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La mina della secessione catalana disinnescata dal buon senso

L’esito del voto catalano non risolve nulla. I secessionisti hanno vinto per numero di seggi, è vero, ma non per voti: non hanno ottenuto quel plebiscito cui aspiravano e di cui avevano bisogno (e che pure, a elezioni concluse, quotidiani del calibro del New York Times continuano ad accreditare.

Sconfitto il plebiscito
Dato che il voto era stato trasformato in una sorta di plebiscito per l’indipendenza, bisognerebbe riconoscere che quel referendum è stato perso: i partiti indipendentisti (Junts per Sí e Cup) non raggiungono il 48 per cento dei voti; tutti gli altri, variamente ma comunque unionisti, sono al 52 per cento. Certo, nel nuovo parlamento regionale da oggi si conta una maggioranza secessionista (72 seggi contro 63) che prima non esisteva (giacché, nel precedente parlamento catalano, dal computo dei 50 seggi di CiU andavano sottratti i 13 di Unió, formazione poi staccatasi da Convergència proprio sull’indipendentismo e che adesso, presentatasi da sola, non ha ottenuto seggi; Figura 1). Ma è indubbio che ora Artur Mas per governare e portare avanti il processo secessionista dovrà cercare l’appoggio non solo di Erc, la sinistra repubblicana catalana con la quale ha finito per presentarsi insieme alle elezioni, ma anche della sinistra anticapitalista della Cup (Candidatura d’unitat popular): non sarà facile per un partito d’ispirazione moderata e liberale quale è Convergència. Forse non è un caso che le prime dichiarazioni di Mas, a differenza di quelle ad esempio dei leader della Cup, siano state improntate a una certa prudenza, almeno nella parte programmatica: la vittoria, ha assicurato, verrà amministrata con “senso di coesione e integrazione” in Catalogna e con “senso di concordia” nei confronti della Spagna e dell’Europa.
Figura 1. I risultati delle elezioni catalane
figura1
Fonte: El Pais, 28 settembre 2015 (p. 16)
L’abbandono dei moderati
Nei fatti è accaduto che una parte dell’elettorato moderato ha abbandonato Mas e la sua scommessa secessionista. L’indipendenza può avere nobili ragioni storiche e culturali ma, devono avere ragionato in molti, i suoi costi rischiano di essere eccessivi e superiori ai benefici. Perché quasi sicuramente la nuova Catalogna si ritroverebbe fuori dall’Europa, almeno inizialmente, e per entrarvi in futuro dovrà superare il veto della Spagna. Perché nell’inevitabile clima di tensione che si creerebbe con Madrid, e nella grande incertezza che caratterizzerebbe la fase di passaggio (tra l’altro, con ogni probabilità bisognerebbe istituire una nuova moneta) a breve termine si ridurrebbero gli investimenti di capitale in Catalogna e anche gli afflussi dei turisti (fra questi, una quota significativa e crescente di spagnoli) come pure le esportazioni dell’industria catalana verso il resto della penisola. Perché il nuovo stato dovrebbe affrontare subito una serie di spese impegnative – anche per costituire in tempi brevi un esercito moderno – che potrebbero lasciare inattuata quella promessa di riduzione delle tasse che era la grande attrattiva economica dell’indipendentismo. E tutto ciò, nell’ipotesi migliore: quella cioè che l’avventura indipendentista si risolva effettivamente con esito positivo, vale a dire senza seri conflitti con Madrid. Con questi timori ben chiari, il mondo dell’imprenditoria e della finanza catalana si è schierato nei giorni scorsi contro l’indipendentismo e una parte significativa dell’elettorato lo ha seguito. Probabilmente − stando a una prima valutazione di grana grossa – circa 300 mila elettori alla lista di Mas hanno preferito Ciudadans, partito liberale anti-sistema ma europeista e unionista che è il vero grande vincitore di queste elezioni; a essi si sommano altri 100 mila elettori che hanno seguito Unió nella scissione da Convergència.
Non è senza significato il fatto che a sinistra dello schieramento sia invece avvenuto l’opposto: circa 200 mila elettori hanno scartato Catalunya Sì que es pot, la coalizione unionista tra Podemos e le forze tradizionalmente a sinistra dello Psoe, e scelto invece la secessionista Cup, evidentemente attratti dalla prospettiva indipendentista, che nel discorso pubblico si è andata colorando di un forte appeal anti-capitalista e anti-euro.
È aperta la via al compromesso
L’esito finale di questi sommovimenti è stato dunque una maggioranza di votanti – anche se non di seggi − contro l’indipendenza. Si è in questo modo sterilizzato, almeno per il momento, un pericoloso gioco non cooperativo che rischiava di produrre risultati negativi per tutti i partecipanti: per la Catalogna, per i motivi di cui si è detto ma anche perché un voto indipendentista avrebbe, di rimando, rafforzato in Spagna le posizioni più nazionaliste (spesso ottusamente nazionaliste) alle elezioni generali di dicembre, con la conseguenza di ritrovarsi ancora una volta a Madrid con un governo ostile a ogni concessione; per la Spagna, che sarebbe piombata in una drammatica crisi istituzionale proprio mentre sembrava finalmente uscire dalle secche della più seria recessione economica dai tempi del franchismo; per l’Unione Europea, che si sarebbe trovata a gestire una nuova crisi sul fianco Ovest del continente, proprio nel momento in cui a Est i suoi stessi fondamenti costitutivi vengono profondamente scossi.
Tutto ciò non è accaduto. Una parte significativa dell’elettorato moderato, con un sussulto di razionalità, ha evitato che si andasse allo scontro frontale con Madrid. Si attenderà adesso l’esito delle elezioni politiche generali in Spagna. Stando ai sondaggi, si può sperare che nel giro di qualche mese si formi a Madrid un nuovo governo, di coalizione, più disponibile al compromesso con gli indipendentisti catalani. I quali sanno di essere forti ma di non poter contare su quell’appoggio convinto della maggioranza della popolazione di cui hanno bisogno per spingere davvero sull’acceleratore.

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  1. bob

    prof è la democrazia che dobbiamo riformare se vogliamo continuare a chiamarla ancora democrazia, altrimenti dobbiamo ribaltare il concetto fondante che è : maggioranza del popolo! In Italia il 30% di votanti ormai decide le sorti del Paese. Nei localismi, nelle minoranze, nei clan, nei demagoghi e populisti che si annida la peggiore corruzione, la visone gretta delle cose, l’assenza di lungimiranza politica. I piccoli uomini sono padroni del mondo questa è la tragedia di questi tempi

  2. Tremassimo

    Ciutadans antisistema?????

  3. Giorgio

    Non sono convinto che i voti di Podemos possano essere ascritto in toto all’unionismo. Loro sono per il “diritto a decidere” dunque la sconfitta del plebiscito forse non è tale. Di sicuro la situazione è meno netta di quanto sostenuto nell’articolo. In più ciutadans non è antisistema, bensì una creazione del sistema stesso per superare la sua crisi di legittimità.

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