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  1. Alessandro Borgialli Rispondi
    Gentilissimo Dott. Leonardi. Sono d’accordo con Lei che il successo dell’ANPAL verrà determinato in base dai risultati che i privati riusciranno a portare. Pochi sono i modelli regionali che hanno saputo cogliere questa opportunità. Nell'esperienza fatta in questi anni abbiamo, però, pochi esempi di successo che non devono essere penalizzati. Mi auguro, come da lei già riportato, che davvero l’ANPAL permetta alle regioni virtuose di poter lavorare in continuità con quanto di buono fatto in questi anni. In termini operativi inoltre l’applicazione del decreto sulle politiche attive deve tener conto di alcuni punti critici di successo. Tra questi sicuramente prevedere che i privati possano (come prerogativa di fatto e non invece in maniera eccezionale) effettuare patto di servizio e profiling del soggetto da avviare ai servizi e ricollocare in maniera diretta e non mediata solo attraverso i CPI. Alessandro Borgialli
  2. Maurizio Sorcioni Rispondi
    Egregio Prof. Leonardi concordo con la sua valutazione sul decreto. Tuttavia mi permetto di dissentire sul fatto che il successo dell’ANPAL si gioca sulla gestione dell’assegno di ricollocazione. Magari fosse così! L’ANPAL, insieme alle Regioni, nei prossimi mesi dovrà garantire che tutti i beneficiari di indennità di disoccupazione (inclusa la Mobilità e la Dis.Col), entro trenta giorni dalla data di decorrenza della prestazione, vengano convocati dalle strutture competenti per stilare un patto di servizio personalizzato, che prevede la partecipazione effettiva a misure di politica attiva. Stesso percorso va garantito ai disoccupati non percettori di sostegno al reddito entro sessanta giorni. Poi ci sono i giovani registrati in Garanzia che ancora non hanno ancora fatto il piano di inserimento. Si tratta di una platea “parziale” (mancano i disoccupati parziali appunto) che potrebbe raggiugere e superare i due milioni. E’ sulla gestione di questi numeri che si gioca il successo della nuova Agenzia! Infine mi permetta di sottolineare che l’Assegno di ricollocazione è riservato a tutti i disoccupati da più di sei mesi (articolo 19 comma 1), ed anzi, in linea di principio dovrebbe essere riservato proprio ai disoccupati adulti non beneficiari di sostegni al reddito. Sarà da capire, semmai, cosa succederà quando, per l’inefficienza delle regioni o per mancanza di risorse non sarà possibile garantire ai disoccupati i nuovi diritti introdotti dal Jobs Act.
    • Luigi Oliveri Rispondi
      Pare evidente che lo schema di decreto abbia poca capacità di incidere sulle politiche del lavoro. Al netto delle disquisizioni su centralismo o non centralismo, la riforma si impernia molto sul contratto di ricollocazione. L'articolo del Leonardi dimostra che si tratta di una sperimentazione, basata sulla scommessa che ad aver diritto all'assegno siano in pochi. Il problema vero è che, Agenzia o non agenzia, regioni o province o qualsiasi altro ente risulti competente, se per l'inserimento lavorativo occorrono circa 3.000 euro in media, la spesa per sostenere l'incontro domanda offerta, dovrebbe essere di circa 9 miliardi, visto che abbiamo 3 mln di disoccupati. Ma, 9 miliardi per le politiche attive del lavoro li spende la Germania. In Italia spendiamo solo 700 milioni. Se non si modifica il quadro della spesa, nessun modello teorico ed organizzativo potrà migliorare di molto la situazione attuale.
  3. Gianni Bocchieri Rispondi
    Ringrazio il professor Marco Leonardi tre volte. La prima per avermi citato. La seconda per aver confermato la mia ricostruzione interpretativa del nuovo modello di organizzazione del mercato del lavoro proposta dal Jobs Act: un modello neo-centralista incardinato sui centri per l'impiego a cui vengono riservate funzioni esclusive (attivazione del patto di servizio, profilazione, gestione della condizionalità, concessione dell'assegno di ricollocazione) e che possono essere affiancati dai servizi privati al lavoro per tutti gli altri servizi specialistici, con meccanismi di quasi-mercato. La terza per aver esplicitato che il modello di quasi-mercato del Jobs Act è un modello di mercato del lavoro “complementare” e non è un modello “competitivo” in cui soggetti pubblici e soggetti privati accreditati concorrono, con pari dignità, per la ricollocazione dei disoccupati nel mercato del lavoro, valutabili entrambi per la loro capacità di raggiungere esiti occupazionali. Sulla sostenibilità economica del modello, il Prof. Leonardi merita una risposta più articolata, che si rimanda ad altre occasioni per ragioni di spazio. Giuste o sbagliate, si tratta di scelte della cui valutazione s'incaricheranno i fatti. Al momento, possiamo dire che fino al 1997, con un mercato del lavoro centralista e statalista, abbiamo avuto il peggior mercato del lavoro dei paesi industrializzati. Speriamo che anche chi conosce la Storia non sia costretto a riviverla.
  4. Ivo Rispondi
    Gentile Leonardi, come dipendente di Italia Lavoro mi permetto di correggerla. Italia Lavoro viene purtroppo soppressa, liquidata e non partecipa ad alcuna fusione con l'agenzia AnPal. Ipotetiche "convenzioni" sono previste solo per alcuni progetti che scadono a dicembre 2016 e verranno fatte solo se l'Agenzia non riesce a liquidare prima Italia Lavoro e ad avocare a sé i progetti stessi. Quindi l'agenzia nascerà con un certo numero di dipendenti del Ministero ed un po' di ricercatori di Isfol (che vorrebbero giustamente continuare a fare ricerca). Nell'agenzia non ci saranno quelle competenze operative finora esercitate dall'ente strumentale Italia Lavoro. Insomma, è un quadro diverso da quello che lei descrive. Nota a margine: per i dipendenti di Italia Lavoro, circa 400 a tempo indeterminato e 800 co.co.pro, il Governo non ha voluto prevedere alcuna clausola di salvaguardia nel decreto, nonostante tutte le possibili sollecitazioni da parte dei lavoratori. Traduzione: licenziamento per tutti e dispersione delle competenze. Siamo da settimane in agitazione, con scioperi e presidi, nel disinteresse di tutti. Anche di quelli che, in buona fede, leggono il decreto cercando di capire il quadro complessivo senza dover badare alle virgole e agli aggettivi malandrini, come purtroppo abbiamo dovuto fare noi! Cordiali saluti.
  5. GIOVANNI MEREU Rispondi
    DOTT LEONARDI CONDIVIDO LA SUA ANALISI MA DOBBIAMO STARE ATTENTI ALLE POCHE PAROLE DEDICATE AD ITALIA LAVORO CHE MERITA UNA RIORGANIZZAZIONE MA NON UNO SCIOGLIMENTO, CHE MERITA UNA SEVERITA' NELLA DISCIPLINA DELLE ATTIVITA' AFFIDATE MA NON LA SVENDITA DI OTTIME PROFESSIONALITA' E DI UN RUOLO, PIACCIA O MENO, ATTESTATO SUL TERRITORIO ANCHE A SUPPORTO DEI CENTRI PER L'IMPIEGO. CI DIA UNA MANO A VALORIZZARE QUANTO DI BUONO C'E' E A FAR SI CHE GLI APPARATI BUROCRATICI RISPETTINO DEI PROFESSIONISTI DI VALORE CHE PERO' NON SONO ABITUATI A STRILLARE IN PIAZZA. CORDIALI SALUTI GIOVANNI MEREU