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Mercato del lavoro: una rondine non fa primavera

I dati Istat sulla disoccupazione nel mese di febbraio sono negativi. Presto per giudicare l’efficacia del Jobs act. Un conto sono le cessazioni di rapporti di lavoro, un altro i neoassunti dalle aziende. In attesa di capirne di più, bene che il Governo eviti comunicati trionfalistici.

LE PREVISIONI IN ASTRONOMIA E IN ECONOMIA….
Con l’equinozio primaverile e l’eclissi solare, è arrivata ufficialmente la primavera. Mai, negli ultimi anni, tanta attenzione era stata riservata a questo consueto appuntamento annuale. In geografia astronomica, le previsioni si realizzano con grande precisione. L’eclissi è davvero arrivata ed è stata fotografata. In economia è tutto molto più difficile, particolarmente quanto alla difficoltà proprie delle previsioni, si aggiunge un po’ di propaganda governativa.
Gli annunci del Governo sulla crescita dei contratti a tempo indeterminato di gennaio e febbraio 2015 lasciavano intravedere la primavera dell’occupazione. Il Presidente del Consiglio e il Ministro del lavoro parlavano di crescita di nuovi contratti a tempo indeterminato a due cifre, con ben 79 mila nuovi contratti stabili. Sia ben chiaro, le cifre diffuse erano assolutamente veritiere. Cifre vere, ma anche assolutamente
E IL DATO UFFICIALE
Il dato ufficiale pubblicato dall’Istat sull’occupazione italiana a febbraio 2015 ha gelato le aspettative. A febbraio in Italia sono stati distrutti 44 mila posti di lavoro, la disoccupazione è aumenta ed è tornata al 12,7 percento, il livello che aveva a dicembre 2014. La disoccupazione giovanile è risalita al 42,6 percento, lasciando l’Italia in quel gruppo di Paese del sud Europa dove il tasso di disoccupazione giovanile è di 3 o 4 volte superiore alla media nazionale
COME SI POSSONO RICONCILIARE LE DUE COSE?
L’aumento dei nuovi assunti a tempo indeterminato, annunciato dal Governo a marzo, è una buona notizia. Significa che un crescente numero di persone sta uscendo dalla precarietà. Il governo, nelle settimane passate, non ci aveva però comunicato il numero di cessazioni di posti di lavoro e nemmeno se i nuovi posti di lavoro erano stabilizzazione di rapporti di lavoro esistenti. Se un lavoratore precario viene stabilizzato dobbiamo rallegrarci, ma ai fini delle statistiche sul numero assoluto di occupati il dato è irrilevante. Ciò sembra essere quello che è avvenuto in Italia. I dati sul numero di contratti a tempo determinato non sono ancora disponibili e lo saranno soltanto con rilevazione trimestrale disponibile a fine aprile.
E IL JOBS ACT?
Il nuovo contratto a tutele crescenti è entrato in vigore il 7 marzo 2015. I dati diffusi dall’Istat si riferiscono al febbraio 2015. L’effetto del nuovo contratto non può quindi essere nelle statistiche del lavoro appena pubblicate. Dovremmo aspettare l’inchiesta di Marzo e di Aprile. Tuttavia, la decontribuzione per i nuovi assunti era già in vigore a gennaio e a febbraio 2015. I dati diffusi dal Governo sui nuovi posti di lavoro stabili lasciano pensare che le imprese ne abbiano beneficiato in modo massiccio. Tuttavia, dopo i dati dell’Istat, sembra che l’impatto sull’occupazione totale, sia per ora modesto o irrilevante. Dobbiamo quindi aspettare. Una rondine non fa primavera.

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  1. Savino

    Nonostante mille tentativi di riforma, restano sul tappeto problematiche rilevanti, mai risolte perchè mai nemmeno sfiorate: 1) occorre disincentivare il mero tesoreggiamento sterile di capitali, con una politica fiscale appropriata e inversamente proporzionale alla volontà di investire in risorse umane; 2) occorre riequilibrare le tutele tra generazioni e tra categorie di lavoratori; oggi ci sono, soprattutto, ipertutelati e ipotutelati; 3) occorre sminuire il ruolo dei contratti collettivi nazionali e favorire le relazioni industriali a livello aziendale, distrettuale e territoriale, 4) occorre definire con precisione rappresentanza e rappresentatività effettiva di tutte le parti sociali; 5) occorre dare maggiore fiducia alle giovani generazioni, perchè non è l’esperienza il grimaldello per la ripresa e perchè gli stessi consumi possono ripartire davvero solo se vengono incrementati i redditi di queste generazioni.

