Lavoce.info

Perché puntare sul reddito di inclusione sociale *

Si torna a parlare di reddito minimo. Con una maggiore consapevolezza rispetto al passato, anche perché il problema della povertà si è drammaticamente aggravato. Un reddito di inclusione sociale, da introdurre gradualmente, costerebbe poco più di 7 miliardi l’anno.

Novità sul reddito minimo
Il tema del reddito minimo è un fiume carsico, che dopo lunghi percorsi sotterranei ogni tanto riappare alla superficie. E che pare non raggiungere mai il mare; fuor di metafora, diventare una misura nazionale di contrasto della povertà.
Dopo un anno e mezzo di silenzio, la questione ritorna nel dibattito politico, nei talk-show televisivi, nelle dichiarazioni del governo.
La ripresa del confronto sconta ancora arretratezze e confusione. Così, si continua a parlare erroneamente di “reddito di cittadinanza”: un reddito universale, che garantisce a qualunque persona un trasferimento monetario a prescindere dalle sue condizioni economiche, slegato da qualsiasi obbligo.
La discussione verte invece su un reddito minimo (garantito, di inserimento, di solidarietà attiva, di inclusione, o come lo si voglia chiamare) destinato alle sole famiglie in povertà e condizionato all’assunzione di impegni individuali di reinserimento.
Per un altro verso, nelle proposte presentate in parlamento – da Sel, M5S e Pd – e nei fatti nell’assegno di disoccupazione (Asdi) introdotto dal recente decreto legislativo sugli ammortizzatori sociali, vi è una torsione in chiave lavoristica, mentre una tale misura deve rispondere ai bisogni di tutti i poveri, non solo dei disoccupati e dei working poor, e deve sì servire a recuperarli al lavoro, ma solo in parte, per quanti sono cioè in età lavorativa e abili al lavoro.
Ma una maggiore consapevolezza si nota. La induce innanzitutto la preoccupazione per il problema della povertà, aggravatosi drammaticamente con la recessione: il numero di persone in povertà assoluta è aumentato da 2,4 nel 2007 a 6 milioni nel 2013 (circa il 10 per cento degli italiani). Non ci riferiamo all’impoverimento, che tocca una parte molto più ampia della popolazione. Si tratta di povertà assoluta, della condizione cioè di chi non raggiunge «uno standard di vita minimamente accettabile», calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a un’abitazione decente e ad altre spese basilari come quelle per la salute, i vestiti e i trasporti (Istat, La misura della povertà assoluta, Metodi e Norme n. 39, 2009).
Contro la povertà un reddito di inclusione sociale
L’Alleanza contro la povertà in Italia, un soggetto di advocacy composto da trentatré tra associazioni – quali Acli, Caritas, Forum terzo settore, Banco alimentare, Action Aid e Save the children –, rappresentanze di comuni e regioni e sindacati, ha elaborato una proposta, impegnativa e allo stesso tempo credibile, di reddito di inclusione sociale (Reis).
È la prima volta in Italia che un numero così ampio di soggetti sociali e istituzioni dà vita a un sodalizio per promuovere, con una meditata proposta unitaria, migliori politiche contro la povertà. La tabella sintetizza le caratteristiche di questo trasferimento.
Bald Triv
 
La soglia di 400 euro al mese per un nucleo con un componente sintetizza in un unico valore le tante linee di povertà assoluta elaborate dall’Istat. È inoltre molto vicina all’importo dei redditi minimi presenti in tutti i principali paesi europei. Ha il vantaggio della semplicità e definisce una platea di potenziali beneficiari simile a quella della povertà assoluta: nell’indagine It-Silc 2013, le famiglie con reddito inferiore alle soglie di povertà assoluta Istat sono il 7,3 per cento del totale, quelle sotto la nostra soglia il 6,5 per cento.
Il contributo del Reis non sta tanto nell’impianto della proposta, che non presenta vistose novità rispetto a precedenti progetti elaborati da analisti o da commissioni governative, quanto in tre tratti:

  • l’attenzione alla dimensione attuativa: al decollo del Reis, al suo costante monitoraggio, alla rigorosa valutazione dei suoi effetti;
  • la conseguente elaborazione di un piano quadriennale, improntato al gradualismo in un orizzonte definito, con il legislatore e il governo che sin dall’avvio assumono impegni stringenti circa il punto d’arrivo e le tappe intermedie;
  • la condivisione della proposta da parte di una advocacy estesa, appunto l’Alleanza contro la povertà, quindi il sostegno di una larga base sociale.
Leggi anche:  Come cambia il reddito di cittadinanza

