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Politiche efficaci per i giovani in cerca di lavoro

La disoccupazione giovanile è un problema di tutta Europa. In Italia si assesta tra il 40 e il 50 per cento. Su quali servizi investire per aiutare i giovani a trovare lavoro? Vantaggi e svantaggi di programmi di accompagnamento, formazione, incentivi occupazionali e posti finanziati dallo Stato.

Un confronto fra paesi

La disoccupazione giovanile in Europa è una ferita che non si rimargina. Il tasso medio comunitario è oltre il 20 per cento, con alcuni paesi, fra cui l’Italia, che si assestano tra il 40–50 per cento. Uno dei principali motivi della difficoltà dei giovani nel trovare lavoro consiste nella loro scarsa esperienza lavorativa (è bene sottolineare non competenza), che provoca frequenti e talvolta prolungati periodi di disoccupazione. I modesti risultati raggiunti finora dalla Garanzia giovani rivelano un problema di attuazione del programma e di copertura economica, ma anche supponendo di risolvere le due questioni, resta un dubbio: su quali servizi investire i soldi per le politiche del lavoro affinché siano più efficaci.

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Il tema è al centro dell’attenzione dei governi regionali alle prese con l’attuazione del decreto del Jobs act che ridisegna i servizi per l’impiego. Cerchiamo di rispondere a queste domande attraverso una sintesi del lavoro di meta-analisi svolto da Caliendo e Schmidt (2016), soffermandoci su Germania, Regno Unito e Francia.

Riquadro 1 – Servizi e politiche attive del lavoro: definizione, descrizione ed effetti

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Fonte: Caliendo Schmidt (2016)

Il riquadro sugli effetti deve tener conto dello specifiche caratteristiche del tessuto produttivo locale. In più, in genere qualsiasi politica del lavoro risulta ininfluente quando si è in una fase di recessione, mentre può ottenere risultati incoraggianti quando l’economia è in ripresa. I dati sui servizi di accompagnamento al lavoro (informazioni sui posti vacanti; certificazione e bilancio delle competenze, coaching nella stesura di un curriculum vitae e ricerca di un posto di lavoro da parte di funzionari qualificati dei centri per l’impiego) sono in buona parte positivi, anche se nel Regno Unito, così come in Germania, gli effetti sono soprattutto di breve periodo. Nel lungo periodo, lo strumento è efficiente, ma non efficace. Infatti, le azioni di “assistenza-controllo” se reiterate nel tempo sembrano favorire il ritiro dei beneficiari dal mercato del lavoro. Anche se ricevono un sussidio, infatti, i giovani preferiscono tornare a carico della famiglia di origine, piuttosto che cercare attivamente tutti i giorni un lavoro che non riescono a trovare. Tale comportamento riflette un effetto di “scoraggiamento” di alcuni soggetti impossibilitati a trovare un lavoro. In tema di delega al privato, Finn (2011) sottolinea come l’effetto dei voucher di ricollocamento sia in generale positivo, soprattutto per i target di soggetti “appetibili” al mercato che necessitano al massimo di una traiettoria verso il lavoro, mentre sia le agenzie private del lavoro, sia gli operatori no-profit (come associazioni, cooperative o fondazioni) sembrano ottenere scarsi risultati nei confronti dei soggetti più difficili da ricollocare e da più tempo disoccupati.

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Formazione e incentivi

Gli effetti della formazione sono diversi da un paese all’altro e non consentono precise “raccomandazioni” ai governanti. Sicuramente, a incidere sono le aspettative e le competenze dello stesso disoccupato; inoltre non sempre gli effetti si osservano nel breve periodo e non sempre l’elemento di riferimento può essere l’aver ottenuto o meno un posto di lavoro nell’immediato. In Germania, il modello d’istruzione duale, caratterizzato da un sistema consolidato di apprendistato scolastico e di formazione professionale, permette ai giovani un più rapido ingresso nel mercato del lavoro. Tuttavia, gli autori sottolineano come una buona parte del successo di questi strumenti sia in realtà dovuta alla combinazione con generosi sgravi contributivi, piuttosto che alla sola formazione in sé. In Italia, la formazione è sempre stata la regina delle politiche del lavoro. Purtroppo, le analisi realizzate mostrano come spesso gli enti siano stati più impegnati a riempire le classi che a rispondere alle esigenze di competenze delle imprese sul territorio. La vera “panacea” delle politiche attive del lavoro sono gli incentivi occupazionali, nonostante non manchino i rischi relativi a eventuali “effetti di sostituzione”: i beneficiari prendono il posto di altri soggetti che non portano gli stessi vantaggi all’interno dell’impresa. Come sottolineato in precedenti ricerche (Card, Kluve e Weber, 2910), anche relative al nostro paese (Ciani e De Blasio, 2015), gli incentivi economici rappresentano lo strumento più efficace, almeno nell’immediato, per ricollocare i disoccupati. I programmi che ottengono i risultati peggiori, causando più problemi che soluzioni, sono senz’altro i lavori nel settore pubblico finanziati dallo Stato. In Germania, come nel Regno Unito e in Francia, sono programmi destinati prevalentemente ai giovani più svantaggiati che generano l’effetto “indesiderato” di ridurre lo sforzo nella ricerca di impieghi “concreti” nel mercato del lavoro, divenendo una sorta di freezer temporaneo che non offre nessun contatto con la domanda di lavoro, anzi addirittura ne allontana i destinatari che una volta tornati nello stato di disoccupazione devono ricominciare da capo la ricerca di lavoro. In sintesi, l’indagine ci porta a suggerire per l’Italia un mix tra programmi di accompagnamento al lavoro e incentivi occupazionali, lasciando la formazione professionale per alcuni target specifici di soggetti ed evitando il più possibile programmi di creazione diretta del lavoro.

