Voluntary disclosure e attuazione della riforma tributaria caratterizzano la politica tributaria dei due anni di governo Renzi. La prima misura non è un condono e mira a costruire un dialogo più costruttivo fra contribuente e fisco. La seconda ha alcuni meriti, ma non ha riformato il catasto.

L’attenzione al dialogo contribuente-fisco

Quattro gli eventi decisivi di due anni di governo Renzi: gli 80 euro per i lavoratori dipendenti; la voluntary disclosure; l’attuazione della delega per la riforma tributaria; la legge di stabilità 2016.
Il primo intervento attiene alla politica economica più che a quella tributaria. Aveva il dichiarato obiettivo di riequilibrare la ripartizione del carico fiscale fra capitale e lavoro e dare una spinta alla ripresa dei consumi. Richiede misurazioni macro-econometriche più che giudizi di sistema. Lascio, quindi, la parola agli economisti, avendo ben poco da aggiungere in termini di appropriatezza della misura a modificare il sistema tributario in sé.
Il secondo intervento è stato, invece, ben più rilevante e incisivo sotto il profilo sistematico. Si iscrive, infatti, fra quei provvedimenti tesi ad agevolare un dialogo più costruttivo fra contribuente e fisco. Nessun perdono, ma mera ricostruzione di base imponibile per la ricchezza sottratta a tassazione. Gli sconti concessi sulle sanzioni, amministrative e penali, sono strada obbligata per provvedimenti del genere; conta, però, che stavolta lo Stato non si è presentato col cappello in mano, ma con la frusta di chi raggiunge accordi con ex paradisi fiscali per spianare la strada a inseguimenti sempre più ravvicinati e brandendo la minaccia vera di discoperta di altarini a lungo celati con la complicità di quegli stati. Un flop è stata, semmai, l’estensione della voluntary alle ricchezze nascoste nazionali. Segno che si teme più la collaborazione delle amministrazioni straniere (Svizzera in testa) che l’efficienza di quella italiana. I risultati economici complessivi dell’operazione sono stati, a ogni modo, positivi. E ciò sia per l’atteggiamento attento e concreto tenuto dall’amministrazione, sia per il coinvolgimento della classe professionale in una collaborazione portatrice di reciproci vantaggi. Sul sentiero della voluntary vanno, poi, annoverati come positivi gli accordi di collaborazione costruiti con le amministrazioni di altri paesi, primi fra tutti alcuni rilevanti paradisi fiscali (Svizzera, Monaco, Liechtenstein, Singapore, per esempio). E nella stessa direzione vanno pure le misure – in genere nazionali – che estendono le ipotesi di ricorso al “ravvedimento operoso”. Anche qui i tributi dovuti si pagano per intero e i benefici si misurano solo in termini di sanzioni ridotte.

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Luci e ombre della riforma tributaria

Ma il piatto forte resta l’attuazione della riforma tributaria. La si voleva “Riforma” con la R maiuscola; ma il risultato non è stato all’altezza delle aspettative. Confermo, quindi, che si tratta di una “riformetta”. È rimasta fuori, infatti, la revisione del catasto e quella che potremmo definire in senso lato della fattura elettronica. Due strumenti assai potenti per la lotta all’evasione fiscale. Non facili da attuare: ma se con l’informatica non si fa questo, è meglio cambiare mestiere. Del resto, è proprio il vanto di un fisco ormai informatizzato che è stato speso per giustificare l’innalzamento dell’uso del contante (da mille a 3mila euro). Il fisco informatico funziona, dunque, per i contanti ma non riesce a mappare il territorio né a obbligare le imprese a trasmettere i loro dati in tempo reale all’amministrazione finanziaria?
La riforma, però, alcuni meriti li ha per davvero. Il sistema sanzionatorio, incluso quello penal-tributario, aveva bisogno di una buona manutenzione e l’ha avuta. Le ipotesi penalmente rilevanti sono state ridotte per rendere il procedimento penale utilizzabile solo dove maggiore è la antisocialità della condotta e anche per decongestionare tribunali già oberati di lavoro. Meglio pochi processi che si chiudono che molti procedimenti che si aprono e poi muoiono per prescrizione. Al tempo stesso, la sanzione amministrativa è stata meglio mirata per graduare la sua applicazione alla pericolosità dei comportamenti. E in corrispondenza con la diversa articolazione del sistema sanzionatorio si è intervenuti, altresì, sul procedimento amministrativo-tributario. Anche qui c’era bisogno di un’importante manutenzione poiché l’ultimo intervento sistematico risaliva al 1982. L’aggiornamento è stato condotto sul filo del ravvicinamento del processo tributario al processo civile, non trovando più adeguata ragione le differenze fra i due, originariamente concepite ipotizzando un presunto bisogno di semplificazione del primo a discapito della terzietà del giudice adito.
Positivo e di rilievo l’intervento sugli strumenti di dialogo fra amministrazione e contribuenti col varo dell’adempimento collaborativo (cooperative compliance) e la migliore regolamentazione dell’istituto dell’interpello. Questo intervento prelude a un fisco che dialoga col contribuente – perlopiù impresa – mentre questi fronteggia situazioni di particolare difficoltà e mira a trovare elementi di componimento idonei a evitare l’insorgere di una lite. In tale contesto va letto anche l’intervento che regolamenta l’elusione fiscale. Peraltro, se non si trova l’accordo, si affronterà una lite di cui si conoscono già i termini. Da un lato, quindi, maggiore chiarezza; dall’altro minori liti e gettito più sicuro. Viene solo da domandarsi come si fa a caricare di questi nuovi – e qualitativamente pesanti – compiti l’amministrazione finanziaria e non pensare agli strumenti con cui deve adeguarsi alla novità. Insomma, l’invocata collaborazione ha prospettive concrete o è scritta solo sulla carta?
La legge di stabilità 2016 si segnala, infine, per i super-ammortamenti e l’abbassamento dell’Ires al 24 per cento (dal 2017); ma anche per l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Bene i primi provvedimenti, meno bene la seconda. Molto rumore e poca sostanza.

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