Nella giornata della Terra, con una cerimonia alle Nazioni Unite, paesi di tutto il mondo metteranno la firma ufficiale all’Accordo sul clima raggiunto a Parigi a fine 2015. Perché funzioni ci sono questioni ancora da risolvere e servono risorse e investimenti, ma la strada sembra ben tracciata.

Perché è un Accordo storico

L’Accordo di Parigi sul clima ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e degli esperti sul finire del 2015. Quello di Cop21 – questo era il nome ufficiale dell’incontro tenutosi nella capitale francese dal 30 novembre al 12 dicembre – è stato un vertice diverso dagli altri, tanto teso per la pressione del terrorismo (i fatti di Parigi erano avvenuti solo due settimane prima) quanto proficuo nei suoi frutti negoziali. Il primo dato di fondo che merita di essere sottolineato è come i diversi paesi abbiano dato prova di riuscire a “compartimentalizzare” le loro relazioni diplomatiche, mostrando come sia possibile non farsi trascinare in una escalation per la quale si rompono tutti i ponti e tutte le porte sono chiuse. Si può essere in disaccordo su molte questioni – e Stati Uniti, Cina o Russia lo sono – ma l’Accordo di Parigi, così fieramente universale, sembra dimostrare che il clima è uno dei temi sui quali si può cercare di andare d’accordo. È possibile che la gravità dei cambiamenti climatici, la loro minaccia concreta, il modo in cui si sono manifestati negli ultimi anni, siano alla base di questo ritrovato accordo. E la scienza, con in testa l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) con la sua struttura inter-governativa di scienziati scelti e nominati da tutte le nazioni, ha fornito al negoziato una base conoscitiva di prim’ordine sulle opzioni disponibili. Ma la pressione esterna, la minaccia del terrore, il desiderio di mostrarsi coesi, hanno pure giocato un ruolo importante.

Perché ne riparliamo oggi

Il risultato finale della Cop21 è il cosiddetto Accordo di Parigi. È un’intesa che corona negoziati iniziati nel 2011 a Durban. Secondo l’articolo 21 l’accordo entrerà in vigore 30 giorni dopo che almeno 55 paesi che rappresentano almeno il 55 per cento delle emissioni globali abbiano firmato prima e ratificato in seguito. Il processo di ratifica è diverso da paese a paese: nel caso dell’Italia, per esempio, è necessario un pronunciamento da parte del parlamento. Il 22 aprile 2016, in coincidenza con la Giornata mondiale della Terra (l’Earth Day 2016) nel corso di una cerimonia alle Nazioni Unite a New York si inizieranno a raccogliere le firme dei paesi aderenti. Oltre 130 paesi hanno già confermato la loro presenza alla cerimonia, spesso con capi di Stato e di governo, incluso il nostro paese, con il ministro dell’Ambiente Galletti. Stati Uniti e Cina, i più grandi emettitori di gas serra al mondo, hanno annunciato in occasione di un importante meeting bilaterale che firmeranno l’Accordo di Parigi il 22 aprile, per poi procedere alla ratifica come previsto nei relativi ordinamenti. Anche India, Australia, Brasile, Sud Africa, solo per citare i più importanti, hanno dichiarato di essere pronti per la firma il 22 aprile. A titolo di curiosità, Fiji è stato il primo paese al mondo a ratificare l’accordo di Parigi, prima ancora dell’evento ufficiale di New York.

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Quali sono i problemi aperti?

L’aspetto più rilevante dell’Accordo è quello relativo all’adozione dei cosiddetti Intended Nationally Determined Contributions (Indcs). Queste dichiarazioni hanno preso forma diversa e rappresentano obblighi differenti per tempi di adozione, intensità dello sforzo e anno di riferimento (tabella 1). I diversi paesi, che hanno convenuto di dichiarare pubblicamente le azioni che intendono adottare nell’ambito del nuovo accordo internazionale, indicano concretamente il loro percorso verso un futuro a minore tenore di carbonio. L’obiettivo condiviso consiste nel fissare il limite massimo dell’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale. L’accordo di Parigi stabilisce che va contenuto “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, sforzandosi di fermarsi a +1,5. Per centrare l’obiettivo, le emissioni complessive – che pure dell’ultimo biennio sono diminuite – devono proseguire nella loro discesa, che anzi deve accelerare a partire 2020. L’accordo prevede anche la revisione degli obiettivi, da svolgersi ogni cinque anni. Ma già nel 2018 si chiederà agli Stati di aumentare i tagli delle emissioni, così da arrivare pronti al 2020. Il primo controllo quinquennale sarà nel 2023. Senza risorse e investimenti l’Accordo farebbe poca strada. Per questa ragione i paesi industrializzati trasferiranno cento miliardi di dollari all’anno (dal 2020) per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia. Un nuovo obiettivo finanziario sarà fissato al più tardi nel 2025. Potranno contribuire anche fondi e investitori privati. Rimane questo un punto abbastanza controverso e certamente nelle prossime riunioni si dovrà lavorare per rendere operativo l’intero l’Accordo di Parigi. Il prossimo summit sul clima (Cop 22), che si terrà a Marrakech dal 7 al 18 novembre 2016, si occuperà essenzialmente di meglio definire la road map stabilita a Parigi. Il fatto che 196 paesi abbiano raggiunto un accordo impegnandosi, a partire dal prossimo 22 aprile, a firmarlo e poi a ratificarlo, rappresenta un elemento chiave nell’intera storia della diplomazia dei cambiamenti climatici. Molto resta ancora da fare, ma la strada – almeno questa volta – sembra ben tracciata.

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Tabella 1 – Gli obblighi dei primi 20 paesi per livello di emissione

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Fonte: “Assessing the Indcs: a comparison of different approaches”, di Davide Marinella e Paola Vesco, International Center for Climate Governance

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