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Spese dei comuni: quanto vale il pareggio di bilancio

  1. Quando si parla di “disoccupazione giovanile al 40 – 50% ci si riferisce alla disoccupazione nella fascia di età 15-24 che la stessa Istat considera ormai poco significativa per evidenti motivi, dato che buona parte dei giovani di quell’età non partecipano al mercato del lavoro e quelli che vorrebbero farlo sono evidentemente poco qualificati. Non a caso questa dizione è scomparsa dai comunicati Istat, come ho segnalato nel post all’indirizzo segnato qui sopra, sostituita da una più corretta presentazione mensile per fascia di età. Vorrei sapere se lo schema delle esperienze estere descritte dagli autori si riferisce proprio ai 15-24 o a una fascia di età più ampia.

  2. Massimo M.

    La formazione professionale in Italia, sicuramente in Lombardia e quella pubblica, non funziona. Le scuole professionali sono formate, per i primi 2 anni da ragazzi che sono ora obbligati ad andare a scuola sino a 16 anni ma che non vorrebbero farlo ed un tempo andavano a lavorare e venivano disciplinati dagli adulti del lavoro. Inoltre, i peggiori come comportamento e risultati scolastici della ormai disastrata scuola media, si iscrivono tutti alle scuole professionali. Immaginate 25-30 alunni ( solo al sud Italia le scuole sono di 15 allievi per classe) tutti assieme; tutti i teppistelli del territorio di riferimento della scuola uniti in una unica classe, cosa può accadere? A lezione non si fa nulla, ma proprio nulla, solo sorveglianza perchè non si facciano male. Nessuno compera i libri, non portano la penna, fumano stupefacenti, e tutti fingono che vada bene. Il carrozzone scuola serve solo per pagare stipendi a personale poco motivato, a insegnanti che dovrebbero fare gli assistenti sociali o i Carabinieri, e a nessuno interessa insegnare ai quei pochi ragazzi meritevoli e poveri ( il 20% dei presenti) qualcosa di utile, veri vittime della situazione. In Lombardia gli allievi sono quasi tutti extracomunitari e se italiani, sono portatori di handicap, esclusi dalle scuole private perchè troppo rumorosi in aula. Renzi e la sua cattiva scuola si capisce chi è… ma mi chiedo gli industriali Lombardi dove sono, fingono anche loro di fare industria?

  3. Andrea C.

    Scusate, nella tabella si parla di “profiling” ma nell’articolo originale non si menziona. Potete chiarire? Grazie

  4. AVV. ANIELLO SANDOLO

    i governi dei paesi ricchi hanno scelto di sollevare l’età pensionabile in quanto in tal modo ritardano il pagamento di ulteriori pensioni.costoro inoltre pagano le relative tasse e inoltre si riduce la forbice tra conseguimento pensione e decesso. Ma questa è una scelta sciagurata in quanto si tiene fuori mercato del lavoro la generazione giovane quella maggiormente produttiva che ha maggiore propensione alla spesa e in tal modo si trattiene nei luoghi di lavoro personale anziano con scarsa capacità lavorativa e produttiva e inoltre con il massimo della retribuzione.
    Queste a mio parere sono scelte politiche ed economiche disastrose.
    Ancora una volta, come ripeto da anni,queste scelte fatte da nonni e padri falliti stanno spegnendo il futuro del nostro paese rappresentato dai giovani. onde evitare questo disastro suggerisco di limitare, come ci dice la stessa medicina del lavoro, l’età lavorativa entro i 63 anni.
    La scarsa capacità lavorativa con relativa capacità produttiva determina effetti negativi sull’economia ed in particolare annula il pluswvalore di marxiana memoria per cui favorisce la delocalizzazione delle attività produttive .
    questo mio commento fa parte di un corpus unico che comprende PENSIONIU – SANITA’ – RIORDINO EE. LL.
    AVV-. ANIELLO SANDOLO

    • Francesco Romano

      Sostenere che aumentando l’età pensionabile si contribuisc a tenere fuori dal mercato del lavoro le nuove generazioni è inesatto in quanto si assume implicitamente che il mercato del lavoro ha a disposizione solo un determinato numero di posti di lavoro, non modificabile. Inoltre, il 65enne o 70enne di oggi è molto diverso dal 70enne di 50 anni fa. Innanzitutto le generazioni di oggi vivono più a lungo quindi è ipoteticamente possibile sfruttarne la produttività più a lungo. Infine è bene non dimenticarsi come spesso un uomo o una donna in pensione possono “appesantire” la società in quanto meno attivi fisicamente ed a livello cognitivo.

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