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Mentre l’Europa consolida la ripresa, l’Italia è ferma

Le stime preliminari del Pil del quarto trimestre indicano che nell’ultimo scorcio del 2014 la ripresa si è complessivamente consolidata in Europa. Per l’Italia le notizie non sono altrettanto buone. Perché il Governo rimanda l’attuazione della delega fiscale, che potrebbe aiutare la crescita?
CHI CRESCE NELL’EUROZONA
Le stime preliminari del Pil del quarto trimestre indicano che nell’ultimo scorcio del 2014 la ripresa si è complessivamente consolidata in Europa, con una crescita congiunturale dello 0,3 rispetto al trimestre precedente (quando era stata dello 0,2 per cento). È una crescita spinta dal basso cambio dell’euro (-7 per cento nel quarto trimestre rispetto a quello precedente) e dai bassi prezzi dell’energia (-11 per cento nel trimestre).
I benefici di cambio e petrolio bassi si vedono prima di tutto in Germania. L’economia tedesca è cresciuta dello 0,7 per cento nel quarto trimestre rispetto al trimestre precedente, il che porta (porterebbe: è solo una stima preliminare anche se affidabile) la crescita del Pil di Berlino nel 2014 a un +1,6 per cento, in netta accelerazione rispetto al +0,5 per cento del 2013. Un valore peggiore delle previsioni di inizio anno, ma migliore dei timori di metà anno. L’accelerazione della crescita tedesca avviene in un contesto di inflazione rapidamente in calo verso lo zero nel trimestre, inflazione che è poi scesa sotto lo zero (al -0,5 per cento) già nel mese di gennaio, per la prima volta dal 2009. Almeno in Germania, i temuti effetti negativi della deflazione (che hanno motivato il lancio del piano di acquisto di titoli da parte della Bce nel mese di gennaio) sono per ora dunque più che controbilanciati dagli sgravi della bolletta energetica nei bilanci delle famiglie e delle aziende.
Ma a beneficiare delle favorevoli condizioni esterne del quarto trimestre non è solo la Germania: anche la Spagna vede aumentare il suo Pil dello 0,7 per cento. Un dato che, se confermato in modo definitivo, porterebbe il Pil spagnolo 2014 a una crescita dell’1,3 per cento. Una netta inversione di tendenza rispetto al -1,2 per cento del 2013 e, più in generale rispetto alla lunga serie di trimestri di crescita negativa successivi alla crisi dell’estate 2011. Sulla crescita spagnola – alimentata da riforme opportune e dai finanziamenti europei a queste connesse – pesano dubbi di sostenibilità, suggeriti dai valori negativi del saldo di bilancia commerciale. E certamente una crescita in deflazione rende più difficile rimborsare il debito pubblico spagnolo cha ha ormai raggiunto il 92 per cento del Pil (in Germania è solo il 79 per cento).
Ma intanto rimane il fatto che a Madrid, a differenza che nelle altre capitali del sud Europa, l’economia ha ripreso a marciare a passo spedito.
Nell’Eurozona gli altri grandi paesi non crescono al passo spedito di Germania e Spagna. Ad esempio, la Francia registra un modesto +0,1 per cento nel quarto trimestre, che porterebbe la crescita annua dell’economia francese a un +0,3 per cento, sostanzialmente in linea con i (modesti) risultati degli anni precedenti.
E poi c’è l’Italia che, con il suo Pil inalterato rispetto al trimestre precedente, fallisce il ritorno alla crescita e non riesce a evitare di chiudere il 2014 con un altro segno meno (-0,3 per cento) dopo i pessimi risultati del 2012 (-2,4) e 2013 (-1,9). L’Italia è l’unico tra tutti i grandi paesi del mondo con un Pil che diminuisce rispetto al livello dell’anno precedente.
UN BICCHIERE MEZZO PIENO
Buone notizie vengono invece dai due grandi paesi UE fuori dall’Eurozona, cioè Regno Unito e Polonia. Prosegue la corsa del Regno Unito (paese esportatore di petrolio) che rallenta marginalmente al +0,5 per cento, ma chiude il 2014 con uno +2,5 per cento rispetto al 2013, con una crescita simile a quella degli Stati Uniti. Un dato che appare stellare per gli standard di un’Europa ancora attanagliata dalla bassa crescita.
Nel complesso, l’irrobustimento della crescita economica in Germania è un bicchiere solo mezzo pieno per gli altri partner europei che crescono poco. Da un lato, più di metà delle importazioni tedesche proviene dall’Eurozona. Quindi una rapida crescita in Germania aiuta anche la Francia e l’Italia. Ma una rapida crescita in Germania (e anche nella Spagna la cui classe politica sta pagando i costi politici dei sacrifici degli anni precedenti) accoppiata con una crescita meno rapida in Francia e Italia complica il compito della Bce e della Commissione europea nell’attuazione di politiche di sostegno all’economia, di cui comunque – viste le nubi che arrivano dalla Grecia e dall’Ucraina – continua a esserci un gran bisogno.
La crescita zero dell’Italia segnala una volta di più l’urgenza che il Governo faccia di più e in fretta per l’economia.
Da questo punto di vista, appare singolarmente inappropriata la scelta di rinviare ai mesi a venire l’approvazione della delega fiscale dalla quale (e dai provvedimenti connessi) arriverebbe un importante aiuto a un’economia che invece continua ad arrancare.

