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L’America di Trump. E degli altri

L’America è pazza per Trump. Non tutta l’America, diciamo un quarto, che è comunque tanto. Cosa spiega questo successo? E quali sono le alternative? Esaminiamo i candidati del partito Repubblicano e chi li supporta.

Quelli che tifano per Cruz e Kasich

Partiamo da Cruz. La base di Cruz è la cosiddetta “coalizione cristiana”, ossia quei votanti che vanno in chiesa (questa è una delle tante denominazioni) e che dalla Chiesa prendono le loro visioni della politica. Molti di loro non credono nell’evoluzionismo e credono invece che Dio abbia creato gli animali e gli uomini circa 3 mila anni fa. Per questi votanti l’opposizione all’aborto è importante e a loro non piace che il governo intervenga in questioni morali. Fin dalla presidenza Reagan, la coalizione cristiana è stata determinante per il successo elettorale del partito Repubblicano.
Passiamo a Kasich, il governatore dell’Ohio. La base di Kasich è composta dai moderati e dalla business élite. Tradizionalmente chiamati “Rockefeller republicans,” sono persone che capiscono la necessità del compromesso e non sono avverse a un ruolo importante del governo, specialmente per questioni economiche.

Contro la “identity politics” della sinistra

Veniamo adesso a Trump. I suoi sostenitori rappresentano il quarto della popolazione per cui “il sistema” non funziona. Sono i lavoratori manuali e coloro che non hanno competenze specializzate che siano rivendibili nell’economia del XXI secolo. È gente che crede nei tradizionali valori americani – valori per cui lo sforzo individuale e il duro lavoro devono essere premiati.
Da 20 anni, questa gente è stata ignorata dalla politica. La sinistra ha adottato la “identity politics,” per cui l’appartenenza a un’identità (di razza, di etnia, di genere, di orientamento sessuale) rappresenta la credenziale per avere accesso a un trattamento di favore, sia nel pubblico sia anche, sempre più, nel mondo del lavoro privato. Da un punto di vista elettorale è una politica vincente, perché la somma di queste “identities” eccede il 50 per cento degli elettori. È questo il motivo per cui la destra non ha contrastato tale paradigma e lo ha parzialmente accettato.  Per ottenere voti, la destra ha concentrato il suo messaggio sulla religione e sul business.
A essere rimasti fuori sono coloro che hanno un’identità “sbagliata” , come gli uomini bianchi, chi non è particolarmente religioso e chi non fa parte della business élite. Sono questi i sostenitori di Trump. Persone rimaste spiazzate da una sinistra con un nuovo sistema di valori (la “identity politics”) che non offre vantaggi, anzi; e da una destra che parla solo di religione e che di nascosto fa gli interessi del big business.

Chi ha paura di Trump

Ecco dunque spiegato il successo di Trump nelle primarie del partito repubblicano, ma anche il possibile rischio nelle elezioni generali. A tre quarti della popolazione Trump fa paura. Non tanto, credo, per il messaggio politico, ma per la sua volubilità. Il personaggio Trump opera ai limiti del grottesco, in un universo mediatico in cui nessuna dichiarazione politica può essere presa seriamente perché Trump si riserva il diritto di ritirarla in qualsiasi momento come “uno scherzo.” La maggioranza degli elettori americani e l’élite del partito repubblicano sono sgomenti e vedono Trump come un perdente nelle elezioni generali.

Berlusconi d’America

A mio giudizio, sbagliano. A me Trump ricorda molto Berlusconi. L’esperienza di Berlusconi insegna che Trump ha tutte le carte in regola per vincere le elezioni generali. È vero che Berlusconi controllava i media, cosa che Trump non può fare. Ma è anche vero che, se Trump fosse il candidato repubblicano, non sarebbe difficile per lui reinventarsi come moderato abbassando il tono delle sue dichiarazioni. In tal caso Hillary Clinton (assumendo che lei sia la candidata democratica) si troverebbe davanti un avversario con un talento mediatico pari a quello di Berlusconi e con il supporto di una fascia importante della popolazione. A quel punto, come si dice, “all bets are off”, fine delle scommesse.

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  1. davide445

    Un articolo veramente interessante, chiaro non banale e con punti di vista informativi.
    Non mi ero reso conto di essere tra gli “altri” fuori dai target elettorali, non essendo una minoranza (di questo si parla con la identity politics: la somma delle minoranze), non essendo un executive, essendo un outlier di eleva formazione. In fondo ora capisco perché anche da noi non mi sento rappresentato da nessuna formazione principale, dato non sono loro target. Quanto al Berlusconi d’America fa paura pensare ad un personaggio che ha meno scrupoli che savoir vivre alla guida della nazione con il maggior apparato militare al mondo.

  2. Salvatore Modica

    Ciao Nicola,
    sono d’accordo che Trump è sottovalutato ma la differenza è che SB aveva un partito ai suoi ordini, mentre il partito di Trump non lo vuole.
    Il GOP si è malamente incartato e secondo me resterà a terra per un bel po’. Assumendo che T non riesca a vincere “solo contro tutti”, che sarebbe un bel problema, io vedo un futuro di dem-Clinton-WallStreet contro dem-Sanders-“M5S” (che sono lì per restare).

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