    • Il problema è molto semplice, abbiamo un problema (a livello macro) di domanda. Se riparte la domanda, le aziende al massimo fanno turnover, stabilizzano, ma non hanno motivi per assumere altre persone se la mole di lavoro è la stessa! questo in europa non lo capiscono, non gli entra in capoccia. il piano juncker è ridicolo, viene posta tantissima enfasi sulle riforme del lavoro..ma finchè si interviene sull’offerta ignorando il problema (che è, RIPETO, di domanda) perdiamo solo tempo.

      • bob

        ..aggiungo che pensare di creare posti con i decreti e con le leggi è pura utopia. La situazione attuale rispecchia perfettamente quello che è il Paese e le origini dei suoi mali: qualsiasi schieramento politico va al potere deve fare i conti con una burocrazia figlia della ” degenerazione del ’68” . Si è visto con Lupi che come un “agnello” prendeva ordini dal burocrate di turno. La generazione del ’68 è quella cresciuta con il “6 politico” con il ” potere a chi lavora” con ” la polizia disarmata” etc etc. Quella inoltre che sosteneva ” mi sono diplomato (?!) lo Stato mi deve dare un lavoro”. Generazioni di famiglie da padri a figli a nipoti sono cresciuti con il culto del diritto senza sapere assoluamente cosa sia dovere. Una sola cosa può distruggere questa pleteora di burocrati : la fame! Ma sarà morto anche il Paese! Anche se esistesse un leader illuminato nulla potrebbe fare contro questo esercito sterminato e maggioritario del Paese. Giuseppe de Rita Censis in una ricerca pubblicata sul Corsera sosteneva che a fronte di un 25% di società attiva, propositiva e trainante c’era un 75% trainato. Questa è l’amara e tragica realtà

  2. Michele

    L’uso della comunicazione che fa questo governo è ridicola. E’ la somma che fa il totale, e bisogna saper valutare gli addendi. Il dato ufficiale è che la disoccupazione è aumentata.
    Nel futuro è molto probabile che il governo punterà molto sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato a t.c. a scapito dei determinati. Sarà sicuramente vero, ma solo perché si è deciso di chiamare rosa falsus un filo di erba. Sarà conveniente farlo , ci sono incentivi, e con la crisi economica non si avranno problemi a liberarsi di chi non serve o non vuoi (non necessariamente in esubero). Perché non ho letto il divieto di assunzione post licenziamento, per cui potrò assumere qualcuno a me grato. In un paese come l’italia è la definitiva consacrazione del clientelismo.
    P.S.
    Ma perchè lavoce.info fa sempre meno articoli seri di confronto con gli altri paesi e soprattutto corredati da numeri. Era il vostro valore aggiunto.

  3. Max

    Se il governo fosse un venditore quello che fa si chiamerebbe “pubblicità ingannevole”. Grazie a La Voce per il lavoro di fact checking che tutela i “consumatori”.
    P.S. Bisognerebbe misurare non solo la creazione di nuovi contratti a tempo “indeterminato”, ma come sottilineato, le cessazioni, la creazione netta di lavoro, le variazioni nelle ore lavorate, le variazioni nella retribuzione media, ecc., per fare una valutazione seria della riforma. Poi, anche per il futuro, confrontare il numero di “vecchi” contratti a tempo indeterminato con quello dei “nuovi” (a tutele crescenti) è come confrontare mele con mezze mele….

  4. E’ vero che un dato mensile non fa storia, ma esiste un altro dato che mostra numeri da brividi e che è in crescita ed è quello relativo alla disoccupazione giovanile. Domanda: ma non ci era stato spiegato da noti commentatori ed esperti che l’aumento dell’età pensionabile avrebbe favorito l’occupazione giovanile? Damnatio memoriae?

  5. Giovanni Teofilatto

    Le scelte dei consumatori in indifferenza del piano di acquisto del lavoro salariale coincide con l’aumento dei prezzi al consumo nelle aree di maggiore interesse creando così un effetto di bolla speculativa a svantaggio del lavoro non produttivo tale per cui la situazione economica generale (la macroeconomia) determina conseguenze negative sul reddito nazionale e, quindi sui lavori non competitivi in attesa di un libero mercato del lavoro tale da creare la condizione per lavoro svantaggiato di essere produttivo nella produzione di merci di maggiore interesse con garanzie crescenti (vedi job-act) ma con salari più bassi quindi deflazione competitiva per il lavoro.

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