 
A regime, il costo annuale del Reis è di circa 7,1 miliardi di euro, una cifra che comprende un robusto stanziamento per i servizi di accompagnamento ai beneficiari (solo una parte contenuta del finanziamento essendo destinata ai centri per l’impiego, che forniscono servizi alle persone in cerca di occupazione). La spesa è molto inferiore a quella della proposta del M5S (17 miliardi all’anno) perché il nostro riferimento è la povertà assoluta, non quella relativa. Quest’ultima si misura in termini di distanza dal reddito medio e dovrebbe essere contrastata con strumenti di inclusione diversi dall’erogazione monetaria (scuola, sanità, eccetera).
Una ragionevole ipotesi di introduzione graduale del Reis prevede un percorso di quattro anni per arrivare a regime, con uguali incrementi di spesa. La cifra prevista per il primo anno, circa 1,8 miliardi, è adeguata per avviare in modo credibile la riforma e porre le basi per il successo del percorso. Fin dal primo anno sarebbe possibile raggiungere un grande numero di famiglie in povertà, prossimo al 40 per cento della platea complessiva. A differenza delle sperimentazioni, la certezza sulla stabilità del programma metterebbe gli enti locali in condizione di costruire adeguati servizi nel territorio. Il punto chiave sta nel decidere di partire nel 2016 con il primo anno del piano.
 
* I due autori hanno fatto parte del comitato scientifico che, insieme ai rappresentanti dei soggetti aderenti all’Alleanza contro la povertà in Italia, ha contribuito all’elaborazione del Reis.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Quel lavoro inutilizzato per colpa della crisi

Successivo

Il Punto

12 commenti

  1. Marco

    Le due proposte sono varianti di una stessa formula di imposta negativa: kM – bY
    dove:
    M è la soglia di intervento per le famiglie di una sola persona (400 euro il REIS e 780 euro i 5 stelle)
    k è la scala di equivalenza (OECD modificata per i 5 stelle e ISEE nuova versione per il REIS)
    b è il tasso di riduzione marginale del beneficio (100% per il REIS e 90% per i 5 stelle)
    Per attenuare i possibili effetti sull’offerta di lavoro, è opportuno fissare il parametro b ad un livello inferiore a uno, come nella proposta 5 stelle.
    Per quanto riguarda l’importo, i 400 euro del REIS costituiscono per così dire un limite inferiore di decenza per una politica di contrasto alla povertà degna di questo nome. Al di sotto della linea di povertà assoluta le famiglie non possono permettersi un tenore di vita dignitoso. Per questa ragione il REIS è il meno costoso dei due progetti. Ma proprio per questo, non configura una politica di prevenzione della povertà più grave: si viene aiutati quando si è già in condizioni di estrema indigenza. Per evitare il cronicizzarsi del fenomeno, sarebbe meglio intervenire prima che una famiglia sia diventata gravemente povera, cioè stabilire una soglia di intervento (e un sussidio corrispondente) più alta, anche se non di molto, della linea di povertà assoluta, come propongono i 5 stelle.
    Come ricordano gli autori, il numero dei poveri assoluti è più che raddoppiato dal 2007 al 2013. Il costo totale è verosimilmente molto inferiore in tempi normali.

  2. Giuliano Canavese

    Mi domando perché invece di puntare su provvedimenti che, da un lato, incrementano il potere di controllo burocratico dell’Amministrazione ( ed il suo gravame economico ) e, dall’altro incentivano comportamenti scorretti da parte di cittadini ‘furbi’ e di funzionari ‘compiacenti’, non si possa puntare almeno una volta sull’imprenditorialità e la capacità d’iniziativa delle persone, favorendo fiscalmente la loro produzione di ricchezza.
    In sostanza, invece di pensare a suddividere in fette sempre più piccole la torta della ricchezza ricchezza del paese, perché non puntare alla crescita della torta ?

  3. Michela

    Può essere che io sbagli, ma basare un reddito minimo sul fattore “famiglia” induce a tenere i figli disoccupati a casa coi genitori qualora questi ultimi abbiano reddito da lavoro o di pensione, ritenuto sufficientemente idoneo al mantenimento del nucleo, non preoccupandosi quindi di farsi carico nel provvedere al reinserimento il disoccupato seppur in ricerca attiva e disponibile al lavoro. Non occorre sottolineare che non dovrebbe esserci distinzione tra disoccupato single e disoccupato convivente con la famiglia di origine o coniugato. La piaga è comune per cui anche le soluzioni non dovrebbero essere frammentate o forse è il caso di dire addio all’equità sociale per carenza di risorse?

  4. Antonio

    La regione Basilicata si appresta a varare una misura simile anche grazie alla ridestinazione delle risorse petrolio: http://www.ilquotidianodellabasilicata.it/news/politica/734902/Reddito-minimo–via-libera-in.html

  5. Paolo

    Questo tipo di proposte si può accettare solo se non si trasforma nella scusa per rifiutare lavori “scomodi” e se non diventa un meccanismo per cui chi paga le tasse finanzia il reddito degli evasori totali.
    E’ indispensabile che:
    1- il bonus non sia erogato in denaro reale, ma sul modello della social card, spendibile solamente per pagare prodotti e servizi essenziali (alimentari, bollette di luce\acqua\gas, tasse o affitti da versare al proprietario per il tramite dei comuni)
    2- che un numero percentualmente importante di percettori del bonus sia sottoposto a sorveglianza per accertare eventuali attività sommerse
    3- che siano esclusi a priori coloro che dispongono di patrimoni mobili e\o immobili
    4- che il bonus venga perso in caso di rifiuto di una proposta di impiego e non sia riottenibile per un anno almeno dopo un periodo di lavoro inferiore all’anno (per evitare impieghi “di comodo”)
    5- che contestualmente si metta fine allo scandalo dei lavoratori stagionali che per metà anno vivono a spese del contribuente con l’assegno di disoccupazione e per l’altra metà a spese dell’erario incassando gran parte dello stipendio in nero

  6. pier luigi tossani

    assistenzialismo statalizzante, pagato dai soliti contribuenti, mentre il debito pubblico sfonda tutti i record, per cui il presunto “tesoretto” di pochi spiccioli, rispetto ai 2.200 miliardi del debito, è comunque una bufala. Giochi di prestigio di bassa lega, anziché puntare su sussidiarietà e “società partecipativa”. Andremo a picco.

