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Economia di mercato pianificata. Ossimoro cinese

Dalla fine del 2014, il rallentamento della crescita cinese preoccupa Pechino e il resto del mondo. Ma per essere sostenibile nel tempo, dovrà contare sempre di più sulla domanda interna e meno su quella estera. Per questo è significativo che lo yuan entri nel paniere di valute che utilizza il Fmi.
Gli effetti del rallentamento
Dalla fine del 2014, il rallentamento della crescita cinese preoccupa tanto Pechino quanto il resto del mondo: quali sarebbero le conseguenze se si passasse da un ritmo compreso tra l’8 e il 10 per cento reale all’anno mantenuto per oltre due decenni a un più modesto 6-7 per cento? Internamente, potrebbe non bastare a creare i 10 milioni di posti di lavoro per gli altrettanti giovani che entrano ogni anno sul mercato, e men che meno a raggiungere l’obiettivo dichiarato di eradicare entro il 2020 la povertà che affligge ancora 70 milioni di cinesi. Nel resto del mondo, il rallentamento cinese si traduce in minor domanda di materie prime, di beni capitali e di consumo. Già la riduzione di un solo punto percentuale – dall’8 per cento medio annuo tra il 2010 e il 2014 al 7 per cento della prima metà del 2015 (sceso a 6,9 per cento nel terzo trimestre) – è bastata a mandare in recessione molti tra i maggiori paesi emergenti.
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Bisogna però tener conto che 6,9 per cento è un andamento di crescita straordinariamente buono: sarà pure il peggior trimestre dal 2009, ma da allora l’economia cinese è raddoppiata e il 6,9 per cento di oggi è pari a 4.389 miliardi di Rmb, il 41 per cento in più dei 3.110 miliardi di Rmb che corrispondevano al 9 per cento del Pil del 2009.
Più preoccupante è invece il calo della crescita del Pil nominale, scesa al 6,2 per cento, inferiore a quella reale. Ciò significa che l’economia cinese è in deflazione (-0,7 per cento) e il ritmo della deflazione sta aumentando, nonostante i dati ufficiali sull’andamento dei prezzi al consumo mostrino un aumento dell’1,4 per cento. In altre parole, in questo momento la Cina importa deflazione nei prezzi alla produzione, che riflettono il calo del prezzo delle materie prime (indotto dallo stesso rallentamento cinese), e questo si traduce in crescenti difficoltà finanziarie e di liquidità per le imprese, la cui situazione patrimoniale era già indebolita.
Verso un nuovo modello di crescita?
Al di là dell’ampiezza del rallentamento, ci sono i segnali di una possibile ripresa e del cambiamento strutturale verso un nuovo modello di crescita? Si stanno facendo strada due interpretazioni. C’è chi, come Lars Christensen, enfatizza il calo del Pil nominale e mette in guardia sulle conseguenze della scelta fatta due anni fa di ancorare il cambio al dollaro, che si è fortemente apprezzato, costringendo la Cina a importare di fatto una politica monetaria restrittiva di cui ora non ha certo bisogno. Da qui la spiegazione alla scelta di agosto di svalutare il Renminbi, al di là dell’annosa questione della competitività delle esportazioni cinesi, che oggi per guadagnare quote di mercato non hanno certo bisogno di competere ulteriormente sul prezzo, ma semmai sulla qualità. Peraltro, la svalutazione di agosto (più precisamente, si è trattato della revisione del meccanismo di aggiustamento della parità centrale attorno al quale oscilla il tasso di cambio cinese) era da tempo consigliata da FMI per favorire un graduale passaggio a un tasso di cambio più flessibile. E per consentire allo yuan di entrare nel paniere di valute di riserva utilizzate per calcolare i Diritti Speciali di Prelievo, inserimento approvato proprio ieri dal Board del Fondo. Sebbene la decisione sia stata in gran parte politica, ha delle conseguenze economiche importanti: un tasso di cambio più flessibile introduce più volatilità del passato e l’aumento della domanda di yuan da parte delle banche centrali di tutto il mondo e degli investitori istituzionali porterà in parte un apprezzamento; entrambe le conseguenze rendono più arduo per Pechino porsi degli obiettivi di crescita credibili.
Altri, come Nicholas Lardy, minimizzano invece la portata del rallentamento, sostenendo che i dati del terzo trimestre di quest’anno nulla hanno a che vedere con un presunto fallimento della transizione economica della Cina verso un nuovo modello di crescita. Perché il principale contributo alla crescita negli ultimi anni è arrivato non dall’industria, ma dai servizi (che rappresentano ormai il 48 per cento del Pil). E ciò sarebbe un segnale inequivocabile dell’aumento dei consumi privati. Va però notato che vi dovrebbe contribuire anche l’estensione del sistema di previdenza e assistenza a chi ne era escluso, che tuttavia per ora non si è tradotta in una diminuzione del risparmio per scopi precauzionali.
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Se e quando avverrà, la tanto agognata transizione dall’investimento al consumo come principale fonte della crescita cinese avrà un grande impatto sul resto del mondo. Secondo Goldman Sachs, i consumi cinesi hanno una componente d’importazione di 11 punti percentuali inferiore rispetto all’investimento, vale a dire che per ogni miliardo di Rmb di ribilanciamento, le importazioni cinesi diminuiranno di 110 milioni. Il ribilanciamento ha impatto soprattutto sul commercio cosiddetto di perfezionamento, cioè beni intermedi, e molto meno sul commercio di beni finiti – segno che la dipendenza cinese dalle importazioni sta diminuendo, non soltanto in valore, ma anche in termini di tipologie di beni, e che il valore aggiunto dell’export cinese sta aumentando.
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Nella bozza del tredicesimo piano quinquennale presentata in occasione del recente plenum del Partito comunista cinese non vi è indicazione del tasso di crescita desiderato, forse per evitare che i mercati, molto scettici sull’affidabilità dei dati diffusi dal governo, male interpretino il target. È stato invece ribadito l’obiettivo di raddoppiare il Pil e il reddito delle famiglie del 2010 entro il 2020 (che corrisponderebbe a un tasso di crescita medio annuo del 6,5 per cento).
La questione oggi è che il mondo ha bisogno della crescita cinese, che però per essere sostenibile nel tempo dovrà contare sempre di più sulla domanda interna e meno su quella estera. Come valutare la misura e la portata del rallentamento cinese è diventato quindi un problema per tutti.
 

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  1. Giovanni Teofilatto

    Le rilevazioni statistiche di piano degli intervalli di tempo del I.M.F. sono congruenti alla spesa dei profitti societari delle ricchezze delle nazioni tali da determinare uno squilibrio competitivo dei saldi commerciali di doppia natura quale è il regime capitalista. In altre parole la crescita industriale di un Paese con vantaggi competitivi è causa di svantaggio dei prezzi reali dei Paesi a maggiore reddito pro-capite.

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