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La povertà continua a non essere in agenda

Il decreto di riforma degli ammortizzatori sociali fa un nuovo passo verso l’introduzione di una misura unica di sostegno per chi perde il lavoro. Ma smentisce subito la logica universalistica riservando l’assegno di disoccupazione solo ad alcune categorie di poveri.

VERSO UNA LOGICA UNIVERSALISTICA
Il decreto di riforma degli ammortizzatori sociali, approvato dal Consiglio dei ministri il 24 dicembre e trasmesso alla Camera dei deputati, per la conversione in legge, il 13 gennaio 2015 fa un ulteriore passo avanti, rispetto alla riforma Fornero, nella direzione della introduzione di una misura unica di sostegno pera chi perde il lavoro. In attesa della annunciata riforma che semplifichi l’attuale molteplicità attuale dei contratti di lavoro, la misura introduce, accanto alla ribattezzata Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego), diretta ai lavoratori dipendenti, anche una indennità con caratteri analoghi diretta ai lavoratori parasubordinati – la Dis-Coll.
La combinazione di criteri contributivi e tempi minimi in cui si è stati occupati probabilmente lascerà privi di protezione ancora un buon numero di persone che perdono il lavoro prima di aver maturato uno o entrambi i requisiti. Così come rimarranno escluse le false partite Iva. Si tratta, tuttavia, di un importante passo avanti verso una logica universalistica.
MA NON TUTTI I POVERI SONO UGUALI
Il decreto, tuttavia, contiene anche una novità che smentisce quella stessa logica. Si tratta dell’assegno di disoccupazione (Asdi, vedi Titolo III, art. 16 del decreto) destinato “ai lavoratori beneficiari della Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (…) che abbiano fruito di questa per l’intera sua durata entro il 31 dicembre 2015, siano privi di occupazione e si trovino in una condizione economica di bisogno”.
In un paese come l’Italia in cui manca una misura di garanzia del reddito per i poveri, viene individuata una categoria di poveri “meritevoli” in quanto hanno fruito del periodo massimo dell’indennità di disoccupazione. Coloro che hanno carriere lavorative troppo frammentate per fruire del Naspi, o per fruirne per il massimo periodo possibile, e soprattutto coloro che sono poveri perché non hanno mai avuto la possibilità di avere un rapporto di lavoro regolare, sono ancora una volta esclusi. Si pensi, per fare solo un esempio, a donne con figli che sono fuori dal mercato del lavoro da tempo, o non vi sono mai entrate, perché si sono dedicate alla famiglia e che si trovano prive di reddito a seguito di una improvvisa vedovanza o di una separazione. O a uomini e donne disoccupati di lunga durata, da prima del 2015, che proprio per questo non hanno potuto accedere al Naspi. Ricordo che, mentre l’assegno di disoccupazione è uno strumento molto poco diffuso nell’Unione Europea ed è stato abbandonato nel 2000 dalla Germania che lo aveva, una misura di reddito di garanzia per i poveri – a prescindere dalla loro storia contributiva e lavorativa pregressa – fa invece parte del sistema di protezione sociale di quasi tutti i paesi europei.
Il decreto poi accompagna questa inaccettabile categorialità con ulteriori limitazioni: la priorità verrà data ai disoccupati con figli e a quelli prossimi al pensionamento. Inoltre la misura, proposta come sperimentale, è subordinata a un vincolo di risorse. Il che significa che verrà erogata sulla base di una sorta di “first come, first served”. Occorrerà che i disoccupati poveri abbiano l’avvertenza di calcolare bene il proprio periodo di disoccupazione coperto da Naspi, per poter eventualmente fruire dell’assegno assistenziale tra i primi, senza rischiare di averne titolo quando le risorse saranno esaurite.
Si continua a dire che in Italia non si può introdurre una misura di reddito minimo universale per i poveri, del tipo Sostegno all’inclusione attiva (Sia) proposto dalla commissione Guerra durante il Governo Letta perché mancano le risorse. Ma si continuano a consumare risorse preziose in mille rivoli che non riescono mai a fare massa critica e che spesso escludono proprio i più poveri: dagli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti a basso reddito che escludono gli incapienti, agli ottanta euro mensili per tre anni per i neonati in famiglie a basso reddito (che escludono gran parte delle famiglie numerose in cui più è concentrata la povertà), fino a questa proposta di assegno di disoccupazione che esclude tutti i poveri talmente sfortunati da non avere avuto né un lavoro regolare, né la nuova prestazione sociale per l’impiego, il Naspi.
Qualcuno potrebbe obiettare che iniziare dai disoccupati poveri può essere un’utile mossa tattica per arrivare a tutti i poveri in un paese – e in una classe politica e sindacale – in cui la povertà, per quanto estesa e in aumento, non riesce a entrare nell’agenda politica. Temo che non sia così. Piuttosto non fa che confermare la logica categoriale del sistema di welfare italiano, responsabile non solo di molte ingiustizie, ma anche di molte inefficienze.

