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Mi illumino di meno. E anche meglio

L’Italia è sul podio internazionale per uso di energie rinnovabili ed efficienza energetica. Alla vigilia dell’iniziativa “M’illumino di meno” pare che il nostro paese si illumini anche meglio. I numeri però vanno letti con attenzione. E soprattutto vanno resi sostenibili, finanziando la ricerca.

Italia in zona medaglia

Il 19 febbraio l’Italia spegne le luci, grazie a “M’illumino di meno”. Promossa dalla trasmissione Caterpillar di Radio 2, l’iniziativa è un momento di sensibilizzazione sull’uso responsabile dell’energia. Per una fortunata coincidenza arriva quest’anno insieme a una pubblicazione di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, dedicata alle fonti rinnovabili. Dalla quale emerge che l’Italia s’illumina sempre meglio. Anche se con qualche ombra. Eurostat afferma che le rinnovabili guadagnano terreno nell’UE. Nonostante vari fattori, tra i quali la crisi economica, la frazione dovuta alle rinnovabili del consumo finale lordo di energia continua a crescere (figura 1) e si assesta al 16 per cento nel 2014. Lo stesso accade per la produzione di energia primaria da fonti rinnovabili con un +1,6 per cento a livello europeo nel 2014 e per la generazione di energia elettrica da rinnovabili, cresciuta del 4,9 per cento rispetto al 2013.

Figura 1 – Andamento della frazione dovuta alle rinnovabili del consumo finale di energia nell’Unione Europeamartin

Fonte Eurostat

Notizie positive anche per l’Italia. Con il 17,1 per cento del consumo finale lordo di energia proveniente dalle rinnovabili, il nostro paese raggiunge con sei anni di anticipo l’obiettivo del 17 per cento che si era prefisso per il 2020 (figura 2). Risultato accompagnato da una frazione consumo totale di energia elettrica proveniente da rinnovabili pari al 33 per cento, tra le migliori in Europa. Secondo l’American Council for an Energy-Efficient Economy (Aceee), importante organizzazione non-profit americana, l’Italia va sul podio anche per efficienza energetica. Nel suo rapporto “2014 International Energy Efficiency Scorecard”, un dettagliato studio delle sedici maggiori economie mondiali, l’Italia si classifica seconda, dietro la Germania (figura 3). È un risultato importante, dato che usare meno energia per ottenere gli stessi risultati riduce costi e inquinamento, ed è quindi alla base di un’economia più competitiva.

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Figura 2 – Frazione del consumo finale di energia dovuta alla rinnovabili nel 2014 e obiettivi 2020 per gli stati dell’Unione Europea

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Fonte Eurostat, tratta da Climate Central

Lo stesso rapporto Aceee documenta l’efficienza energetica anche con un dato più grezzo, ovvero il consumo lordo di energia utilizzato per produrre un dollaro di prodotto interno lordo. Qui l’Italia è al terzo posto, dietro Giappone e Gran Bretagna, in linea con i dati del World Energy Council, che pure ci vedono ben posizionati in termini di efficienza energetica.

La ricerca è indispensabile

Missione compiuta? No, e non si può dormire sugli allori, perché il risveglio può essere brusco. Occorre continuare su una strada virtuosa, con investimenti e politiche energetiche coraggiose e lungimiranti, che rendano i risultati di oggi sostenibili. E occorre leggere i numeri con attenzione. È vero che il traguardo 2020 del 17 per cento per la frazione “rinnovabile” di consumo finale di energia l’abbiamo raggiunto con sei anni di anticipo, ma è anche vero che si tratta comunque di un obiettivo più basso di quello che si sono dati altri paesi europei. Ed è stato centrato sì grazie a un aumento delle rinnovabili, ma anche a una diminuzione globale dei consumi energetici a causa della crisi. Se l’economia riparte, con la nostra forte dipendenza da fonti fossili, il traguardo potrebbe allontanarsi di nuovo. Un segnale da tener presente, ad esempio, è quello che viene dal bollettino di Assoelettrica, che riporta recentissimi dati (l’indagine Eurostat si ferma al 2014): nel 2015, per la prima volta dal 2008, è calata in Italia la produzione di energia elettrica da rinnovabili. Ciò a causa di fenomeni naturali e alla contrazione delle politiche di incentivazione. Il che ci ricorda che gli incentivi non bastano e che energia significa scienza e tecnologia. Uno sviluppo energetico sostenibile – ancor di più in un paese oggi dipendente dall’estero per il suo fabbisogno energetico – passa obbligatoriamente attraverso investimenti in ricerca e sviluppo. Oggi purtroppo le nostre spese in ricerca scientifica si fermano all’1,29 per cento del Pil. Meno della metà di quelle della Germania, che ha un ambizioso programma di ricerca sull’energia, e dove, giusto per fare un esempio, solo pochi giorni fa la cancelliera Merkel ha inaugurato un grande esperimento per lo studio dell’energia da fusione, l’energia delle stelle (settore nel quale peraltro l’Italia ha una tradizione d’eccellenza). Pochi investimenti in ricerca significano perdita di risorse umane qualificate e di competitività, elementi dei quali oggi, nonostante tutto, il nostro paese è ancora ricco. Un capitale da non sperperare, che non durerà a lungo se non ci si investe. Difficile fare molta strada laddove il futuro energetico sarà sempre meno quantità e sempre più qualità. Spegniamo le luci che non servono, dunque, ma non quelle dei laboratori e delle aziende dove può rinascere l’Italia.

