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La crescita economica? Dipende dal clima

Il New Climate Economy Report presentato al summit sul clima di New York può aver giocato un ruolo nell’accordo Usa-Cina sulla riduzione delle emissioni. E la tesi che è possibile conciliare crescita e obiettivi climatici potrebbe contribuire a un’intesa generale già alla conferenza di Parigi.
UN ACCORDO STORICO. E INASPETTATO
In un recente articolo, Marzio Galeotti e Alessandro Lanza ci hanno raccontato come poche settimane fa si sia assistito a una sorta di “miracolo”, ossia all’accordo fra Stati Uniti e Cina sulla riduzione delle emissioni di gas-serra. Con quell’intesa, gli Stati Unitisi impegnerebbero ad abbattere le loro emissioni di circa il 26-28 per cento entro il 2025, mentre la Cina inizierebbe il suo percorso di riduzione a partire dal 2030. Lo stupore deriva dal fatto che fino a ora i due paesi, responsabili da soli di poco meno della metà delle emissioni di gas-serra del pianeta, si erano sempre sottratti ai possibili vincoli derivanti da accordi internazionali sul clima, vedendo in questi un ostacolo alla loro libertà (nel caso degli Usa) o ai loro desideri di crescita industriale (nel caso della Cina). A cosa si deve quindi il cambio di passo? È possibile che sulla scorta dell’accordo Usa-Cina ci si possa attendere già dalla conferenza di Parigi del 2015 un risultato significativo in termini di obiettivi condivisi a livello mondiale per la lotta ai cambiamenti climatici? Come è stato ricordato da Galeotti e Lanza, il quinto rapporto sui cambiamenti climatici dell’Ipcc, che ha preceduto solo di pochi giorni l’accordo Usa-Cina, non sembra contenere grosse novità rispetto ai costi e ai benefici connessi alle politiche di mitigazione dei gas-serra. Sul versante dei costi, in particolar modo, si ribadisce la sostanza dei risultati già riportati nel precedente rapporto del 2007: una politica di stabilizzazione delle concentrazioni dei gas-serra compatibile con un mantenimento dell’innalzamento della temperatura terrestre al di sotto di 2°C rispetto ai livelli pre-industrializzazione porterebbe la crescita annua dei consumi all’1,94 rispetto al 2 per cento che si avrebbe in assenza di politiche di mitigazione. Eppure, nonostante le rinunce connesse alle politiche di mitigazione non appaiano così severe, e nonostante le evidenze scientifiche ci mostrino come, al contrario, i rischi e i costi legati al surriscaldamento del pianeta siano sempre più elevati, a partire da Copenaghen 2009 le conferenze annuali delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici hanno fatto sempre registrare risultati molto deludenti. Evidentemente, per quanto a livello globale i benefici delle politiche di mitigazione superino i costi, persiste ancora l’incentivo dei singoli paesi a comportarsi da free riders, ossia ad appropriarsi dei benefici delle politiche di mitigazione senza volerne sopportare i costi. Che possibilità c’è allora che a Parigi si possa uscire dalla situazione di stallo che ha caratterizzato le ultime conferenze sui cambiamenti climatici? C’è forse qualche novità che potrebbe indurci a nutrire una cauta speranza?
LA TESI DEL NEW CLIMATE ECONOMY REPORT
A ben vedere qualche elemento di novità c’è. Mi riferisco all’idea che inizia a circolare in importanti consessi politici, scientifici ed economici secondo la quale le politiche di mitigazione possano non impattare negativamente sulla crescita economica, ma rappresentarne addirittura uno stimolo. Questa idea ha ricevuto la sua benedizione ufficiale al summit delle Nazioni Unite sul clima tenutosi a New York in settembre, dove è stato presentato il report della Global Commission on the Economy and Climate dal titolo molto significativo, Better Growth, Better Climate: The New Climate Economy Report. Il rapporto, al quale hanno contribuito importanti economisti oltre ai premi Nobel Daniel Kahneman e Michael Spence, sostiene la tesi che è possibile conciliare crescita e obiettivi climatici aumentando l’efficienza nell’uso delle risorse, investendo in infrastrutture e stimolando l’innovazione nelle politiche urbane, nell’uso della terra e delle fonti energetiche. La portata del messaggio è notevolissima essendo evidente che, se tutti i paesi potessero trovare un’occasione di crescita nella lotta ai cambiamenti climatici, i disincentivi a cooperare potrebbero venire meno. Trattandosi però di una tesi che fa riferimento a scenari futuri, l’evidenza empirica a suo sostegno non è ancora sufficientemente consolidata e, secondo alcuni commentatori, potrebbe addirittura nascondere la volontà di far passare attraverso uno slogan ambientalista l’idea, tesa a perseguire finalità di segno esattamente opposto, che non bisogna preoccuparsi degli effetti della crescita economica e che anzi sarà questa a salvare il pianeta. Senza voler entrare nel merito della polemica, probabilmente servirà ancora del tempo per poter affermare su basi scientifiche quale sia la reale portata della tesi e degli argomenti sostenuti nel New Climate Economy Report. Quello che è certo però è che l’attività della Global Commission on the Economy and Climate ha rappresentato un efficace strumento di supporto al recente accordo siglato da Usa a Cina, come stanno a dimostrare anche lo studio dell’università Tsinghua di Pechino, China and the New Climate Economy, presentato proprio in occasione dell’accordo Cina-Usa, e il suo corrispondente americano Seeing Is Believing: Creating a New Climate Economy in the United States, del World Resouces Institute di Washington, entrambi parte di una serie di country studies collegati al lavoro con il quale la Global Commission sta cercando evidenze a supporto dei suoi argomenti.
PARIGI VAL BENE UNA TESI
L’accordo Cina-Usa ci insegna, quindi, che forse la tesi del New Climate Economy Report è proprio ciò di cui i rappresentanti politici dei diversi paesi hanno bisogno per poter giustificare un accordo sul clima agli occhi dei rispettivi elettorati. Allora, nell’attesa di maggiori evidenze empiriche, dovremmo cercare di mettere da parte le polemiche (in verità poche) che hanno accompagnato l’uscita del New Climate Economy Report e accogliere invece con favore tutti gli argomenti che potrebbero aiutarci a perseguire uno storico accordo internazionale che, già da Parigi, potrebbe essere a portata di mano.

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Il Punto

  1. oscar blauman

    L’idea in termini generici e’ vecchia e se vogliamo ovvia. Sarebbe bello se l’articolo comunicasse anche qualche dato ipotetico o oggettivo. Qui sembra di leggere un giornale qualsiasi e non la voce.

    • Edilio Valentini

      L’idea (se si riferisce a quella del NCE Report) forse è vecchia ma niente affatto ovvia in quanto tutti i modelli di simulazione degli effetti delle politiche di mitigazione (da quello di William Nordhaus a quello di Nicholas Stern) ipotizzano una relazione inversa fra politiche di abbattimento e tassi di crescita economica. I dati “oggettivi” può trovarli cliccando sui link ai documenti citati nell’articolo. Grazie e buona lettura.
      EV

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