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L’articolo è disponibile anche su www.tvsvizzera – radiomonteceneri

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10 commenti

  1. Fulvio

    Concordo con Lei sulla critica al rinvio della delega fiscale.
    Come si possono sintetizzare in poche righe i vantaggi della delega fiscale per l’economia?
    Può indicarmi un su articolo in tal senso?

    • francesco daveri

      Ci provo. La delega fiscale dà mandato al governo di emettere vari decreti legislativi in materia fiscale negli ambiti più disparati (dalla riforma del catasto a misure anti-evasione fino al riordino di irpef, ires e iva). L’idea del governo è quella di farsi dare una delega per promuovere una forte semplificazione del rapporto tra fisco e contribuente, ad esempio consentendo una compensazione di crediti e debiti dei contribuenti con il fisco. Non sarà la rivoluzione fiscale di cui l’Italia avrebbe bisogno (per quella serve che scenda la spesa pubblica) ma andrebbe nella giusta direzione. Perché rinviarla all’estate?

      • bob

        Lei dice: Non sarà la rivoluzione fiscale di cui l’Italia avrebbe bisogno (per quella serve che scenda la spesa pubblica” e si domanda: “Perché rinviarla all’estate? Prof.re io credo che in questo Paese sia giunta l’ora di guardarsi negli occhi e di non prendersi più in giro….non ne abbiamo più tempo! Lei con una affermazione e un interrogativo non poteva meglio illustrare come è la reale situazione. Vogliamo dircelo con sincerità che in questo Paese è in atto una subdola “Lotta di Classe” ? Una immensa classe burocratica che vive su regole, postille, ricorsi, leggi etc e su queste ha fondato i propri privilegi non credo che farà mai passare nessuna semplificazione. Se a tutto questo aggiungiamo che siamo in un Paese con almeno 10 livelli legislativi partendo dallo Stato centrale all’ultima circoscrizione, credo che Lei intuisce cosa ne viene fuori. 85 giorni per aprire un negozio. 42 fogli protocollo riempiti per una gara di 10 mila euro nella P.A. le può sembrare cosa da Paese normale? La pregherei di rispondere anche a me per capire se è una mia ossesione o no!

  2. Salvatore

    Ma chi sono quei pazzi che fanno investimenti industriali in Italia con il livello di corruzione da primato mondiale e criminalità organizzata che ci ritroviamo?

  3. Dario

    Senza unire una potente liberalizzazione dell’economia, esempio abolendo corporazioni, come quelle notarili ed avvocati, che spremono cittadini ed aziende, ritengo che le manovre fiscali alla fine non daranno gli esiti auspicati.

  4. Adelmo

    La delega fiscale è solo un pannicello caldo che servirà a ben poco se non si attueranno le riforme di cui questo paese ha bisogno. Tutti sanno quali sono, ma non si faranno mai perché c’è la volontà assoluta di non farle perché nuocerebbero ai poteri forti.

