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  1. Andy Mc TREDO Rispondi
    Quella che non è cambiata, nel corso delle generazioni, è la stagionalità dell’anno scolastico, che era in origine calendarizzato, nell’Europa ancora in larga misura contadina, in modo da permettere ai giovani di partecipare al raccolto. Di qui l’origine delle lunghe vacanze estive. Di qui l'uso di spostamenti a caso degli insegnanti, che accettano supplenze o turni d'insegnamento a casa del diavolo rispetto al luogo d'origine, da qui la spostabilità dell'insegnante stesso - indipendentemente dalla sue capacità di interagire positivamente con la classe, ecc. ecc...
  2. Vincenzo Alessandro Rispondi
    La prima parte dell'articolo evidenzia gli effetti negativi della Riforma Gelmini, che non è stata una riforma,ma una grande manovra di riduzione degli organici del personale docente. La seconda parte smentisce la prima. Delle due l'una: o non c'è relazione tra organici docenti e risultati di apprendimento (e, quindi, la Gelmini ha avuto ragione a ridimensionare un sistema troppo costoso, con buona pace della Fondazione per la Scuola), oppure ha avuto torto e, quindi, un maggior numero di docenti e classi meno numerose danno un risultato migliore. Tertium non datur.
  3. Giulio Fedele Rispondi
    (2^ parte) Non sarà che quei risultati dipendono, non dall’inadeguatezza degli insegnanti, ma da quella del nostro ordinamento scolastico? E non sarebbe più corretto ribaltare il ragionamento, come in realtà altri (v. studio cit., che evidenzia come l’altra alternativa per ottenere risultati soddisfacenti è quella di adeguare gli stipendi) più correttamente fanno, chiedendosi se l’asserita non-qualità non sia piuttosto conseguenza della condizione (bassi stipendi –tra i più bassi di Europa-, precariato permanente –il più alto di Europa- , e più in genere svalutazione della scuola e del relativo investimento -tra i più bassi di Europa-, ecc.) in cui si trovano ad operare i docenti italiani? Per finire, si è capito che i 150.000 docenti da ‘assumere’ non sono affatto ‘nuovi’ e ‘più’ insegnati che si aggiungeranno a quelli esistenti, ma docenti già ‘assunti’ (sebbene con contratti rinnovati annualmente) e facenti parte in fatto dell’organico, che devono semplicemente essere stabilizzati nel posto che essi già occupano? E si è capito che si tratta di docenti che da anni, e spesso decenni, lavorano nella scuola e che per questo hanno già subito quel ‘controllo sulla qualità’ (migliorabile quanto si vuole, nella scuola come in ogni altro settore della P.A, ivi compresa in primis l’università) invocato come panacea di tutti i mali della nostra scuola, avendo essi , oltre che superato procedure selettive di abilitazione, già dato ampia prova della loro competenza?
  4. Giulio Fedele Rispondi
    (1^ parte) Dopo il contestato ‘studio’ di Ichino , eccone ancora uno che tenta di avvalorare la tesi dell’inutilità dell’assunzione dei 150.000 docenti prevista dal piano scuola Renzi, richiamando dati e ‘letterature’ che appaiono tuttavia parziali e contraddittori. Vizio che investe la tesi alla sua stesse base, laddove prima si afferma che ‘la letteratura è ormai ricca di esempi che mostrano come sensibili miglioramenti degli apprendimenti scolatici siano perseguibili valorizzando qualità’ e subito dopo, in contraddizione con l’assolutezza di tale affermazione, che ‘non c’è parere unanime sul fatto che ridurre il numero di studenti per insegnante abbia effetti positivi ’. Insomma, quella letteratura propinata come verità ‘oramai’ unanime non è poi, per gli stessi autori, affatto tale, atteso che in realtà … non c’è parere unanime! E, in effetti, basterebbe leggere per rendersene conto, ad es., il recente studio della London School of Economics e Università di Malaga, il quale evidenza come uno dei mezzi per ottenere risultati soddisfacenti i è proprio quello di ridurre il numero degli allievi per insegnante. Che poi la qualità generi qualità è verità lapalissiana che non credo richieda troppi studi. Il punto è, però, che gli autori non forniscono dati –e prova- circa l’asserita non-qualità dei docenti, né pare che possa essere venduta come automatica l’equazione scarsi risultati degli studenti = scarsa qualità dei docenti.
  5. fernanda Rispondi
    Da ex insegnante,e'indubbio che più sono gli alunni da seguire, meno tempo hai da dedicare ad ognuno singolarmente! Ma saper tenere una classe è ancora più importante, la preparazione e la motivazione di un insegnante sono fondamentali, è l'Università stessa che deve preparare a questo. Molto spesso le nostre Università ci preparano ad essere dei bravi oratori ma non necessariamente dei bravi insegnanti
    • Chiara Fabbri Rispondi
      Mi spiace ma non céra bisogno dei test INVALSI ma solo di un minimo di buon senso per capire che aumentare il numero dei bambini per classe e ridurre il numero degli insegnanti avrebbe comportato uno scadimento della qualita' dell'apprendimento. Un cattivo insegnante è meglio comunque di un insegnante perfetto ma che manca o che cambia tutti i giorni, specie nella scuola primaria in cui la componente affettiva di attaccamento al docente è un importante fattore della qualità dell'apprendimento, come decenni di studi di pedagogia dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio. In ragione della riduzione degli organici, in moltissime classi almeno una cattedra, se non entrambe sono coperte da insegnati che permangono per qualche meso o solo per qualche settimana, spesso anche per più anni perché in assenza di concorsi docenti di ruolo non vengono assegnati alle cattedre vacanti che sono coperte con supplenze più o meno permanenti, come si può pensare che in questo modo i bambini, stipati anche in 27 in classi fatiscenti, siano in grado di apprendere? Come si pensa che si possa costruire un rapporto educativo e didattico con queste premesse? Una scuola orientata solo al contenimento della spesa e'destinata ad essere solo un mega parcheggio per bambini che nel futuro non avranno le competenze necessarie per entrare e permanere in un mondo del lavoro ferocemente competitivo.