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Se la riforma del terzo settore si fa nella legge di Stabilità *

Un articolo della legge di Stabilità modifica in maniera radicale il regime di tassazione di molti degli enti del terzo settore. Le conseguenze si faranno sentire soprattutto sulle donazioni delle fondazioni. Mettendo così a rischio alcune esperienze di politiche sociali valutate rigorosamente.
IL TERZO SETTORE NELLA LEGGE DI STABILITÀ
La commissione Affari sociali della Camera dei deputati discute la riforma del terzo settore partendo dal testo presentato dal Governo, che punta a un ambizioso (e necessario) riassetto generale della normativa, cresciuta in maniera caotica e poco coordinata. Tuttavia, la vera riforma del terzo settore rischia di passare attraverso un testo diverso da quello in discussione in commissione: la legge di Stabilità. Infatti, l’articolo 3 (comma 27) di quella legge modifica in maniera radicale il regime di tassazione dei dividendi percepiti dagli enti non commerciali, categoria in cui rientra gran parte di quelli di terzo settore. Oggi il 95 per cento di tali dividendi è escluso dalla formazione del reddito imponibile mentre, a seguito della riforma, l’esclusione sarebbe limitata al 22,26 per cento, determinando con ciò un rilevante aggravio fiscale.
La modifica – assai criticabile – colpisce il terzo settore in due modi. Innanzitutto aumenta il carico fiscale diretto, in netta controtendenza rispetto al quadro normativo europeo e statunitense, dove le organizzazioni non profit sono normalmente esenti dall’imposta sui redditi. In secondo luogo, inaridisce una fonte di reddito del settore, le donazioni delle fondazioni erogative, il motore finanziario del terzo settore. Infatti, il sensibile aumento di imposta inciderà in particolare proprio sui soggetti che – statutariamente – donano i proventi derivanti dalla gestione dei propri patrimoni.
Secondo l’Acri, per le sole fondazioni di origine bancaria (Fob) – e per effetto anche dell’aumento dell’aliquota di imposta sulle rendite finanziarie – le imposte cresceranno dai 100 milioni di euro del 2011 ai circa 350 del 2015. Poiché nel 2013 le Fob hanno erogato circa 900 milioni di euro, l’impatto sarà estremamente significativo e porterà a una forte riduzione delle erogazioni al volontariato, alle associazioni, alle cooperative sociali e alle fondazioni che gestiscono servizi per i cittadini. Un impatto che rischia di ridurre significativamente il grado di pluralismo del nostro sistema di welfare, la sua capacità di innovare e i servizi offerti ai cittadini più deboli.
I PROGETTI DELLE FONDAZIONI
In passato, alcuni enti erogativi sono stati gestiti male e ciò non ha contribuito ad aumentare la simpatia verso questi enti. Tuttavia, è indubbio che alcune Fob abbiano fatto cose egregie, che difficilmente le amministrazioni pubbliche avrebbero potuto o saputo fare.
A mio avviso, un’azione tra le più feconde è l’avvio delle prime esperienze di politiche sociali valutate rigorosamente attraverso randomized controlled trials. Cito il caso del progetto “Lavoro&Psiche” che ha sperimentato, su un campione di 300 soggetti, l’efficacia del case-management nel favorire l’inserimento lavorativo di disabili psichici ; oppure il caso del progetto “Pari opportunità nell’apprendimento” che da tre anni sta verificando, su un campione di 1.400 ragazzi stranieri della scuola media, l’efficacia di percorsi di orientamento scolastico e di approfondimento dell’italiano nel ridurre il tasso di dispersione e avvicinare le loro scelte scolastiche a quelle degli studenti italiani; o ancora, il progetto “Riunioni di famiglia” che, su un campione di 260 ragazzi della scuola media, sta verificando l’efficacia delle Family group conference – una metodologia di intervento sociale finora adottata solo in caso di affido – nel ridurre il disagio scolastico.
Sono casi in cui, lontano dalla retorica e dalle divisioni ideologiche, si valutano onestamente il successo o l’insuccesso degli interventi, così da avviare il nostro paese verso quelle evidence-based policies di cui abbiamo grande bisogno, specie in un contesto di restrizione della spesa pubblica. Solo con simili azioni sarà possibile valutare l’efficacia degli interventi non tanto sulla base della quantità di risorse utilizzate, ma piuttosto sui risultati raggiunti.
Queste sperimentazioni – concepite all’interno delle Fob e impossibili senza il loro sostegno – rappresentano un’innovazione radicale nel processo di costruzione delle politiche del nostro paese perché sperimentano su scala ridotta interventi innovativi prima di estenderli a tutta la popolazione, e perché introducono nella “filiera del policy making” una nuova “divisione del lavoro” tra soggetti privati e pubblici, inducendo ognuno di essi a specializzarsi nella parte del processo per cui gode di un vantaggio comparato: gli enti di terzo settore – che possono assumersi rischi di fallimento – nella sperimentazione e valutazione rigorosa delle innovazioni sociali (concordate con l’ente pubblico) per stabilirne l’efficacia e la cost-effectiveness; gli enti pubblici (che godono di risorse assai più ampie rispetto al terzo settore ma i cui amministratori faticano ad assumersi il rischio di fallimento e dunque spesso preferiscono non valutare) nella diffusione delle politiche che hanno mostrato di funzionare. Senza un terzo settore patrimonializzato queste innovazioni sarebbero assai più difficili.
Perché allora il Governo – anziché imporre nuove tasse al terzo settore per destinarle a finanziare interventi di dubbia efficacia o per buttarle nel calderone indistinto della spesa pubblica – non sfida le Fob a creare un fondo per finanziare e valutare rigorosamente gli effetti di innovazioni nelle politiche di welfare? Perché rischiare di annichilire la capacità erogativa del settore (con giovamento modestissimo per il bilancio pubblico) anziché spingerlo a usare fino in fondo i vantaggi di cui gode, cioè un patrimonio significativo che genera frutti che possono essere usati per sperimentare l’innovazione sociale rischiosa?
Del resto, la sfida della valutazione rigorosa dell’efficacia delle politiche è la direzione verso cui ci indirizza l’Europa. È anche la direzione in cui, da tempo, si muovono i sistemi più lungimiranti, basti guardare, ad esempio in campo educativo, l’esperienza della “What Works Clearinghouse” americana (http://ies.ed.gov/ncee/wwc/) o della Education Endowment Foundation inglese (http://educationendowmentfoundation.org.uk/). Vogliamo aspettare che sia troppo tardi?
 
* L’autore segnala il potenziale conflitto di interesse derivante dalla consulenza che egli ha in corso con uno degli enti citati nell’articolo.

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  1. Marco Sassi

    Se la conseguenza di questo passaggio della manovra di stabilità fosse quella di ridurre le erogazioni alle solite grandi cooperative sociali e alle solite grandi associazioni trasformatesi in “cose” ben diverse , mi andrebbe benissimo. Il terzo settore si sta rivelando attraversato da nepotismi, corporativismi, affiliazioni e favoritismi vari come se non più degli altri settori .

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