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Le conseguenze economiche di madame Le Pen

Le parole d’ordine del programma economico del Front National sono reindustrializzazione, protezionismo, uscita dall’euro e dalla Pac. Previsti tetti agli ingressi di immigrati e politiche sociali riservate ai francesi. Difficile che tutto ciò possa creare ricchezza e benessere.

IL PROGRAMMA ECONOMICO DEL FRONT NATIONAL
Il risultato del Front National alle elezioni locali del 22 marzo in Francia è stato inferiore alle attese (e ai timori), ma rimane urgente analizzare il programma economico di un partito che tra pochi anni potrebbe ritrovarsi al potere in uno dei grandi paesi europei. E c’è poco da stare allegri.
Lanciato il 28 febbraio, il programma per le dipartimentali è vago nella sua parte economica, ma contiene abbastanza parole d’ordine – nazionalizzazioni, protezionismo, solidarietà, “pianificazione strategica della reindustrializzazione” – da consentire d’intravedere una visione d’insieme. Principi generali che, insieme alla constatazione che “la libera concorrenza promuove la legge della giungla”, sono lontani dagli slogan pro-business del Fn degli anni Ottanta, quando Le Pen padre si presentava come un Ronald Reagan transalpino.
La politica industriale è un primo cantiere che il Fn intende aprire. Per finanziare un imprecisato progetto di reindustrializzazione nazionale, le 50 maggiori imprese verranno assoggettate a un prelievo speciale pari al 15 per cento dei loro profitti. Per bilanciare questa misura, si propone la preferenza nazionale per soddisfare la domanda pubblica. Il target sono comunque le piccole e medie imprese, destinatarie principali d’imprecisate misure di semplificazione amministrativa e fiscale, di allocazione prioritaria del credito e dei fondi per la ricerca (il crédit impôt recherche, Cir) e di riduzione dei ritardi nei pagamenti. Si parla poi di “protezionismo intelligente” per combattere la concorrenza dei paesi con costo della manodopera “troppo” basso e valuta sottovalutata.
Secondo cantiere, l’Europa, o piuttosto l’uscita dall’euro, da negoziare in un semestre e approvare per via referendaria. Ristabilire il franco e consentire alla banca centrale di finanziare direttamente la spesa pubblica permetterebbe un rinascimento economico e industriale della Francia. En passant, una volta al potere il Fn, Parigi uscirebbe dalla politica agricola comune, ma di conseguenza anche dall’Unione, visto che partecipare alla Pac è un obbligo comunitario. Il che tra l’altro sarebbe condizione necessaria per realizzare lo “small business act” à la française, al cui riguardo Bruxelles ha già espresso la sua reticenza.
Per riformare le politiche sociali, si prevede di riservare in via prioritaria ai cittadini francesi la pensione minima garantita (Allocation de solidarité aux personnes âgées), concedere trasferimenti in denaro alle famiglie solo quando uno dei genitori è francese, escludere gli immigrati irregolari dalla copertura medica (aide médicale de l’État) e limitare a 10mila il numero annuo d’immigrati (sono stati mediamente 200mila all’anno tra 2004-12).
UNA CONFUSIONE DI SAPORE ELETTORALE
Un programma tanto ambizioso quanto incoerente. Come combattere l’inflazione e contemporaneamente concedere aumenti salariali (200 euro per i salari sotto i 1.500) e caricare le importazioni di un “contributo sociale” del 3 per cento? Come riequilibrare il bilancio pubblico e ridurre il debito pubblico, e al contempo nazionalizzare le banche, tagliare le accise sul carburante e riportare l’età pensionistica a 60 anni? Come garantire la competitività degli esportatori, quando a causa dei dazi aumentano costo delle loro importazioni e rischio di ritorsioni? Senza parlare dell’impatto del Franxit – su finanze pubbliche, conti delle imprese e delle famiglie, realtà industriali particolari come Airbus.
Le proposte in materia di politica commerciale e migratoria siano prive di fondamenti. Per Florian Philippot, numero due del Fn, la decisione americana di imporre nel 2009 un dazio del 30 per cento sulle importazioni di pneumatici cinesi mostra come salvare posti di lavoro di fronte a una concorrenza “sleale”. Peccato che secondo Gary Hufbauer e Sean Lowry del Peterson Institute for International Economics non soltanto i consumatori americani hanno ovviamente pagato più care le gomme, ma in più i posti di lavoro salvati a caro prezzo nell’industria del pneumatico sono inferiori a quelli persi a causa del protezionismo: vuoi perché i consumatori che hanno speso di più per i pneumatici hanno ridotto il proprio consumo di altri beni, vuoi perché l’industria americana del pollame ha sofferto a causa delle ritorsioni cinesi.
Quando si parla poi d’immigrazione, il malthusianismo del Fn non porta da nessuna parte. Dato il bilancio come minimo modesto della riduzione del tempo di lavoro nel lottare contro la disoccupazione, è chiaro che non è l’arrivo di potenziali concorrenti che impedisce a chi è privo di lavoro di trovarne uno. Malgrado il potere di seduzione che la retorica anti-immigrazione esercita sull’elettorato, poi, in realtà la Francia non ha un grande successo nell’attrarre lavoratori stranieri, neanche quelli qualificati.
Ovviamente, la spiegazione di questa confusione risiede nella natura elettoralistica dell’intero esercizio. Gli ideologi del Fn si rivolgono a un elettorato che si sente inerme di fronte alla mondializzazione e al cambiamento tecnologico. Nell’Eldorado frontista, le forze del mercato sono regolate da un grande ministero dell’Economia, dell’Impresa e del Lavoro. Uno Stato dai sentori vaganti orwelliani, che nulla ha a che vedere con lo “Stato stratega” di Philippe Aghion che pure madame Le Pen evoca. Difficile che possa creare ricchezza e benessere, altrettanto improbabile che nel XXI secolo riesca a proteggere i ceti medi.
* Le posizioni espresse nell’articolo sono attribuibili esclusivamente all’autore e non coinvolgono in nessun modo l’organizzazione per cui lavora.

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  1. aldo

    “Difficile che tutto ciò possa creare ricchezza e benessere”. non sarà peggio dell’euro.

  2. Giovane arrabbiato

    Se Marine Le Pen dovesse vincere gli unici responsabili sarebbero i leader dei principali partiti europei.
    La si accusa di avere un programma imprecisato, il che si può dire tranquillamente di qualsiasi altro partito.
    La Pac? Una porcheria e lo sanno tutti; l’unica cosa senza senso è che la Francia ne ha goduto e ne gode ancora molto.
    La nazionalizzazione delle banche di per sé è pessima eppure batte infinitamente il mantra della commissione (e degli USA) di pompare denaro nelle banche ogni qual volta perdono le loro scommesse nei mercati (alla faccia del libero mercato, Adam Smith e compagnia).
    Altrettanto inutile lamentarsi di pseudo protezionismo e politiche industriali, quando i risultati del salvatore della patria Monti e dei suoi colleghi in giro per l’Europa parlano chiaro.
    La questione immigrazione è in fin dei conti il fiore all’occhiello del fallimento europeo. Finché ci si concentra sulla quantità (con l’altro mantra +persone + GDP), ignorando la qualità, si ignorano le lamentele su quello che si continua a non ritenere un problema, non ci si può lamentare quando poi la gente inizia a guardare altrove.
    Poi vabbeh si rovescia un pochino di latte e iniziano a piangere persino ai piani alti, mentre c’è chi piange da anni ai piani bassi.

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