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Il Punto

17 commenti

  1. Luciano

    Non sono un “lavoratore parasubordinato” né una “falsa partita IVA”. Sono una “vera partita IVA”, obbligata però a versare nel calderone della gestione separata dell’INPS, da quest’anno, quasi il 31% del fatturato. Tuttavia, a noi partite IVA “vere” non protette da ordini professionali, né da potenti lobby come quelle di artigiani e commercianti, il governo ha riservato un aumento di 3 punti della contribuzione INPS, con alle viste un ulteriore aumento di 3 punti percentuali entro il 2018 (a dire il vero, questo è un lascito della sciagurata “Riforma Fornero”). A fronte dei versamenti contributivi più alti dell’Universo, noi serviamo solo a finanziare gli ammortizzatori sociali dei lavoratori dipendenti, essendo esclusi da praticamente tutto. Se siamo afflitti da una grave malattia o siamo colpiti dalla crisi del lavoro, per noi non esiste nessun sostegno economico né Naspi di sorta. Godiamo però del privilegio esclusivo di finanziare la previdenza di lavoratori dipendenti e parassiti vari che continuano a godere di scandalosi “privilegi acquisiti”.

    • Diego Alloni

      Grazie, Luciano, per la precisione e, consentimi di continuare, se calcoliamo che oltre la metà dei lavoratori (dipendenti o autonomi) non arriva ad un lordo di 30000 euro/anno, noi P. IVA che dobbiamo versare (per le pensioni a riporto dei retributivi, specie statali) 1/3 tondo tondo, cioè 10.000 euro/anno (su 30.000), mai arriveremo al montante pensionistico dei 400.000 euro: cioè dai 67 anni non riceveremo nemmeno 1000 euro al mese di pensione: lavoratori poveri e pensionati poveri.

    • Maria Rosaria Di Pietrantonio

      E’ un errore pensare che gli ordini professionali proteggano in qualche modo gli iscritti, o tutti gli iscritti, anche qui, i protetti sono pochi e selezionati. Gli ordini sono strutture per lo piu’ inutili e spesso dannose per i professionisti , una struttura medioevale, i vertici potenti decidono spesso contro i loro iscritti meno importanti , costringendoli a rimanere sempre tali, un sistema di accentramento di ricchezza di pochi e in genere familiari a spese dei molti.Ricalcano esattamente la struttura del paese, poca chiarezza su bilanci e compensi, democrazia zero.Il mio ex presidente nazionale ha regnato per 30 anni e quello attuale non vorra’ certo fare di meno.Nel nostro caso e’ obbligo pagare l’iscrizione ma sopratutto i 5000 euro di contributi pensionistici che dopo 40 anni e solo dopo i 68 anni fanno 500 euro di pensione mensili, ma il problema e’ che non sono un ente pensionistico ma una fondazione…e se non si pagano queste 2 cose non si puo’ svolgere la prefessione…Quindi Luciano io spero solo che qualcuno un giorno li abolisca, la scusa ufficiale e’ che stanno li a controllare la serieta’ professionale dell’iscritto, niente di piu’ falso , non si azzardano mai a sospendere nessuno che abbia avuto un comportamento inadeguato, se e’ uno importante, almeno nel mio ordine, insomma e’ una corporazione a tutti gli effetti.

