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Il banco di prova del piano Renzi sui migranti

L’Italia ha presentato una proposta per gestire la crisi dei migranti, sulla falsariga dell’accordo firmato tra Ue e Turchia. Se l’obiettivo è fermare l’immigrazione illegale, bisogna affrontare in modo serio la migrazione economica. E il modello non può essere la fallimentare legge italiana.

Le strategie del Migration compact

Matteo Renzi ha inviato alcuni giorni fa ai vertici dell’Unione europea una proposta relativa a una strategia da mettere in atto per una miglior gestione dei flussi migratori (Migration compact). Partendo da una valutazione positiva dell’inquietante accordo tra Unione europea e Turchia finalizzato alla riduzione dei profughi in arrivo sulle isole greche, il nostro presidente del Consiglio propone che la collaborazione tra Ue e paesi terzi (di origine o di transito) sia rafforzata, a partire dai paesi dell’Africa. Il documento elenca le principali richieste che l’Unione potrebbe avanzare e gli elementi essenziali di ciò che potrebbe offrire come contropartita ai paesi partner.
Tra le richieste, le più importanti sono l’impegno dei partner nel controllo dei propri confini (in uscita, ovviamente) e nella riduzione dei flussi verso la Ue, la lotta contro tratta e traffico dei migranti, la cooperazione in materia di riammissione dei migranti da rimpatriare e l’innalzamento degli standard di protezione internazionale in loco. Ma, soprattutto, una scrematura dei migranti in transito verso la Ue che consenta di separare quanti abbiano bisogno di protezione internazionale dai chi emigra per motivi economici. Per i primi si potrebbero adottare misure di reinsediamento nella Ue; i secondi, se in posizione irregolare, dovrebbero essere rimpatriati direttamente dal paese di transito.
In cambio, l’Unione Europea dovrebbe offrire sostegno allo sviluppo economico dei paesi partner, nella forma di investimenti e di facilitazioni nell’accesso al mercato dei capitali. Per quanto riguarda più direttamente i movimenti migratori, l’offerta dovrebbe consistere in meccanismi di reinsediamento di persone bisognose di protezione internazionale (ma solo per i paesi che si impegnino a sviluppare sistemi nazionali d’asilo in linea con gli standard internazionali) e opportunità di migrazione economica legale. Tra queste ultime, la proposta menziona quote di ingresso per lavoratori, formazione linguistica e professionale propedeutica all’ingresso per lavoro gestita in collaborazione con le imprese europee pronte a impiegare manodopera straniera, facilitazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, programmi mirati all’inserimento di studenti e ricercatori.

