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Atenei tra tasse e qualità didattica

Ringrazio per i commenti ricevuti, utili e interessanti, ad alcuni dei quali ho risposto specificamente. Vorrei tuttavia aggiungere un paio di precisazioni, stimolate dalle reazioni dei lettori.


La discussione si è sostanzialmente appuntata sull’equità e possibilità di un sistema che correli la tuition pagata dagli studenti alla qualità del servizio, in proporzione a indici di capacità contributiva. Il punto centrale della mia proposta, o almeno ciò che la suggerisce, è però un altro, e infatti prendeva le mosse dal problema del reclutamento dei docenti. Si tratta di come creare negli atenei un sistema di incentivi che spinga dipartimenti e professori già incardinati ad assumere e promuovere i ricercatori e i docenti migliori, nell’interesse di studenti e produttività scientifica. Per chiarezza, aggiungo anche che ovviamente i miei esempi numerici sono solo esemplificativi, per mettere sul tavolo un’idea, peraltro sostenuta da molti, che naturalmente andrebbe studiata attentamente sapendo che il diavolo, spesso, si nasconde nei dettagli.
Il principio che affermo è semplicemente quello di legare maggiormente le sorti di un ateneo alla sua capacità di attrarre studenti, tramite la reputazione dei suoi docenti e ricercatori. Ciò non esclude naturalmente che oggi ci siano in Italia eccellenti studiosi ed eccellenti studenti, che in Italia (con forse maggiori difficoltà e sacrifici) o all’estero ottengono importanti risultati.
Il risvolto della medaglia è quello di chiarire agli studenti che le università non sono tutte uguali, favorire la possibilità degli studenti di scegliere il percorso di studi, e aumentare la flessibilità delle università.
Ciò richiederebbe che una percentuale maggiore del finanziamento delle università derivi da una sana competizione, piuttosto che da decisioni più o meno illuminate e sistemi più o meno funzionali, ma comunque burocratici e “dall’alto”. Le tasse universitarie, per chi può, dovrebbero dunque avere una qualche correlazione al livello di servizio offerto, cosa oggi sostanzialmente impossibile anche per i vincoli legali imposti ai singoli atenei. Questo spiega anche perché la tassazione generalizzata e progressiva (naturalmente desiderabile) non è un buon sistema per correlare risorse che giungono agli atenei con i servizi offerti. Essa richiede infatti un sistema redistributivo gestito dallo Stato in cui dal centro si distribuiscono le risorse in base a criteri spesso discutibili.
Non ho però parlato di un mercato selvaggio e spietato, bensì di un mercato regolato, in cui lo Stato avrebbe un ruolo nel certificare una qualità minima dei docenti (come già fa tramite la ASN), nell’imporre un sistema di borse di studio con effetti redistributivi, nel disciplinare le informazioni da fornire agli studenti ad esempio sul tasso di occupazione dei laureati di una specifica università, nel favorire anche fiscalmente le donazioni private alle università, nel sostenere settori di ricerca altrettanto importanti culturalmente e scientificamente, ma meno in grado di attrarre studenti. Conosco bene i disastri di una certa parte del sistema educativo americano, e il problema enorme del debito degli studenti. Ma quelle distorsioni sono appunto state figlie di una deregolamentazione selvaggia, che nessuno qui ha suggerito. Di contro, alcune eccellenze riconosciute in tutto il mondo dei sistemi anglosassoni (e non solo), sono state rese possibili anche grazie alla flessibilità.
Vi sono studiosi che hanno dedicato e dedicano buona parte della propria ricerca a questi temi, e il loro contributo – sulla sostanza dei problemi – è imprescindibile. Io non sono tra questi. Ma affermare che sarebbe meglio che i professori universitari, a meno che si occupino prevalentemente nei propri studi proprio di sistemi universitari ed educazione superiore, non possano discuterne in quanto incompetenti, è come dire che gli studenti universitari non possono parlare di università, o che un operaio non possa parlare di mercato del lavoro o politiche industriali, dovendo lasciare il tema esclusivamente a studiosi della specifica materia e policy makers. Questo, sì, potrebbe ritenersi elitario.

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  1. bob

    “Il principio che affermo è semplicemente quello di legare maggiormente le sorti di un ateneo alla sua capacità di attrarre studenti, tramite la reputazione dei suoi docenti e ricercatori. Ciò non esclude naturalmente che oggi ci siano in Italia eccellenti studiosi ed eccellenti studenti, che in Italia (con forse maggiori difficoltà e sacrifici) o all’estero ottengono importanti risultati.” Caro professore quello che Lei sostiene non si ottiene con leggi o imposizioni dall’alto si ottiene con un senso civico coltivato nel tempo e che forma la struttura stessa di un Paese civile. Al bambino si insegna a dire “grazie” e ” buon giorno” successivamente si insegnano le regole (leggi) che devono avere un terreno di coltura per essere applicate e rispettate altrimenti appassiscono. Le Università in Italia sono state sviluppate come gli aeroporti ogni politico si faceva il suo, addirittura creando Facoltà ridicole pur di “riempire il contenitore”. Questo è il problema di fondo da qui bisogna partire. Un aeroporto ad Albenga non può esistere ….per dirla con una battuta

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