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Perché ai padri (e ai bambini) serve un congedo più lungo

Individuale, non trasferibile e ben retribuito: sono le caratteristiche di un congedo parentale efficace. Per avviare un percorso di riequilibrio sul mercato del lavoro e di maggiore uguaglianza di genere nella famiglia. E per dare ai figli l’opportunità di costruire un rapporto diretto con i padri.
Tempo ben investito
Le ricerche sullo sviluppo del capitale umano mostrano che i legami più importanti, le influenze più significative e durature nel tempo si creano e si rafforzano nei primi anni di vita. I rapporti con le mamme si stabiliscono anche prima di nascere, ma quelli con i padri possono crearsi a volte molto più tardi nel ciclo di vita. Come mostrano molte delle ricerche avviate da James Heckman, per ogni investimento in capitale umano è cruciale il timing e l’investimento di tempo dei padri quando i bambini sono in primissima età aiuta il loro sviluppo cognitivo negli anni seguenti, con una “produttività” non molto diversa da quella delle mamme.
Per le bambine, la presenza di un padre attivo, che divide equamente il lavoro familiare con la mamma, può diventare anche un importante modello positivo e incoraggiare le loro aspirazioni. Altre ricerche mostrano che la collaborazione dei padri nelle attività familiari e di cura dei figli può anche aiutare a conciliare lavoro e famiglia, sostenere i tassi di fertilità e l’offerta di lavoro delle mamme. Il congedi di paternità hanno proprio l’obiettivo di avviare e sostenere un percorso di riequilibrio sul mercato del lavoro e di maggiore uguaglianza di genere nella famiglia.
I ritardi italiani
Come si comportano allora i papà italiani? I dati recenti di una ricerca condotta dal Sirc (centro di ricerche inglese specializzato in analisi dei trend sociali) mostrano che i padri italiani dedicano in media ai loro figli soltanto 38 minuti al giorno rispetto ai circa 64 minuti riservati dai padri dei paesi nordici. Le madri italiane, per parte loro, dedicano ai figli 4 ore e 45 minuti . Tra le ragioni di questa differenza, oltre la persistenza di una cultura scarsamente orientata alla parità di genere dentro e fuori la famiglia, c’è anche una questione di età. I padri italiani sono diventati tra i più vecchi d’Europa, in seguito alla crescente e prolungata convivenza con i genitori. Come mostrano i dati Istat, hanno in media 33 anni (al primo figlio), tre di più dei neo-papà di altri paesi vicini come Francia, Germania Spagna e Svezia.
I dati sull’uso del tempo mostrano tuttavia che anche in paesi ritardatari come l’Italia i padri più giovani e istruiti investono di più nei figli piccoli e per loro il tempo dedicato ai figli è ormai paragonabile a quello dei paesi in cui c’è una maggiore uguaglianza di genere.
Una misura da migliorare
È chiaro che la politica dei congedi parentali attuata in Italia non ha prodotto grandi effetti sui comportamenti dei padri. La ragione forse più importante è quella economica. I congedi parentali riconoscono ai padri il 30 per cento dello stipendio ed è logico che siano stati usati in misura molto limitata (anche se la proporzione cresce lentamente). I padri che prendono i congedi parentali facoltativi sono oggi circa il 12 per cento dei beneficiari, in leggero aumento rispetto all’11 per cento del 2012 e al 10,8 per cento del 2011. Dati comunque molto lontani da quelli di altri paesi, dove i contributi sono molto più generosi e la proporzione di padri in congedo raggiunge livelli ben più elevati, fino ad arrivare al 97 per cento della Norvegia.
Proprio i paesi che hanno adottato la misura da tempo ci insegnano che, per essere efficace, il congedo deve essere individuale, non trasferibile e ben retribuito. Minore la perdita economica, maggiore la probabilità che il padre prenda il congedo. Ne sono una riprova i dati emersi da un intervento innovativo e sperimentale della Regione Piemonte a favore dei padri che prendono il congedo parentale (al posto della madre lavoratrice) nel primo anno di vita del/la loro bambino/a, con il bando ‘Insieme a papà’. L’“esperimento”, avviato da alcuni anni, ha avuto risultati molto positivi e incoraggianti ed infatti è stato riproposto in un nuovo bando per il 2015.
I congedi di paternità entro i primissimi mesi di vita del bambino, individuali e non trasferibili, rappresentano dunque uno strumento importantissimo per formare subito un rapporto diretto e unico con i figli. Ma per crearlo serve un po’ di tempo e non può certo avere un effetto significativo l’unico giorno obbligatorio (con ulteriori due giorni facoltativi alternativi al congedo di maternità della madre) introdotto in Italia dalla legge 92/2012.
L’emendamento approvato dalla Commissione bilancio del Senato ha prolungato al 2016 la sperimentazione di questa legge e ne ha raddoppiato la durata a due giorni obbligatori (più altri due facoltativi). Sono sempre troppo pochi. Il disegno di legge proposto da Valeria Fedeli prevede un congedo di paternità di quindici giorni, obbligatorio e pagato all’80 per cento dello stipendio, come i congedi di maternità, va nella direzione giusta di creare maggiore eguaglianza di genere in famiglia e di conseguenza nel lavoro e di dare ai figli l’opportunità di avere subito, appena nati, un rapporto diretto, individuale con i loro padri.
L’articolo compare anche su www.ingenere.it
 
 

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  1. Piero Fornoni

    articolo molto interessante apparso sul New York times :Men’s Lib! at http://www.nytimes.com/2015/11/15/opinion/sunday/mens-lib.html?_r=0
    L’uomo deve adattarsi se vuole trovare lavoro e perfino sposarsi.

  2. stefano delbene

    Bisognerebbe verificare se all’interno di quel 12% di padri che scelgono il congedo parentale non vi sia una quota alta di partner di donne, come le libere professioniste, lavoratrici autonome, etc che non hanno diritto al congedo parentale. Forse bisognerebbe trovare il modo per estendere questo intervento anche a quelle categorie di lavoratrici (e di lavoratori, ovviamente). Nella struttura socio-economica italiana, questo tipo di lavoratore/lavoratrice ha un ruolo molto importante ma non gode degli stessi diritti del lavoratore dipendente, anche quello precario (ad esclusione dei contratti a progetto, dove la tutela della maternità/paternità credo sia molto blanda). Se aggiungiamo che altri istituti di tutela, come il part-time od il lavoro flessibile, o il telelavoro sono poco utilizzati con questo spirito, e consideriamo il numero decisamente insufficiente di posti negli asili nido pubblici, avremo un quadro che, se non giustifica, per lo meno spiega la scarsa attenzione dei padri nella prima fase di sviluppo del bambino.

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