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L’impresa italiana, tra innovazione e ristrutturazioni

Il cosiddetto Investment Compact si occupa anche della capacità innovativa del sistema produttivo e del processo di ristrutturazione delle imprese in crisi temporanea. Se sul primo aspetto è utile allargare alle Pmi le misure già previste per le start-up, del secondo non si affrontano i veri nodi.
FOCUS SULL’INNOVAZIONE
Il decreto legge “Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti” (il cosiddetto Investment Compact) contiene alcuni articoli per la promozione della capacità innovativa del sistema produttivo italiano e del processo di ristrutturazione delle imprese in crisi temporanea. Sul primo aspetto, il decreto contiene due provvedimenti utili. Il primo riguarda l’estensione delle agevolazioni previste per le start-up innovative: l’idea è di renderle permanenti per le Pmi innovative, definite secondo i criteri europei standard, invece di legarle solo alla fase iniziale di vita dell’impresa. In particolare, si riducono gli oneri amministrativi e contabili, si permette l’utilizzo di schemi di remunerazione attraverso la partecipazione al capitale, si concede un accesso prioritario al credito d’imposta per le assunzioni del personale altamente qualificato. Il secondo provvedimento, invece, estende la base per il calcolo delle agevolazioni per i redditi derivanti da capitale immateriale. La norma allarga il concetto di innovazione al di là dei brevetti, comprendendo anche quella non tecnologica. È un aspetto particolarmente importante per le Pmi italiane, dove spesso l’innovazione non si traduce in un brevetto. I due provvedimenti costituiscono un ulteriore tassello in un impianto normativo e fiscale che negli ultimi anni ha reso più attrattiva l’attività innovativa, particolarmente per le Pmi. E l’innovazione è sicuramente il fattore determinante su cui si misurerà la capacità del nostro sistema produttivo di uscire dalla stagnazione in cui versa da quasi vent’anni.
NELLE RISTRUTTURAZIONI MANCANO I FONDI
La parte più problematica del decreto riguarda il provvedimento per favorire la ristrutturazione delle imprese. È prevista l’istituzione della “Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese”, regolata dall’articolo 7. L’idea è di promuovere la creazione di una società per azioni che si occupi di intervenire nella ristrutturazione di imprese operanti in Italia “che, nonostante temporanei squilibri patrimoniali o  finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato, ma necessitino di ridefinizione della struttura finanziaria o di adeguata patrimonializzazione o comunque di interventi di ristrutturazione”. Il capitale sarà sottoscritto da investitori istituzionali e professionali e lo Stato interverrà sotto forma di garanzia degli investimenti di alcune categorie di investitori, ma quelli che non si avvalgono delle garanzie dello Stato avranno diritti particolari. Per il 2015 sono previsti 300 milioni a copertura delle garanzie statali.  L’articolo è difficile da valutare in quanto lascia molto di non detto. A integrazione della norma seguirà un regolamento ministeriale, che conterrà tutti i dettagli attuativi ora non specificati. In particolare, non è chiaro cosa significhi che il Governo “promuove la sottoscrizione del capitale da parte di investitori istituzionali e professionali”, chi siano questi investitori, né quale sarà la governance della società. Sullo sfondo sembra di intravedere il profilo di due convitati di pietra: l’Ilva e la Cassa depositi e prestiti. La norma potrebbe infatti aprire nuove modalità di intervento nella gestione della crisi dell’Ilva, classificabile come impresa in crisi temporanea ma potenzialmente redditizia. La Cdp e i fondi da essa controllati oggi non possono investire in un’impresa in perdita e la garanzia dello Stato potrebbe rimuovere l’ostacolo. Al di là di questa operazione, però, si rischia di creare un nuovo istituto per i salvataggi industriali. Le esperienze passate, dall’Efim, alla Gepi fino alla più recente Sviluppo Italia, non fanno ben sperare. Ammesso e non concesso che si parta con le migliori intenzioni, sarà difficile resistere alle pressioni per scegliere gli interventi in base al costo politico delle crisi aziendali piuttosto che alla possibilità di rilanciare l’impresa. È indubbio che il sistema produttivo italiano ha davanti a sé un processo di ristrutturazione lungo e difficile. Pensare di affrontarlo creando una società ad hoc è una scorciatoia che rischia di produrre un ulteriore spreco di soldi pubblici. La strada più naturale, anche se più in salita, è rimuovere gli ostacoli a una efficiente riallocazione delle risorse produttive. Gli asset di un’impresa si ristrutturano in due modi. Si può passare dai tribunali, attraverso procedure fallimentari o concordatarie. A questo riguardo, va fatto un check-up delle varie riforme del diritto fallimentare  che si sono succedute negli ultimi anni. E, se ancora servisse ribadirlo, è cruciale l’efficienza della giustizia civile. Il secondo modo è attraverso l’azione di operatori di mercato che acquisiscono aziende in crisi e le ristrutturano. Nel settore finanziario esiste una categoria specializzata: i fondi di private equity. Come dimostra l’evidenza per gli Stati Uniti, i fondi di eprivate equity riorganizzano le imprese che acquisiscono, accrescendone la produttività e la redditività. Contrariamente alla visione comune, i costi in termini di occupazione sono modesti, al di sotto dell’1 per cento della forza lavoro delle imprese acquisite. In Italia il mercato del private equity è ancora poco sviluppato. Secondo i dati di fonte Aifi (l’associazione di categoria), siamo in ritardo non solo rispetto agli Stati Uniti, ma anche agli altri paesi europei (si veda la figura sotto). Uno dei problemi fondamentali è l’incertezza sul trattamento fiscale. In particolare, le operazioni di leveraged buyout sono riconosciute da un punto di vista civilistico, ma il loro trattamento fiscale riguardo alla deducibilità degli interessi passivi rimane tuttora incerto. In generale, sviluppare il mercato dei capitali di rischio è cruciale per lo sviluppo del sistema produttivo.
IL CASO ILVA
E l’Ilva? Il problema principale non è la mancanza di potenziali investitori. Quello che grava sulla sua ristrutturazione è l’incertezza sui costi della bonifica e sulle responsabilità di salute pubblica e ambientali in capo all’azienda. Nessun investitore privato si può assumere il rischio d’impresa con l’incognita di passività enormi che potrebbero ricadere sulla gestione, a seconda degli sviluppi giudiziari. Sono problemi molto difficili, ma ineludibili. Una società creata ad hoc per investire nell’Ilva può garantirne la sopravvivenza nel breve periodo, ma finché non si sciolgono i nodi di fondo non si vede come si possa procedere a un rilancio duraturo dell’impresa.
Schivardi
 