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Figura 3 – Classifica dei paesi per efficienza energetica

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Fonte: Aceee 2014 International Energy Efficiency Scorecard

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Il brusco addio all’Ad

  1. Sono il Chairman of the Board di una rete europea che si occupa degli asset della sanità, in primis degli ospedali EuHPN. Mi domando come ci si possa rallegrare della situazione italiana. I manager ospedalieri continuano a pensare che risparmio ed efficienza energetica, riduzione di emissione di gas climalteranti NON SIANO affari loro. Questo mentre in moltissimi paesi europei si è diffusa la consapevolezza dell’importante ruolo che le strutture sanitarie, tra le più energivore, possono avere, sia nel loro diretto funzionamento, sia per il condizionamento che possono esercitare sulla filiera dei prodotti e servizi che acquistano. E’ proprio assurdo che vantiamo primazie italiane, quando mettendo appena il naso fuori dal bel paese, non si può che rendersi conto di quanto siamo insensibili a tutte le problematiche del cambiamento climatico, a cominciare, ripeto dalla sanità, a dispetto dell’azione meritevole di alcune organizzazioni quali ISDE (in italiano: Associazione Medici per l’ambiente) o SIAIS (Società Italiana per l’Architettura e l’Ingegneria in Sanità). Ho provato più volte ad attrarre l’attenzione su questo settore di importanti Fondazioni, Club ecc.. senza successo. Siamo riusciti a far inserire un “pensierino” sull’efficienza energetica negli Ospedali all’allora Ministro Balduzzi, ma si è disperso velocemente, malgrado evidenti risultati POSITIVI sul taglio dei costi. Ci sono dati ed esempi, ma troppo poca cultura civica. Prof. Arch. Simona Ganassi Agger

    • Piero Martin

      La ringrazio per la sua osservazione. L’intento dell’articolo non è certo quello di una acritica celebrazione, come peraltro la seconda parte ben evidenzia. Ci sono dei dati, provenienti da fonti autorevoli, che abbiano cercato di leggere e di commentare in maniera approfondita – per quanto naturalmente lo consente lo spazio di un articolo. Credo sia giusto prendere atto di come dati oggettivi descrivono il nostro Paese, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi. E soprattutto ragionare su cosa occorre fare per rendere sostenibile e duraturo un processo di uso responsabile dell’energia e di sviluppo di fonti libero da CO2. Concordo con lei che in questo percorso una sempre maggiore sensibilizzazione e formazione dei consumatori – inclusi quelli “grandi” – e’ assai importante.

    • Alessandro

      A me sembra invece innegabile lo sforzo pluriennale condotto dall’Italia sul tema delle rinnovabili, mentre altri Paesi europei basano tuttora il basso costo della propria energia sul contributo decisivo e ultrainquinante di obsoleti reattori nucleari e immensi giacimenti petroliferi.
      Per esempio, l’Italia ha stanziato grandi finanziamenti per il fotovoltaico diffuso. I Paesi a cui dovremmo ispirarci “mettendo appena il naso fuori dal bel paese” hanno fatto altrettanto?
      I loro cittadini hanno pagato miliardi e miliardi di tasse per favorire la diffusione dei pannelli?
      Noi sì.
      Non sono informato sulla situazione della sanità e non ho motivo di non credere a quanto riportato nel commento. Spero che si intervenga al più presto anche in quelle strutture per migliorare il meritatissimo e oggettivo QUASI-PRIMATO MONDIALE dell’Italia sul tema delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

  2. luigi

    Prendo spunto dall’intervento di Simona Agger per fare una considerazione di carattere generale. L’articolo evidenzia, almeno per una volta, un’Italia ai primissimi posti in quello che è senz’altro un settore strategico e fondamentale: quello energetico e relativi approvvigionamenti. Tra l’altro evidenziando il fatto di non sedersi sugli allori. E come viene commentato? Che negli ospedali non c’è attenzione al risparmio energetico? Cosa c’entra il microcosmo del lettore con l’argomento di carattere generale! E lo spreco dell’illuminazione pubbilca allora, sarà ben più imponente di quella degli ospedali no?Possibile che in Italia non si riesca mai a stare fuori dalla visione del proprio orticello?

  3. Emanuele Massetti

    “È un risultato importante, dato che usare meno energia per ottenere gli stessi risultati riduce costi e inquinamento, ed è quindi alla base di un’economia più competitiva.”

    Questo non e’ esatto: non si tiene conto del costo (sussidi inclusi) sostenuto per aumentare l’efficienza e per finanziare le rinnovabili. Costo elevato per l’Italia, perche’ l’Italia e’ gia’ efficiente.

    Espandere cosi’ velocemente le rinnovabili e’ stato poi un costo inutile. Soprattutto in una fase di contrazione della domanda, durante la quale non serviva introdurre nuova capacita’ di generazione (cosa notata anche dall’autore).

    I benefici ambientali delle rinnovabili sono probabilmente modesti. Il gas naturale ha poche emissioni dannose. E non mi risulta che i sussidi siano stati calcolati facendo considerazioni ambientali.

    l’Italia, con un’economia a pezzi, ha sovvenzionato generazione di energia elettrica costosa. E lo ha fatto piu’ rapidamente di quanto richiesto. Scelta kamikaze, una come tante altre.

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