      • Luciano

        Cara Maria Rosaria, gli ordini professionali andrebbero aboliti, concordo. In attesa che ciò avvenga (non avverrà mai, perché gran parte dei nostri parlamentari sono “ordinisti” e i loro privilegi li sanno riconoscere e se li sanno tenere ben stretti), tuttavia, tali ordini, nonostante la cattiva gestione da lei sottolineata, assicurano 2 indubbi vantaggi agli iscritti:
        1) barriere all’ingresso contro nuovi professionisti, quindi minore concorrenza sul mercato del lavoro
        2) aliquota contributiva tra il 10% e il 14%, contro l’attuale 31% e prossimo 34% dei professionisti non ordinisti. Lascio a lei il compito di calcolare la differenza che fa, nel reddito e nella vita di tutti i giorni, un’aliquota contributiva del 20% in meno oppure del 20% in più.
        Qui non si tratta di fare una guerra tra poveri, ma di stabilire regole non discriminatorie, in linea con i principi della Costituzione. Per quale motivo, se le aliquote fiscali devono essere uguali per tutti (al netto degli attuali 80 euro elargiti solo ad alcuni), nonché progressive, le aliquote previdenziali devono invece variare a seconda della categoria di lavoratore?
        Delle discriminazioni che i nostri governi continuano a perpetrare tramite l’INPS a danno di alcune categorie di cittadini pochi sanno e quasi nessuno parla. E quando si inizierà a parlarne sarà ormai troppo tardi per chi dovrà andare in pensione. Purtroppo, in questo Paese, dei problemi si parla solo quando le emergenze sono già scoppiate.

      • Francesca

        E’ incredibile come chi ha un ordine professionale non si renda conto del vantaggio che ha tra contributi previdenziali e barriera all’ingresso che limita la concorrenza. Aboliamoli pure gli ordini e le loro casse previdenziali, venite nella gestione di separata, voglio vedere dopo la vostra reazione.

  2. Marco Di Marco

    Condivido, grazie Chiara! In Commissione lavoro al Senato ci sono due proposte (di 5 stelle e di SEL) di REDDITO MINIMO. Una è molto simile alla versione da libro di testo del capitolo 5 del Rapporto Annuale dell’Istat. Siccome le diverse proposte sono, salvo dettagli, casi particolari di una formula algebrica generale, sarebbe a questo punto necessario mettere attorno a un tavolo i diversi proponenti e tracciare una specie di testo condiviso, un minimo comun denominatore. Temo si entri invece nella solita fase di concorrenza elettorale (“il mio reddito per i poveri è meglio del tuo”). Dejà vu, per noi che abbiamo i capelli grigi.

  3. solo un Governo di barbari può pensare che il lavoro è un diritto, mentre non è un diritto costituzionale una misura di protezione contro la povertà estrema..Lavorare è u ndiritto (non più garantito), non morire di fame e di freddo non lo è. Cesare Beccaria scriveva già nell’ ‘800 che chi non ha iente da perdere diventerà un ladro e un omicida, male che gli vada, avrà da mangiare e dormire in carcere.
    Le elemosine che la “sinistra” di Renzi risparmia sui poveri tra i poveri, li spende come oneri carcerari e costi di ordine pubblico.
    Nel frattempo Renzi ha abolito per il 2015 il superbollo sulle auto di lusso, non ha ripristinato il divieto di cumulo fra pensione e reddito da lavoro autonomo (abolito nel 2001), ha lasciato le solite sanzioni per i furbetti del quartierino che si tengono pensione e partita iva e alla peggio, se beccati, devono rendere la pensione dell’ultimo anno: molto conveniente. E non ha imposto il calcolo col contributivo per le indennità di disoccupazione e le pensioni eccedenti 10 volte la pensione minima, come ha proposto l’onorevole Meloni

  4. La Germania non ha per nulla eliminato l’assegno di disoccupazione che va dal 60 al 67% dello stipendio mensile netto per max 2 anni (pe rgli anziani fino a 32 mesi). Poi si passa ad un assegno sociale identico per tutti, indipendentemente dal lavoro. Quello`che è stato eliminato è un gradino intermedio. Quindi i poveri, sia che abbiano lavorato prima o meno prendono 399 euro al mese + affitto e spese condominiali.