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  1. rosario nicoletti

    Vorrei aggiungere sommessamente all’ottimo articolo che la missione di questo governo sembra essere quella di istituire carrozzoni statali. Oltre alla società indicata all’art 7, lo stesso decreto all’art 5 presenta un comma con il quale l’ IIT dovrebbe svolgere la funzione di ufficio marketing per la ricerca pubblica. Si tratterebbe di trasformare (del tutto o in parte) un istituto di ricerca in un inutile carrozzone.

  2. Giovanni Teofilatto

    La costruzione del salario da reddito da impresa è congiunto ad una maggiore flessibilità delle ore lavoro tale che il CLUP è un margine di interesse per il capitale privato. Dunque le maggiorazioni dei prezzi al consumo sono compensati da una riduzione della pressione fiscale a vantaggio competitivo della forza lavoro: è la specializzazione dell’imput_output è P.I.L..

  3. Michele

    Professor Schivardi, lavoro nel private equity in italia da piu di 20 anni. I fondi di private equity solo marginalmente si occupano di imprese in crisi. Molti li escludono proprio dalla propria strategia di investimento. La causa principale del ritardo del settore non sta nell’incertezza fiscale, ma nella difficolta’ di fund raising dovuta alle asfittiche condizioni del capitalismo consociativo (quando va bene)

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