno per trarre conclusioni.

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  1. marco

    Una domanda per l’autore. quanto è dovuto alla pur debole ripresa e quanto al JA? messa in altri termini come facciamo ad esser sicuri che senza JA non avremmo avuto los tesso un aumento dell’occupazione grazie alla ripresa?

    grazie in anticipo per la risposta

    • Caro Marco,
      chiaramente non avendo la controprova è difficile averne la certezza. L’impennata delle assunzioni a fine 2012 in contemporanea alla scadenza delle decontribuzioni mi pare provare che chi assume ha tenuto conto della decontribuzione. Anche il cambio netto di composizione dei nuovi contratti in termini di tempo determinato/indeterminato va nella stessa direzione.
      Chiaramente è impossibile sapere quale sarebbe stato l’andamento senza il JA ma il fatto che abbia avuto un ruolo mi pare evidente dagli andamenti.
      Simone

  2. Forse l’autore ha sbagliato rapporto dell’Inps, vedi l’articolo della Saraceno su questa rivista

    • Caro Piero, l’articolo della Saraceno fa un bilancio più ampio riferito agli ultimi anni di crisi mentre l’articolo di sopra si riferisce all’andamento nel 2015.
      L’aumento degli occupati e dell’incidenza del tempo indeterminato nel 2015 è un dato di fatto, le interpretazioni si possono poi discutere.

      • Piero

        Stando a quanto riporta l’Inps con l’ultimo report ufficiale, le assunzioni nei primi tre mesi dell’anno 2016 sono in netto calo. Tra gennaio e marzo sono state assunte 1,18 milioni di persone a tempo indeterminato. Anche se sembrano grandi numeri, sono il 12,9% in meno rispetto allo stesso periodo del 2015. A livello annuale invece il calo è ancora più sorprendente: -33,4% di assunti in meno, segno che la riforma del lavoro stenta a decollare.

        Calano, seppur in misura inferiore, anche gli assunti a tempo determinato, solo l’1,7% in meno in un anno, mentre i contratti di apprendistato restano praticamente allo stesso livello, facendo registrare un incremento dello 0,1%. Per quanto riguarda invece il cavallo di battaglia di Renzi, ovvero la trasformazione dei contratti da tempo determinato in indeterminato grazie al Jobs Act, arriva un’altra battuta d’arresto: -31,4% nei primi 3 mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015.

        • La mia personale interpretazione del calo osservato ad inizio 2016 è che parte delle assunzioni che sarebbero state effettuate ad inizio 2016 siano state anticipate a fine 2015 (Ovviamente è libero di dissentire), per questo a mio avviso bisogna attendere i dati sui prossimi trimestri per vedere se la tendenza positiva del 2015 sopravviverà al calo degli incentivi. Inoltre bisognerà vedere i numeri assoluti, non le variazioni tendenziali perché queste che lei sottolinea sono calcolate rispetto alle assunzioni nello stesso periodo dell’anno precedente (2015), quindi un calo tendenziale nel 2016 non significa necessariamente un’inversione di tendenza perché appunto il 2015 è stato molto positivo. Guarderei alle variazioni rispetto al 2014 forse.
          Per quanto riguarda la questione dei tipi di contratto: non bisogna secondo me guardare alla variazione assoluta ma alla composizione delle nuove assunzioni. L’incidenza del tempo determinato è aumentata molto anche se il numero di contratti a tempo determinato non è calato. Io personalmente non spero in un calo del tempo determinato ma in un aumento del tempo indeterminato, cosa che nel 2015 è successa.
          Simone

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