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La Buona Scuola (in economia)

Sono una docente nella scuola secondaria di secondo grado, laureata in Economia e Commercio (piano di studi Economico generale – prevalentemente orientato all’Economia). Nel momento in cui arriva a regime la Riforma della scuola secondaria di secondo grado avviata nel 2010, vorrei condividere alcune riflessioni sull’insegnamento dell’economia nella scuola italiana.
La necessità, ormai evidente nel nostro Paese, di recuperare la carenza di cultura economica spinge infatti ad una riflessione sul percorso d’istruzione e formazione dei nostri giovani.
Dai risultati della recente consultazione nazionale sul documento “La Buona scuola” è emerso che il potenziamento della conoscenza dell’economia è considerato come seconda priorità, subito dopo la padronanza della lingua inglese. Questo risultato è sintomatico di una considerevole consapevolezza, da parte dei diversi soggetti partecipanti alla consultazione, dell’esistenza di un “gap” culturale da colmare.
In Italia non esiste un Liceo economico: l’opzione economico-sociale è un’articolazione del liceo delle scienze umane, che raccoglie appena il 2% delle iscrizioni.
Il liceo delle scienze umane nasce dal liceo socio-psico-pedagogico, che ha un focus prevalentemente psicologico, pedagogico e socio-antropologico; il percorso è infatti orientato “allo studio delle teorie esplicative dei fenomeni collegati alla costruzione dell’identità personale e delle relazioni umane e sociali”, e si propone di guidare lo studente “ad approfondire e a sviluppare le conoscenze e le abilità e a maturare le competenze necessarie per cogliere la complessità e la specificità dei processi formativi.” (Art. 9 del DPR 89/2010 di riordino dell’istruzione liceale). In questa prospettiva di studio e di approfondimento l’Economia politica non può trovare un suo spazio culturale né affermarsi come disciplina trainante di un percorso scientificamente coerente.
L’Economia politica è una disciplina che raccoglie al suo interno sia prospettive storiche e filosofiche, sia astrazioni e applicazioni matematiche; è proprio il dinamico intrecciarsi di questi aspetti che rende molto elevata la valenza formativa della disciplina.
Volendo pertanto enfatizzare i collegamenti storici e filosofici, oltre a quelli matematici, l’indirizzo Economico potrebbe essere inserito nel Liceo Classico, in modo da arricchirlo apportandovi un nuovo impulso. In alternativa, volendo dare maggior rilievo agli aspetti matematici, si potrebbe inserire l’indirizzo Economico all’interno del Liceo Scientifico. Sarebbe inoltre importante sottolineare la necessità di una rottura del costante (e incomprensibile) connubio tra le discipline giuridiche e l’economia politica, che ha finora penalizzato l’insegnamento delle materie economiche, e privilegiare un inquadramento in una prospettiva di integrazione interdisciplinare con Storia, Filosofia e Matematica.
Il Diritto è infatti una disciplina con un suo specifico profilo culturale, nel quale risulta difficile individuare aspetti in comune con le scienze economiche, tanto da un punto di vista formativo quanto da quello metodologico e didattico. Sarebbe inoltre opportuno, almeno laddove lo studio dell’Economia politica costituisca il fulcro di un percorso formativo, rendere l’accesso all’insegnamento di tale disciplina consentito solo a docenti dotati di un titolo specifico, ovvero di una Laurea in Economia, che consenta loro di padroneggiarne sia gli aspetti scientifici che didattici.
In definitiva, se si vuole davvero colmare la carenza di cultura economica nel nostro paese si deve necessariamente partire dalla scuola, procedendo ad una revisione dell’ordinamento liceale nonché della struttura delle classi di concorso, ponendo particolare attenzione all’abbandono di un paradigma culturale che ha negato valenza formativa e autonoma dignità alla disciplina.
Marina De Riso, docente di scuola secondaria di secondo grado e laureata in Economia e Commercio (piano studi “Economico Generale”).

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  1. Rosa Di Bella

    Vedi ist.tecn.economico. Assoluta interdisciplinarietà (tanto da un punto di vista formativo quanto da quello metodologico e didattico) fra diritto ed economia politica, che pure sono due materie, ed i miei alunni la constatano ogni giorno. E che dire del diritto insegnato dai laureati in economia e commercio?

    • Maria Luongo

      Vorrei precisare che il corso di laurea in economia e commercio prevede numerosi esami di diritto. Sono passati diversi anni ma cito: Pubblico, Privato, Commerciale (io ho fatto l’esame con Gustavo Minervini, non so se mi spiego), diritto del lavoro etc, etc.
      In ogni caso la collega stava facendo un altro tipo di ragionamento. Persoalmente da ragazza mi sono fatta un gruzzoletto insegnando quattro stupidaggini a studenti di giurisprudenza che non riuscivano apassare un esamibo facile facide di ecoomia, causa totale mancanza di nozioni di base di analisi matematica. Ogni tanto sforzarsi per capire le motivazioni deli altri potrebbe aprire la mente. Ma tant’é.

  2. bob

    da modesto diplomato credo che le riforme scolastiche non possono essere fatte in funzione dei posti da garantire agli insegnanti. Un buon artigiano ha stessa dignità culturale di un professore ma la nostra vecchia provinciale arcaica mentalità ci porta a pensarla diversamente. La scuola, è fin troppo banale, dirlo, dovrebbe creare cittadini colti in pratica dovrebbe essere un “laboratorio- fabbrica” di cultura. Oggi basta vedere le riforme attuali per capire che la miriade di scuole o specializzazioni ad hoc sono solo per soddisfare inpiego di un immensa folla di “professori” in attesa di posto di lavoro. Un esempio su tutti salta all’ occhio: la riforma del Liceo Scientifico! Spezzettato in mille specializzazioni (liceo scientifico, Liceo scienze applicate, liceo umanistico etc) dove togliendo 2 ore di latino da una parte si crede di poter formare un eccellente matematico dall’altra, pura follia! Per non parlare della sovrapposizione inutile degli Istituti tecnici con quelli professionali doppioni inutili che non servono a nulla soprattutto in una fase storica/tecnologica come l’attuale. Un perito chimico come il sottoscritto oggi si forma con 1 anno di corso e non con 5 inutili anni che potrebbero essere utilizzati per ben altre esperienze formative sia culturali che lavorative

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