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Per gli enti locali regole fiscali più semplici *

Nella loro interessante riflessione, Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon discutono soprattutto la nuova regola fiscale introdotta dalla legge di stabilità 2016 per gli enti locali in sostituzione del patto di stabilità interno. Pur apprezzandola, si sostiene che

a) sia una mera semplificazione della disciplina prevista a regime (la legge 243/12);
b) non sia del tutto efficace, in mancanza di una modifica permanente della suddetta legge 243;
c) non sia risolutiva per quanto concerne la ripresa degli investimenti pubblici locali.

Non solo una semplificazione della legge 243

Qualche considerazione su ciascun aspetto.
La nuova regola non si limita a ridurre e razionalizzare i vincoli (otto) che nel 2012 il legislatore aveva previsto dover sostituire il vincolo (uno) del patto di stabilità interno a partire dal 2017. Mi si lasci aggiungere che, anche qualora fosse così, difficilmente mi sentirei di segnalarla come criticità: il passaggio all’unico saldo di competenza non solo semplifica rispetto agli otto che sarebbero entrati in vigore in assenza di un intervento, ma migliora notevolmente la situazione rispetto al vecchio vincolo del patto di stabilità. Quest’ultimo infatti, essendo basato sulla competenza mista, conteneva un endogeno freno agli investimenti pubblici. Per rispettare il saldo-obiettivo, infatti, un sindaco aveva sostanzialmente tre scelte: aumentare le entrate correnti di competenza (la pressione fiscale locale), diminuire le uscite correnti di competenza (attuare una spending review strutturale e permanente), o diminuire i pagamenti di cassa in conto capitale. Al contrario delle prime due, la terza opzione aveva un costo politico molto basso: in fondo si trattava di bloccare i pagamenti di opere pubbliche già finanziate, o addirittura già ultimate. E di fronte alle sacrosante lamentele delle ditte appaltatrici in crisi di liquidità si poteva sempre dar la colpa al patto. Il passaggio al vincolo di competenza rafforzata sia per la parte corrente che per quella in conto capitale non solo elimina alla radice il problema, ma rende il nostro sistema di vincoli di politica fiscale – da Bruxelles fino all’ultimo comune – più coerente: tale saldo infatti è quello che meglio approssima l’indebitamento netto della pubblica amministrazione, misurato da Eurostat in termini di competenza economica.
Ma l’intervento non si limita a questo. Si sospende, in attesa di cancellarlo, anche quel meccanismo (articoli 11 e 12 della legge 243) secondo cui in caso di output gap nazionale positivo, lo Stato avrebbe dovuto calcolare e prelevare dai bilanci di 8mila comuni, 110 aree vaste e 20 regioni la quota di entrate locali dovute alla positività del ciclo, e viceversa in caso di output gap negativo. Un meccanismo che funziona molto bene al calduccio nelle nostre aule universitarie. Più difficile credere che chi nel 2012 l’ha pensato possibile per i livelli di governo subnazionali, da tali aule universitarie sia mai uscito.

Nessuna incertezza

Il secondo aspetto contiene un’assoluta verità. In mancanza di una modifica della legge 243, dal 2017 il sistema sopra descritto entrerebbe in vigore. Ma, come notano gli stessi autori, il governo ha già annunciato un intervento, che verrà sottoposto al parlamento nelle prossime settimane.
Se – come credo e spero – i tempi saranno strettissimi, l’effetto negativo di incertezza pluriennale che giustamente viene sottolineato verrà totalmente azzerato (poiché la stragrande maggioranza dei comuni non ha ancora approvato il bilancio pluriennale).

La ripresa degli investimenti

Il terzo aspetto infine è alquanto ingeneroso. Le tre novità della nuova regola (inclusione del fondo pluriennale vincolato, azzeramento del saldo-obiettivo e fuoriuscita della cassa dal sistema dei vincoli) produrranno un incremento degli investimenti locali di almeno 3 miliardi l’anno (stime Anci), che corrisponde a un incremento del 12 per cento degli investimenti realizzati nel 2015 dalle amministrazioni locali. I quali rappresentano la gran parte della spesa pubblica in conto capitale. In un momento in cui l’incremento dei nostri investimenti pubblici è particolarmente auspicato (anche da Bruxelles), non mi pare una cosa da poco. Soprattutto se si innesta su segnali incoraggianti che già ci sono. Nel 2015 – anno in cui il governo Renzi allenta del 60 per cento il patto di stabilità per i comuni – i bandi di gara per la realizzazione di opere pubbliche comunali aumentano sia in numero (+12,6 per cento) che in valore (+30,4 per cento) rispetto al 2014 (dati Cresme Europa Servizi, ripresi da Il Sole-24Ore del 24 gennaio).
In attesa di interventi sull’autonomia tributaria (giustamente evocati), in questi due anni il governo in tema di finanza locale ha affrontato due nodi strutturali. Sulla spesa in conto capitale l’addio dopo diciassette anni al patto di stabilità, con l’adozione di una nuova regola che stimola gli investimenti. E sulla spesa corrente l’addio dopo trentotto anni al criterio della spesa storica, con l’adozione graduale di un sistema basato su fabbisogni standard e capacità fiscale. Come inizio non c’è male, no?

* Consigliere economico del presidente del Consiglio per la finanza pubblica

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  1. Davide Giacomini

    Sì, non c’è male. Adesso è importante abbandonare la spesa storica e moderare i benefici degli enti locali nelle regioni a statuto speciale. Il blocco del turn over solo negli enti sovradimensionati, tipo Acireale

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