  5. Saraceno

    Risposta a Manzin.
    Non ho detto nulla di diverso. La confusione sta nei termini usati. L’assegno di cui parla lei, che è rimasto in Germania è l’indennità di disoccupazione che ora in Italia si chiamerà NASPI. quello che hanno tolto è, come scrive correttamente, l’assegno intermedio, assistenziale, che in Italia il decreto vorrebbe introdurre, con il nome di assegno di disoccupazione, mentre continua a mancare un trasferimento per i poveri

  6. bob

    ..l ‘ altro giorno davanti ad un supermercato un giovane ragazzo nero alle 9,00 di mattina puliva il marciapiedi e raccoglieva cartoni inoltre ha preso la bici di una cliente che andava a fare la spesa per custodirla. Mi sono avvicinato e gli ho dato qualcosa del resto che alla cassa mi avevano dato. Gli ho chiesto dove dormisse e mi ha detto che aveva una stanza in periferia e pagava 200 euro al mese che realizzava con i piccoli “lavori” per il supermercato e con le mance dei clienti. Se passa un solerte vigile non solo mette nei guai il supermercato ma anche il povero cristo .Io mi chiedo se non è ora di considerare il vero patrimonio e il reale PIL di un Paese civile il patrimonio delle idee! Non troviamo una idea per dare un reddito a quel ragazzo? Non troviamo una idea per farlo sentire cittadino e parte attiva del Paese? Non troviamo mille idee per realizzare mille attività e far sentire utili le persone? Io credo che ce ne sono molte più di mille. Ma oggi qualcuno su questa rubrica scrive” riprendono gli sfratti..una buona notizia” Ha qualche idea questo signore? Cesare Beccaria disse tante altre cose in “dei delitti e delle pene” 200 anni orsono e oggi fuggirebbe scandalizzato

    • bob

      …aggiungo dott.sa Saraceno che è compito anche di un sociologo creare, suggerire e indirizzare su come la società dovrebbe affrontare e risolvere il problema “sull’esclusione sociale” prima ancora di parlare di metodi e di assegni di disoccupazione che è cosa posteriore al problema. O sbaglio?

  7. Enrico

    Personalmente ritengo che non sia corretto dare “Sussidi Universali” a pioggia, ma che debbano essere inseriti in meccanismi che limitino l’erogazione a chi fa un percorso di inserimento nel lavoro (es. uffici per l’impiego sottomettono proposte e non se ne possono rifiutare piu di tre). Questo per evitare di “vivere di sussidi” volontariamente e arrotondare.
    Probabilmente sarebbe meglio non erogare denaro, ma intervenire direttamente nelle spese (affitto, spese condominiali, spesa alimentare, abbigliamento).

    • bob

      ..il concetto Universale come principio fondamentale è che l’ Economia deve creare e ridistribuire ricchezza! Un nuovo Illuminismo in tal senso deve nascere , crescere e diffondersi. Spero che dopo 300 anni sia ancora l ‘Europa la culla di tale principio. Un Papa gesuita- illuminato sta tracciando un solco

      • Enrico

        In linea di principio sono d’accordo con lei, ma questo è probabilmente un’utopia. Pensare che vi sia una parte di persone destinate a lavorare e creare ricchezza ed un’altra parte che possono permettersi di non farlo (qui sta la distinzione, tra chi non-può e chi può-e-non-vuole) è pura utopia.
        Bisogna anche considerare che la creazione di ricchezza costa fatica e sacrifici e dunque ragionare su quale sia la soglia etica di redistribuzione.

        • Costa fatica e sacrifici? Forse allora stiamo sbagliando qualcosa. Dovremmo abbassare questo grado di difficoltà e di sacrificio. Vivere e lavorare per vivere non dovrebbe essere un peso.
          Studiando il modo per poter abbassare le ore di lavoro vuol dire che permetterebbe di ridurre la pressione sui lavoratori e nello stesso tempo di includerne nuovi.
          Non potremo che beneficiarne tutti.

  8. Savino

    Bisogna battersi per avere un welfare più equo. L’INPS non può essere solo previdenza, ma deve occuparsi essenzialmente di assistenza sociale. Non sono più tollerabili casi come quelli dei piloti ed occorre selezionare i meritevoli di tutela e scartare i furbi che vogliono vivere alle spalle dello Stato.

  9. Correggo. la Germania non ha eliminato l’assegno di disoccupazione, ma l’ha riformato, eliminando un gradino intermedio tra assegno di disoccupazione e assegno sociale.

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