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Se l’Italia perde terreno nell’export in Cina

Con l’eccezione di alcuni settori, l’Italia importa sempre più dalla Cina ed esporta meno. Perché consumiamo più beni e le nostre filiere industriali incorporano più Made di China. Mentre non accade il contrario. Per restringere il divario bisogna puntare sui settori giusti. 

Disavanzo commerciale in crescita

Aumentare l’export e ridurre il deficit commerciale con la Cina è l’obiettivo ultimo del governo italiano nella cooperazione economico-commerciale bilaterale. I ministri degli Esteri dei due paesi si sono incontrati e hanno poi presieduto il Business forum che dal 2014 mette in contatto i manager delle principali aziende italiane e cinesi. Quest’anno protagonisti sono stati la farmaceutica e i servizi sanitari, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, la finanza e le infrastrutture – soprattutto le telecomunicazioni – la moda e l’interior design. Tutti settori con forti complementarietà e sinergie produttive e nei quali la collaborazione sino-italiana sarà cruciale per far cambiare rotta all’interscambio e al saldo commerciale dopo una riduzione tra il 2010 e il 2013, il disavanzo italiano è di nuovo aumentato superando 15 miliardi di euro lo scorso anno.

Perché torniamo indietro

Anche se la Cina è diventata il primo partner commerciale per molti paesi, che nella maggior parte dei casi importano più di quanto vi esportano, per un paese a forte vocazione e tradizione esportatrice come l’Italia è difficile digerire un disavanzo elevato e crescente. Soprattutto se gli altri principali paesi europei (Francia e Germania in testa) registrano performance con la Cina migliori di quella italiana, grazie a un deciso aumento delle esportazioni a fronte di un aumento più contenuto delle importazioni. Soprattutto perché l’attuale peggioramento del disavanzo con la Cina deriva da un aumento delle importazioni italiane, dovuto in parte a una forte ripresa del consumo di prodotti Made in China di fascia medio-bassa e in parte a una forte interdipendenza tra le filiere produttive italiane e i fornitori cinesi. In verità, a ben vedere, anche la riduzione del disavanzo negli anni tra il 2010 e il 2013, che aveva fatto abbassare la guardia sulla natura e la direzione delle relazioni economiche e commerciali bilaterali, fu dovuto quasi interamente a una debolezza della domanda interna, e non invece a un aumento dell’export.

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Figura 1

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Ciò che frena l’export italiano sono in parte i cambiamenti strutturali che interessano tutti i partner commerciali della Cina e in parte fattori squisitamente nostrani. Tra i primi, la riduzione del contenuto di import nell’export cinese: secondo i dati Ocse, tra il 1995 e il 2011 il valore aggiunto domestico nelle esportazioni cinesi è aumentato di 11 punti percentuali e perciò l’export cinese ha trainato sempre meno gli acquisti dal resto del mondo. Tale ricomposizione dell’origine del valore aggiunto estero nelle esportazioni cinesi ha penalizzato soprattutto i paesi Ocse (per 3,5 punti percentuali), al cui interno l’Ue ha mantenuto la propria quota. Grazie al successo della Germania ma non dell’Italia, la cui quota di partenza era già meno della metà di quella tedesca e ha perso ulteriormente terreno (in aggregato e su tutti i settori, con le sole eccezioni dell’alimentare e del tessile, cuoio e calzature). Questo significa che il rallentamento cinese penalizza l’export italiano sia direttamente – perché si riducono i consumi cinesi di Made in Italy – sia indirettamente  perché diminuisce il minor peso degli input italiani nell’export cinese. Aumentare la presenza dei beni e servizi italiani nelle fasi a elevato valore aggiunto nelle filiere cinesi è indispensabile per risollevare l’export.

Figura 2

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Quanto c’è di italiano nei prodotti cinesi. E viceversa

Ma c’è anche un altro fattore che spiega la peggior performance italiana nell’interscambio con la Cina rispetto agli altri principali paesi europei. Se è vero che il contenuto di input importati nell’export cinese è diminuito, al contempo gli input esteri nella domanda finale cinese sono aumentati, perché i cinesi si rivolgono sempre più verso i prodotti stranieri. È vero per i consumatori, che si fidano di più, ma anche per le imprese che per produrre beni e servizi più sofisticati hanno bisogno di componenti che in Cina non si producono (ancora). Secondo i dati Ocse, la domanda finale cinese contiene il 15 per cento di input esteri, rispetto al 10 per cento del 1995. L’Unione Europea ne fornisce circa il 30 per cento, tra cui la Germania pesa per circa il 10, ed entrambe le quote sono stabili dal 1995. La quota italiana invece è diminuita dal 4 al 2,7 per cento. Anche in questo caso alimentare, tessile, cuoio e calzature sono eccezioni rispetto al dato negativo aggregato, ma non sono le sole: nella chimica, nei prodotti in carta, plastica e gomma, in alcune componenti elettroniche e ottiche, nel settore alberghiero e della ristorazione la domanda finale cinese si rivolge maggiormente a prodotti e servizi italiani.

