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  1. albertopelissier Rispondi
    tranquilli, ho disdetto il canone TV e buttato il televisore dalla finestra, a parte questo, sarei per un canone "selettivo" ascolto radio3 e pagherei volentieri (un canone ridotto per radio3), poi radio radicale ..... il resto della mia informazione viene da giornali, libri e poco internet
  2. bob Rispondi
    ....gli oligarghi di Putin dopo URSS sono dei pivelli rispetto agli squali che girano in questo Paese. Stanno divorando tutto come le locuste..in un Paese indifferente senza futuro
  3. Danilo Cussini Rispondi
    Vista la massiccia evasione (in alcune regioni quasi il 90%) il canone andrebbe immediatamente abolito. Qualunque cosa si intenda con "servizio pubblico" per farlo basterebbe un canale TV, un canale radio, un canale satellitare e un sito web finanziati con la fiscalità generale; tutto il resto è superfluo, andrebbe venduto e le famiglie italiane risparmierebbero 100 €/anno.
    • stefano delbene Rispondi
      La RAI è, sia pure ormai ridotta al lumicino, una delle poche fiammelle di intelligenza nel mondo della comunicazione che comprende oltre a canali televisivi, giornali e web, anche le radio. Tenere un canale potrebbe anche avere un senso, ma è troppo poco per avere un minimo di massa critica.
      • Danilo Cussini Rispondi
        In effetti con "un canale TV" intendevo un multiplex DTT, cioè 3-4 canali TV.
    • gmn Rispondi
      come dice l'articolo, va bene un canale, ma per fare cosa?
    • Gaetano Stucchi Rispondi
      Eh si, credo anch'io che Cussini la faccia un po' troppo semplice. Invece trovo che l'intervento di Gambaro sia molto efficace e centri bene la complessità del problema RAI. Un'utile pedagogia politica -- sopratutto nella considerazione di partenza sul miraggio di una "nuova governance" , e nei fondamentali interrogativi finali -- rispetto al semplicistico (e frettoloso) approccio renziano. Mi pare però che nel ragionamento ci sia un qualche eccesso di schematizzazione, certo per una condivisibile esigenza di estrema chiarezza ed essenzialità, nella contrapposizione dei due modelli estremi (pubblico e commerciale) così come nella sottolineatura del mercato (solo) televisivo quale contesto imprescindibile di ogni intervento di riforma e rilancio (come vanta il premier) del servizio pubblico. Nella realtà dei paesi EU esistono e funzionano molti modelli intermedi (o ibridi, se vuoi, Marco) da non sottovalutare. E, come tu stesso affermi nell'ultima parte della tua nota, il contesto di riferimento di una aggiornata missione di servizio pubblico della comunicazione pone domande molto più larghe e gravi di quelle che si possono affidare a un "capo azienda" decisionista. E nemmeno a un premier autoritario e al suo ristretto cerchio magico!