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Fisco e imprese? Hanno un interesse comune

La legge delega di riforma del sistema fiscale puntava a una relazione tra fisco e imprese improntata a equità e trasparenza. Ma nel decreto attuativo la ricerca di un interesse comune scompare e torna la prevalenza dell’interesse erariale. Certezza fiscale preventiva solo per grandi industrie.
Le parole contano, anche in materia fiscale
L’articolo 6 della legge delega 11 marzo 2014, n. 23, per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita, si esprimeva nei termini all’avanguardia di gestione del rischio fiscale, di governance aziendale e di tutoraggio, per costruire una relazione tra fisco e imprese di più grandi dimensioni improntata a maggiore equità e trasparenza. Ma la rubrica del Titolo III del decreto legislativo di attuazione 5 agosto 2015, n. 128, li ha sintetizzati in un sinistro “Regime di adempimento collaborativo”, e per evitare che ciò si traduca in una obbligazione tributaria assistita, ci si attende soprattutto da parte dell’Agenzia delle entrate uno scatto di reni, anche se la strada appare a tutt’oggi molto in salita.
Una prima riflessione è proprio terminologica: meglio sarebbe stato esprimersi in termini di “Regime di adempimento cooperativo”, poiché la collaborazione è cosa diversa dalla cooperazione. La prima qualifica un rapporto tra due soggetti per la realizzazione dell’interesse di una sola delle parti, in materia tributaria tipicamente l’interesse erariale. Mentre la seconda qualifica il perseguimento di un interesse comune, che nell’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 128/2015, è rappresentato dalla prevenzione e dalla risoluzione delle controversie in materia fiscale. Evocare la presenza dell’uno e dell’altro interesse non è indifferente, ma sinistro. Sarebbe come dire che si favorisce la creazione di una “certezza fiscale preventiva”, ma se non vi si riesce rimane pur sempre l’obbligo dell’impresa di collaborare al perseguimento dell’interesse erariale. In tal senso l’Agenzia delle entrate intende il progetto pilota del 2013 descritto nel suo sito web.
La certezza preventiva
L’origine di questo nuovo approccio è da ricercarsi nel Rapporto Ocse 2013 sulla “Cooperative Compliance” in cui è rappresentata l’evoluzione del concetto di enhanced relationship, dove emerge che gli interessi delle parti sono dissimili e talvolta addirittura discordanti: mentre le amministrazioni fiscali hanno l’obiettivo che i tributi siano pagati nei termini e nel loro corretto ammontare, le imprese, una volta assolti i relativi obblighi, non intendono subire ulteriori aggravi economici derivanti da sanzioni o da danni reputazionali. Affermare che una delle due parti si prodighi per realizzare l’interesse dell’altra risulta poco plausibile, mentre esse devono raggiungere insieme un punto di incontro per soddisfare le reciproche esigenze. In quest’ultima prospettiva, potrebbe addirittura realizzarsi una sinergia tale da permettere un superamento del rapporto tradizionale caratterizzato da una netta separazione dei ruoli. Si viene a favorire così il punto di “comune interesse” della prevenzione e risoluzione delle controversie in materia fiscale e che potrebbe riassumersi con la formula “certezza fiscale preventiva” rispetto alla presentazione della dichiarazione, che sarebbe destinata a perdere il suo significato originario.
Sia chiaro, l’incentivo per le imprese è notevole: la comunicazione anticipata dei potenziali rischi fiscali risultanti dalle operazioni societarie e il conseguente confronto con il fisco, permetterebbe di non dover far fronte a ulteriori oneri economici, sanzioni amministrative tributarie in primis, rispetto a quelli già sostenuti o incorrere in eventuali contenziosi. L’Agenzia delle entrate, invece, vedendosi corrispondere il corretto ammontare dell’imposta, potrebbe concentrare le risorse di cui dispone per controllare quei soggetti più esposti al rischio di mancato adempimento.
Il costo per l’impresa è soprattutto di tipo culturale, perché è richiesto un maggiore coinvolgimento del management e del consiglio di amministrazione nelle tematiche fiscali (secondo lo slogan Tax in the Boardroom) e una diffusione della percezione dei rischi fiscali cui si incorre nella realtà aziendale, anche attraverso piani di formazione del personale, pianificazione delle risorse e conferimento di deleghe nello svolgimento di determinate attività: insomma, chi vuole amministrare deve diventare un po’ fiscalista.
Per questo la procedura è stata riservata, in via sperimentale, solo alle grandi imprese. Forse fin troppo grandi, perché la soglia dei dieci miliardi di fatturato per accedere al programma (o un miliardo tra le 84 imprese che avevano aderito al progetto pilota del 2013) le restringe alle dita delle mani.
Ma come rendere il piano normativo praticabile dal punto di vista amministrativo? La recente sentenza della Corte costituzionale n. 37/2015 ha dichiarato illegittima la nomina di 767 dirigenti dell’Agenzia delle entrate, perché assunti senza concorso.
Assistiamo a un paradosso: una ventata di riforme e innovazione dal punto di vista normativo che non è supportata dal punto di vista culturale, e tanto meno affiancata da sufficienti risorse per affrontare adeguatamente quanto statuito: anzi con l’emorragia di una generazione di validissimi dirigenti verso altri lidi. D’altra parte, non sembra plausibile supporre l’indifferenza da parte delle istituzioni all’attuazione di quanto emanato, tanto più se si considera come il governo ha fortemente voluto l’emanazione dei decreti in discussione.
Con queste basi allora, prevenire è veramente meglio che curare? I dubbi rimangono irrisolti. Tuttavia, l’importanza per lo sviluppo del paese che assume l’innovativa relazione tra pubblico e privato può solo far sperare che quanto con fatica introdotto come riforma del sistema fiscale, non rimanga solo lettera morta.
 
 

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  1. bob

    provi a chiedere un DURC è vedra l’abisso esistente tra azienda privata e pubblica. Esiste una differenza culturale abissale tra chi ha trovato il suo impiego inviando mille CV e chi è stato messo in posto come un pacco dove molto spesso (molto) i suoi obiettivi non erano quelli di rendere un servizio ottimale ma ben altri

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