  5. Maurizio Cocucci

    I segnali di una ripresa per quest’anno ci sono, oltre alle premesse dovute al calo dell’euro, al ribasso del prezzo delle materie prime e di una crescita dell’economia mondiale. Le nostre esportazioni dipendono molto dall’area euro ed il fatto che l’economia tedesca abbia smentito i timori apparsi la scorsa estate è rassicurante. Faccio notare comunque che il rapporto debito PIL tedesco è stimato circa al 76% (se non qualcosa meno) per il 2014 ed era il 76,9% nel 2013. Concordo sulla nostra necessità impellente di riforme strutturali che riducano la spesa pubblica e contemporaneamente la ottimizzino. In Germania la spesa federale (non quella effettuata dai Länder) per educazione e ricerca è passata dal 3% della spesa complessiva nel 2006 a circa il 4,7% nel 2014. Una tendenza che è anche quella nelle intenzioni del governo Renzi. La spesa federale è scesa dai 307,8 mld di euro del 2013 ai stimati 295,5 mld del 2014 (fonte Ministero delle Finanze Federale), segno che si può conciliare rigore dei conti e crescita se eseguita adeguatamente. Per la Spagna (che le riforme le ha già fatte come correttamente riportato) si registra una crescita ininterrotta dell’occupazione dall’inizio del 2014 e parallelamente una diminuzione della disoccupazione. E’ anche vero che i salari in Spagna sono diminuiti recentemente in termini reali e questo ha influito positivamente sulla competitività però lo stesso ad esempio è avvenuto in Gran Bretagna nonostante la crescita ancora più sostenuta.

  6. Alessandro Pescari

    I risultati del Pil rispecchiano un paese bloccato. Al di lå della delega fiscale (utile in teoria, ma in pratica oggetto di tanti compromessi al ribasso), anche l’attuale governo non riesce ad imprimere una sostanziale svolta nell’economia reale. E’ evidente a tutti che se un paese manifatturiero come il nostro, che sconta un cuneo fiscale mostruoso, così come la tassazione (tax rate maggiore di 30 punti rispetto al benchmark EU), quando pensiamo di tornare a crescere? Il segnale importante doveva essere un serio e reale taglio alla spesa improduttiva (e di tutti gli sperperi/privilegi), ma ció è finita nuovamente nei cassetti della politica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, dal 2008 al 2014: oltre 80.000 imprese fallite (escluse le altre procedure concorsuali/liquidazioni volontarie) e 1.000.000 di posti di lavoro distrutti.

  7. Maurizio Cocucci

    L’altro giorno assistevo ad una trasmissione televisiva, un cosiddetto talk-show, in cui alcuni politici davano la responsabilità della crisi all’euro, altri invece di riflesso sostenevano l’inconsistenza di questa tesi. Collegati poi all’esterno una rappresentanza di imprenditori. Lo stesso è avvenuto ed avviene in altri programmi simili, dove anche economisti sono divisi sul dare o meno all’euro la principale responsabilità. L’aspetto però curioso è che una volta che si da la parola agli imprenditori, ed in particolare a quelli che esportano una parte consistente della produzione e quindi sono più direttamente coinvolti dall’effetto valuta, ribadiscono sempre le stesse cose: i problemi per loro sono le tasse, la burocrazia, la giustizia. Poi a seguire anche il costo del lavoro, ma ben dopo. L’euro? Il più delle volte non è nemmeno menzionato. Una volta tornati in studio ecco che nuovamente politici ed economisti, come se non avessero ascoltato la valutazione di chi l’economia la fa davvero e non la rappresenta solamente, riprendono a discutere su euro si, euro no. Insomma chi conosce bene l’effetto che esercita la valuta e quello del cambio in quanto ha memoria storica delle svalutazioni degli anni ’70, ’80 e l’ultima del 1992, sostiene a gran voce che i problemi sono altri, ma purtroppo a quanto pare sono voci inascoltate.

  8. marcello

    Il grafico rappresenta chiaramente quello che è accaduto e anche perchè è accaduto. La germania unico paese con prezzi sostanzialmente stabili, ha potuto neneficiare, a parità di condizioni, di un aumento del costo del lavoro nominale del 15%, di cui 2,5% reale. Inoltre a parità di offshoring e outsourching con l’Italianel 2009 anno di contagio europeo della crisi dei subprime il tasso di crescita è stato doppio della media UE perchè l’area di fornitura di beni intermedi della Germania è fuori dell’eurozona e perchè a partire dal 1990 la Germania si è riposizonato in un segmento del mercato di maggiore valore aggiunto. La Germania è l’outlier dell’UE e le politiche restrittive che hanno fatto crescere per un lustro il valore internazionale dell’euro hanno favorito solo Berlino che ha cannibalizzato i competitor continentali, soprattutto la Francia. La Merkel non rappresenta gli interessi dell’eurozoana ma queli tedeschi.

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