    • Paolo

      Rispetto alla proposta credo sia importante aggiungere un condizione che riguarda il patrimonio, oltre al reddito. Per esempio, in Svezia, non possedere ricchezza è una condizione necessaria per l’accesso ad un programma con caratteristiche simili a quello proposto.

  7. fabbry

    Penso che un reddito di cittadinanza non dovrebbe essere inferiore alla meta’ di un stipendio medio (1000/1100 Euro al mese) per essere dignitoso.

  8. fabbry

    Credo che il reddito di Cittadinanza dovrebbe rivolgersi preferibilmente verso gli over 50, essendo coloro che si trovano maggiormente in difficoltà a ricollocarsi in questa crisi economica e sociale.

  9. Jack

    Rispondendo a Michela ( che ha ragione al 100%) : Non sbagli affatto. Ma basti vedere che tra i promotori di questo REIS c’è l’ACLI. Non gliene frega niente dell’universalità e della giustizia sociale , conta ” la famiglia” cristiana… poi se effettivamente i genitori prendono la pensione e il figlio/a è disoccupato ed è costretto a stare a casa , non gliene frega niente. Magari i genitori prendono la pensione ma sono troppo ricchi per ricevere sussidi ma troppo poveri ( o hanno fatto debiti di cui i figli non sono responsabili ) affinché diano soldi al figlio/a per pagarsi un monolocale per diventare “single”. E non solo : anche se ce l’hanno i soldi i genitori, glieli si deve sempre chiedere e quindi essere sempre in una condizione da “sottoposti”. E certamente Acli e compagnia bella non vuole che questo finisca, non vuole che i figli , anche 30-40enni costretti a casa, si affranchino, assolutamente no. Per non parlare della differenza single/sposati : il single ha forse meno diritto di avere un reddito ? Evidentemente si , per Acli e simili. E come hai detto, se sei disoccupato e hai figli, allora ti darebbero il reis, se sei disoccupato e sei costretto dai genitori, non ti darebbero niente. Poi ovvio, anche io sono in questa situazione da “limbo”, ma riconosco che se si devono fare passi graduali bisogna partire da quelli che proprio fanno la fame ( ma veramente , no che magari risultano disoccupati con figli e poi lavorano in nero e prendono 2000€) …. , ma con l’obiettivo di arrivare all’universalità. E certamente l’universalità e la giustizia sociale non possono venire dalla parte politica cattolica, che non vogliono assolutamente tutto questo.

    • Massimo Baldini

      Cerco di rispondere a Jack e Michela: non so se ho capito bene il dubbio, comunque nel testo diciamo che tutti i componenti adulti in grado di lavorare devono attivarsi, sempre ovviamente se i posti di lavoro ci sono. Se il figlio disoccupato va a vivere da solo, forma un nucleo a se’ e puo’ chiedere il Reis, sottoscrivendo anche lui un patto di attivazione con l’ente erogatore. Anche negli altri paesi europei il reddito minimo viene definito sulla base del reddito del nucleo familiare. Grazie per l’attenzione.

      • Jack

        Signor Baldini, grazie intanto per la risposta.. Il ragazzo/a costretto dai genitori NON PUO’ , da un giorno all’altro, andarsene e mettere, volendo “residenza stazione centrale”. Affinché un tizio in questa situazione possa formare un nucleo a sé, deve avere un’altra parte dove andare, non può semplicemente farsi togliere dallo stato di famiglia e diventare single E non mi dica cose odiose del tipo ” eh, ma volendo un parente può ospitare per qualche tempo ” e cose simili. Si deve avere un’altro posto “fisico” dove andare, e se non si hanno i soldi, certamente non ci si può affittare neanche un monolocale , e quindi non si può diventare single. Il paragone con i paesi europei non calza, perché per es. in Germania al disoccupato pagano l’affitto, e chi è disoccupato e sta con i genitori è praticamente incentivato ad andarsene di casa (e lo può fare). Oltre che , in ogni caso, non è che si fanno distinzioni nell’offerta di lavoro tra disoccupato con figli e quello che sta con i genitori. Quindi mi faccia capire, chi è nel “limbo” e non trova lavoro (e non avrebbe diritto a questo REIS) deve rassegnarsi visto che comunque, un letto e un piatto di pasta lo trova? Non ci siamo, non ci siamo proprio. Faccio ancora i complimenti a Michela perché ha descritto benissimo, con le sue parole, la situazione.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén