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La Rai al bivio

Da diversi anni alla Rai manca chiarezza strategica. Gli altri paesi europei hanno già abbandonato il sistema ibrido. Anche per la Rai si tratta dunque di scegliere tra una soluzione di servizio pubblico o una più prettamente commerciale. Entrambe le opzioni hanno conseguenze non indifferenti.
NON BASTA CAMBIARE IL SISTEMA DELLE NOMINE
Come spesso accade quando si avvicina la scadenza del consiglio di amministrazione Rai, si ripropone il problema di identificare un sistema di nomina che allontani la politica dall’azienda. Ma un provvedimento sul sistema di nomina del consiglio non basterebbe a risolvere il problema, mentre qualsiasi intervento sulla Rai richiede una valutazione di cosa dovrebbe essere il servizio pubblico in epoca digitale e degli effetti sull’insieme del mercato televisivo.
Le linee guida sulla riforma della Rai presentate il 12 marzo dal governo hanno il pregio di collocare i cambiamenti della governance in un primo tentativo di ridefinire il profilo dell’azienda ed è possibile che la discussione parlamentare consenta di approfondire il dibattito pubblico su un tema così rilevante.
Da dove si dovrebbe iniziare a cambiare? In Rai vi sono stratificazioni di dirigenti e giornalisti promossi anche grazie ai collegamenti politici e ridurre questo tipo di influenza costituirà un lavoro lungo e meticoloso in cui il compito principale dei politici, soprattutto se sono al potere, è quello, oscuro, di non dar seguito alle telefonate dei diversi lobbisti interni in cerca di sostegno. Probabilmente, sarebbe utile l’allungamento del mandato di direttore generale e consiglio e, naturalmente, servirebbero criteri di nomina che rendano più difficile insediare persone poco competenti e troppo partigiane.
Ma resta comunque il fatto che un intervento sulle nomine senza un’ipotesi di riforma della Rai apparirebbe inappropriato e d’altra parte non è possibile intervenire sulla Rai senza ripensare la struttura del mercato televisivo. Non è un compito facile e implica scelte economiche di lungo periodo che esulano dalle competenze degli amministratori.
L’OPZIONE SERVIZIO PUBBLICO
Da diversi anni la Rai è in una situazione di affanno caratterizzata da poca chiarezza strategica, da ricavi in calo e costi rigidi, come rilevato dalla relazione della Corte dei conti. Chiunque sia nominato a dirigerla dovrà pensare a una ristrutturazione profonda, che però richiede tempi lunghi e chiarezza sulla direzione da prendere.
Per molti anni, infatti, la soluzione ibrida italiana di servizio pubblico con la Rai impegnata a conquistare ascolti ha consentito agli italiani di avere una televisione molto ricca con un canone abbastanza basso. Negli ultimi tempi gli altri servizi pubblici europei si sono decisamente orientati verso una separazione dal mercato televisivo commerciale.
Una scelta in questa direzione vuol dire enfatizzare la programmazione di servizio pubblico, modificare la programmazione più marcatamente commerciale, aumentare i programmi di cultura, sperimentazione e ricerca. Per andare in questa direzione, occorre ridurre l’affollamento pubblicitario e di conseguenza alzare il canone o dedicare alla Rai altri finanziamenti pubblici. In alternativa, occorre ridurre il perimetro del servizio pubblico, cioè fare una Rai più piccola.
Se si scegliesse questa strada, Mediaset rimarrebbe monopolista sul mercato pubblicitario. Quindi occorrerebbe pensare a come favorire la costruzione di una forma di concorrenza, seppur minima, in quel mercato. Due le strade possibili: separare e vendere una rete Rai oppure stabilire un tetto all’offerta. Ormai con lo sviluppo del digitale non si può pensare a un tetto sul numero di reti, ma probabilmente occorre seguire la strada di un cap all’audience, più o meno sulla falsariga della normativa tedesca dove ogni operatore può avere al massimo il 30 per cento del pubblico televisivo complessivo. La soglia deve essere tale da consentire lo sviluppo di almeno un nuovo operatore commerciale, ma non così stringente da portare al declino delle aziende esistenti, innanzitutto di Mediaset.
L’OPZIONE COMMERCIALE
L’altra opzione è quella di decidere che Rai deve competere per l’ascolto e sul mercato pubblicitario, spingendo verso una sua trasformazione più compiuta in un operatore commerciale. In questo caso, l’affollamento pubblicitario deve aumentare, il canone può essere ridotto e destinato a compiti di servizio pubblico circoscritti e definiti con chiarezza.
Naturalmente, non mancherebbero problemi concreti e politicamente sensibili: che fare ad esempio delle sedi regionali e dei loro tre-quattromila dipendenti? Oppure dei quasi duemila giornalisti? In prospettiva, la stessa proprietà pubblica diventerebbe meno facilmente giustificabile.
In questa seconda opzione probabilmente dovrebbe evolvere il concetto stesso di servizio pubblico, da ragion d’essere di uno specifico operatore a insieme di compiti specifici, assegnati anche a operatori diversi, eventualmente con un sistema di aste. Naturalmente, questo implicherebbe ragionare pubblicamente su quale deve essere il contenuto di un servizio pubblico televisivo nel contesto della convergenza digitale.
Intervenire sulla Rai, però, vuol dire comunque preoccuparsi di come funziona il mercato televisivo e come si relaziona al nuovo ambiente digitale. Tra i molti problemi che sono sul tappeto, se ne possono ricordare alcuni: come favorire la nascita di una vera industria audiovisiva senza scegliere la strada del puro sussidio? Cosa dovrebbe fare la Rai sul terreno delle news? Che tipo di presenza assicurare in internet? Come governare lo sviluppo delle emittenti locali che oggi offrono pochissimo in termini di qualità e varietà informativa?
Questo tipo di scelte non possono essere fatte da un capoazienda, direttore generale o amministratore delegato che sia, ma riguardano direttamente la politica, in quanto rappresentante dei cittadini.

Leggi anche:  No, la Rai non è la Bbc*

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Il Punto

  1. Danilo Cussini

    Vista la massiccia evasione (in alcune regioni quasi il 90%) il canone andrebbe immediatamente abolito. Qualunque cosa si intenda con “servizio pubblico” per farlo basterebbe un canale TV, un canale radio, un canale satellitare e un sito web finanziati con la fiscalità generale; tutto il resto è superfluo, andrebbe venduto e le famiglie italiane risparmierebbero 100 €/anno.

    • stefano delbene

      La RAI è, sia pure ormai ridotta al lumicino, una delle poche fiammelle di intelligenza nel mondo della comunicazione che comprende oltre a canali televisivi, giornali e web, anche le radio. Tenere un canale potrebbe anche avere un senso, ma è troppo poco per avere un minimo di massa critica.

      • Danilo Cussini

        In effetti con “un canale TV” intendevo un multiplex DTT, cioè 3-4 canali TV.

    • gmn

      come dice l’articolo, va bene un canale, ma per fare cosa?

    • Gaetano Stucchi

      Eh si, credo anch’io che Cussini la faccia un po’ troppo semplice. Invece trovo che l’intervento di Gambaro sia molto efficace e centri bene la complessità del problema RAI. Un’utile pedagogia politica — sopratutto nella considerazione di partenza sul miraggio di una “nuova governance” , e nei fondamentali interrogativi finali — rispetto al semplicistico (e frettoloso) approccio renziano. Mi pare però che nel ragionamento ci sia un qualche eccesso di schematizzazione, certo per una condivisibile esigenza di estrema chiarezza ed essenzialità, nella contrapposizione dei due modelli estremi (pubblico e commerciale) così come nella sottolineatura del mercato (solo) televisivo quale contesto imprescindibile di ogni intervento di riforma e rilancio (come vanta il premier) del servizio pubblico. Nella realtà dei paesi EU esistono e funzionano molti modelli intermedi (o ibridi, se vuoi, Marco) da non sottovalutare. E, come tu stesso affermi nell’ultima parte della tua nota, il contesto di riferimento di una aggiornata missione di servizio pubblico della comunicazione pone domande molto più larghe e gravi di quelle che si possono affidare a un “capo azienda” decisionista. E nemmeno a un premier autoritario e al suo ristretto cerchio magico!

  2. bob

    ….gli oligarghi di Putin dopo URSS sono dei pivelli rispetto agli squali che girano in questo Paese. Stanno divorando tutto come le locuste..in un Paese indifferente senza futuro

  3. tranquilli, ho disdetto il canone TV e buttato il televisore dalla finestra, a parte questo, sarei per un canone “selettivo” ascolto radio3 e pagherei volentieri (un canone ridotto per radio3), poi radio radicale ….. il resto della mia informazione viene da giornali, libri e poco internet

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