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Status di economia di mercato

Questo significa che le imprese italiane non stanno riuscendo a intercettare adeguatamente l’aumentato appetito dei consumatori cinesi per i beni esteri. Le iniziative in corso per migliorare la presenza italiana sul mercato cinese e per adeguarsi al crescente peso del commercio elettronico in Cina vanno perseguite con vigore. Un obiettivo tanto importante quanto quello di rinviare il riconoscimento dello status di economia di mercato. I cinesi lo chiedono all’Europa ma l’Italia si oppone vigorosamente, con un insieme di giustificate motivazioni e pelosi riflessi protezionistici.

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  1. Giancarlo

    Per l’Italia la Cina costituisce sicuramente una spina nel fianco.
    La domanda interna italiana è debole e la stragrande maggioranza degli italiano per sopperire ai crescenti costi per gestire la famiglia ha optato per prodotti di basso costo, anche se di bassa qualità. E’ stato gioco forza una scelta quasi obbligata. Infatti molte aziende italiane che facevano certi prodotti sono entrate in rotta di collisione con gli stessi prodotti fatti in Cina e molte per non fallire hanno optato per commercializzare gli stessi prodotti fatti appunto in Cina. E’ un gioco perverso come quello della globalizzazione mai gestita o dei mancati controlli alle frontiere europei di prodotti cinesi dannosi se non pericolosi per la salute umana. Non parliamo poi del WTO che ha permesso l’entrata di paesi che si sapeva sarebbero stati “devastanti” per certe economie e non aver previsto un periodo transitorio ben definito non ha favorito alcun beneficio all’Italia ma solo alla Cina.
    Vista così sembra di vivere in un mondo dove si persegue più il caos che il benessere dei Popoli e vediamo quali risultati stiamo ottenendo da tutto ciò. L’italia dovrà faticare per aumentare le proprie esportazioni in Cina, ma se non dovesse ottenere risultati importanti a breve, la bilancia commerciale andrà sempre più in passivo.
    Insomma non c’è da stare allegri e tutto l’apparato diplomatico, industriale e via dicendo dovrà darsi da fare per controbilanciare le nostre importazioni dalla Cina.

    • bob

      nella divisone geo-politica delle Nazioni futura, non potrà l’Italia fare fronte al colosso cinese. Tempo 10 anni sulle carte dei vini dei ristoranti di Londra e Berlino ci saranno più vini cinesi che italiani ( provate ad aprire già adesso un listino a Londra e vedrete che il Cile e il Sud-Africa ha numericamente gli stessi vini nostri). Ai grandi continenti come Cina- USA- Brasile- India può contrapporsi solo il continente Europa. Come? Ristrutturando velocemente la “classa media europea” fin qui distrutta e annientata e di conseguenza difendere e accrescere, quella che è stata una conquista unica ed epocale: lo Stato sociale! Alla Cina del ” disordinato formicaio” senza regole e senza assitenza, agli USA della pena di morte e la colt alla cintola, all’India delle caste e della gente che defeca per strada…possiamo sopravvivere solo se ci convinciamo quanto di buono e qualitativo abbiamo conquistato…anche con rivoluzioni e immense tragedie di guerre fraticidie. Insegnanti dunque è non alunni di cattivi e pessimi maestri

    • Edoardo

      Per migliorare la situazione applichiamo le sanzioni alla Russia, litighiamo con l’Egitto, con l’Iran non si capisce bene come si va a parare mentre accogliamo investimenti del qatar e degli altri paesi del golfo, notori finanziatori del peggior terrorismo islamico. Bene così!!

  2. marco

    La spina nel fianco e la dispersione produttiva delle micro aziende. Ormai i grandi gruppi sono pochissimi e la partita è stata giocata. Invece di concentrarsi il capitalismo italiano si è polverizzato e se non teneva il passo con la Germania o la francia figurarsi con la Cina. Nel mercato mondiale si confrontano delle grandissime società che hanno fatturati della dimensione di un medio stato e stati che hanno la stazza di continenti. Liberisti per non pagare le tasse e protezionisti per difendere piccoli recinti che si reggono solo sul nero e sulla precarietà. La crisi di questi anni sta selezionando brutalmente e non c’è padrino politico che tenga. Resistono medi gruppi votati all’export ma la debolezza finanziaria loro e del sistema (in ritardo) bancario renderà problematico il futuro. Onor del vero la soluzione non la si ricava dallo studio di qualche ricercatore ma dalla realtà Notizia di oggi l’ aquisizione dell’autostrada Serenissima da parte della spagnola Abertis, senza Europa c’è il declino.

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