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I due obiettivi

Quali sono gli obiettivi di una strategia fondata su questo scambio? Possono essere di due tipi. Il primo è quello di proteggere l’Unione Europea dai movimenti di persone. Depongono a favore di questa interpretazione la sottolineatura del ruolo repressivo che i paesi partner dovrebbero giocare nei confronti della migrazione economica – controllo delle proprie frontiere in uscita, screening dei migranti in transito, rimpatrio dei migranti non bisognosi di protezione internazionale, lotta contro i trafficanti – e la vaghezza con cui si fa riferimento alle possibilità di reinsediamento di rifugiati.
Se questo è l’intento di Renzi, è auspicabile che la proposta venga rapidamente cestinata; nulla aggiungerebbe infatti alla pochezza dimostrata dai capi di governo degli Stati membri nel fronteggiare il fenomeno in questi ultimi anni.
Un diverso, e più serio, obiettivo potrebbe consistere nel rendere inutili, prima ancora che impraticabili, i percorsi di immigrazione illegale (e rischiosa), aprendo vie legali di ingresso adeguatamente dimensionate. Per quanto riguarda la protezione internazionale, questo richiede che la Ue assuma, a regime, un impegno enormemente più serio in materia di reinsediamento, con l’attivazione di meccanismi automatici obbligatori per tutti gli Stati membri (in misura proporzionale alle capacità economiche di ciascuno).
La vicenda siriana mostra quanto l’Unione sia lontana da una risposta efficace in materia: i paesi confinanti con la Siria (Turchia, Libano e Giordania) accoglievano, alla fine del 2015, circa 4 milioni e 100mila profughi siriani, pari, in media al 4,6 per cento della popolazione di quei paesi. La Ue ne aveva accolti circa 500mila (pari allo 0,1 per cento della sua popolazione), ma non ha saputo attivare nessuna forma significativa di reinsediamento dai paesi di primo asilo, né di ricollocazione rapida di quanti fossero sbarcati in Grecia (569 profughi ricollocati nei primi sei mesi di applicazione delle decisioni del Consiglio UE, sui 105mila che dovrebbero esserlo nel termine di due anni).
La seconda condizione necessaria al raggiungimento dell’obiettivo nobile è che la migrazione economica sia trattata con sufficiente serietà. Sotto questo profilo, le proposte di Renzi sembrano però riproporre come modello la politica italiana di immigrazione per lavoro: quote di ingresso, incontro a distanza tra domanda e offerta, formazione preventiva nei paesi d’origine. Che queste scelte siano state fallimentari è dimostrato dal ricorso a cinque sanatorie negli ultimi vent’anni: l’incontro a distanza non produce rapporti di lavoro, nemmeno se è mediato dalla formazione preventiva. Peraltro, è un modello che Renzi non ha neanche tentato di sperimentare: da quando guida il governo, infatti, ha autorizzato, nell’ambito della programmazione dei flussi per lavoro non stagionale, l’ingresso di soli 9mila lavoratori. Nello stesso periodo in Italia sono sbarcate circa 320mila persone, di cui meno di 150mila hanno chiesto asilo. Probabilmente, a ottenerlo saranno poco più di 60mila. Per le restanti 260mila persone, da classificare come migranti economici, quale alternativa di ingresso legale potrebbe rappresentare una quota di 9mila ingressi?

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  1. silvano

    Le conclusioni di questo intervento ripropongono il consueto ritornello, molto in voga nel mondo economico , secondo cui l’Italia è un Paese che ha bisogno di immigrati per rispondere ai bisogni della sua economia.
    Un’affermazione che contrasta nettamente con quanto avviene sotto i nostri occhi: oltre l’11 % di disoccupati ( quasi 3 milioni di persone ) a cui vanno aggiunti un ugual numero di coloro che il lavoro non lo cercano più , rendendo il nostro Paese quello con la più bassa % di popolazione lavorativa nell’ambito dell’UE.
    In altre parole ciò che avrebbe bisogno l’Italia è di 5 milioni di nuovi posti di lavoro e non di nuovi lavoratori.
    E’ chiaro che in questo contesto l’arrivo di nuovi venuti può avere solo l’effetto di rendere sempre più traballante il nostro Welfare State già messo a dura prova dalla prolungata crisi economica, nonostante l’elevata pressione fiscale. Non sorprende quindi che vaste aree del paese, soprattutto quelle più deboli, siano estremamente preoccupate di quanto sta avvenendo negli ultimi anni sulle nostre coste.

    • giovane arrabbiato

      aggiungiamo al solito ritornello, l’altro ritornello dell’automazione che farà sparire interi settori e dunque posti di lavoro e vien da chiedersi quale effettivamente sia la logica di tali politiche

  2. Henri Schmit

    Quello che manca all’Italia che per una volta chiede delle cose giuste, cioè nell’interesse di tutti, e che si può vantare di possedere capacità operative non comuni (penso più alla marina e alla guardia costiera che ai centri di identificazione e a quelli di accoglienza), è un piano razionale per gestire il fenomeno migratorio in chiave europea, anzi dei piani operativi alternativi, delle proposte modulari sganciate dalle annose richieste di flessibilità fiscali, quindi non strumentale ma di strategia politica. La proposta degli eurobond è ottima perché sottolinea il carattere europeo del problema che esige quindi delle risposte europee. La Germania è in imbarazzo.

  3. IC

    Generalmente si classificano i migranti in (a) profughi e (b) migranti economici. In realtà i motivi all’origine della scelta di emigrare non determinata da guerra o da fame sono molteplici: pendenze con la giustizia anche per gravi reati comuni, evitare il servizio di leva lungo e pesante, situazione sanitaria precaria, accesso a scuole migliori, faide tribali, familiari e religiose, conflitti fra organizzazioni criminali, ecc

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