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Garanzia giovani, cronaca di un fallimento annunciato

La Garanzia giovani non è certo la soluzione al problema della disoccupazione giovanile. Gli strumenti utilizzati risultano insufficienti e la situazione non è cambiata rispetto a un anno fa. Anche in altri paesi europei i risultati sono poco soddisfacenti. Misure da attuare e annunci mediatici.
UN ANNO DOPO
Poco più di un anno fa, con Francesco Pastore avevo scritto un articolo su lavoce.info sul possibile successo della Garanzia giovani in Italia. Evidenziavamo come i servizi pubblici per l’impiego, data la loro situazione, non sarebbero mai stati in grado di realizzarne gli obiettivi, ovvero un lavoro o un percorso formativo entro quattro mesi dall’iscrizione del giovane disoccupato. Mentre la pesante recessione economica contrae le nuove opportunità di lavoro, i Centri per l’impiego si trovano esattamente come li avevamo lasciati più di un anno fa: numero di dipendenti ridotto (ad eccezione della Sicilia) e spesso senza le necessarie competenze; servizi alle imprese praticamente assenti (si tratta di una struttura che dedica quasi totalmente i suoi servizi all’offerta rispetto alla domanda); meccanismi di valutazione delle performance dei dirigenti poco chiari, anche a livello nazionale. La struttura dei servizi pubblici per l’impiego è stata completamente abbandonata a se stessa durante i Governi Monti e Letta, perché considerata marginale rispetto alla regolamentazione del mercato del lavoro, e ormai da anni attende una riforma strutturale, che forse potrà realizzarsi con la nuova Agenzia unica del lavoroprevista nel Jobs Act. D’altra parte, proprio la Garanzia giovani rende ancora più evidente l’incapacità di molte regioni di gestire le politiche attive del lavoro, con le sole eccezioni di Lombardia e Trentino (ormai sempre più anomalie del sistema).
I PRINCIPALI PROBLEMI
Finora alla Garanzia giovani si sono registrati 236.969 giovani e le “prese in carico” dei giovani registrati sono state 53.781. Già qui, però, si nota la prima differenza con gli altri paesi. Infatti, in paesi come Germania o Svizzera, il colloquio di orientamento prevede che il centro per l’impiego consegni al disoccupato, dopo il bilancio della competenza, una sorta di “guida alla scelta” con l’elenco delle aziende che assumono profili professionali simili al suo, e indichino una lista di corsi di formazione con dimostrata capacità di aumentare le chance occupazionali (attività di Targeting). In Italia, il colloquio per la presa in “carico e profilatura” previsto da Garanzia giovani è probabilmente vissuto dai giovani più come un servizio “burocratico” che non come una vera struttura di orientamento professionale (impossibile da realizzare se non si dispone di accurate analisi del mercato del lavoro locale). Certo, ci sono alcune esperienze positive, come quella di Afol Monza e Brianza che ha realizzato il primo progetto di marketing territoriale (e non è un caso che l’agenzia risulti dal rating di Regione Lombardia il migliore operatore pubblico). Ma si tratta di casi isolati. Dopo quasi cinque mesi, numerosi servizi devono ancora entrare a regime (dal servizio civile, alla mobilità occupazionale, ai possibili incentivi alle imprese) e soprattutto si segnala una bassissima partecipazione della domanda di lavoro, anzi quasi “inesistente”: se le opportunità di lavoro sono pari a 24.854, le vacancy – ovvero le opportunità offerte dalle imprese nel portale – sono appena 4.303.Ammesso che siano tutte opportunità concrete, queste offerte non saranno mai in grado di soddisfare una platea così enorme di utenti e si rischia quindi un “fenomeno di lotteria”. E infatti oggi le possibilità per un giovane di ottenere un lavoro attraverso la Garanzia giovani sono del 2 per cento.
POCHI SUCCESSI ANCHE IN EUROPA
La stessa Commissione europea aveva dato enfasi alla Garanzia giovani, presentandola come la soluzione alla disoccupazione giovanile, ma i dati non sembrano dimostrarne il successo. Innanzitutto, si sono presi a riferimento i modelli dei paesi scandinavi (come Danimarca, Svezia e Finlandia), trascurando però il fatto che in quei casi la Garanzia giovani è stata uno strumento marginale e complementare del cosiddetto “paradiso” del welfare occupazionale, ovvero la flexicurity (flessibilità dei contratti di lavoro, welfare generoso e Cpi efficienti). In Danimarca, lo strumento è stato introdotto nel 1990: era destinato ai giovani disoccupati sotto i 19 anni che non beneficiavano del sussidio di disoccupazione. Si basava su misure di formazione professionale volte soprattutto al recupero scolastico e, per incentivare la partecipazione, prevedeva un sostegno al reddito. Tuttavia, non sono mancati comportamenti opportunistici, elevati tassi di abbandono e, soprattutto, non se ne conosce con precisione l’impatto occupazionale. In Svezia (così come Norvegia e Finlandia), i programmi garantiscono ai disoccupati di medio-lungo periodo politiche attive volte al reinserimento lavorativo, all’avvio di un’attività d’impresa o all’attivazione di percorsi di formazione professionale. Tuttavia, in assenza di programmi di creazione diretta del lavoro (ovvero è lo Stato che dà il lavoro), che comunque non producono effetti positivi, non si sa quanti giovani effettivamente trovino lavoro entro quattro mesi (pare difficile crederlo, soprattutto per i meno istruiti). A ciò si aggiunge che le valutazioni del modello di Garanzia giovani svedese sono tutt’altro che convincenti (e queste considerazioni si possono certamente estendere anche al caso italiano) per due aspetti: i servizi non erano “tarati” per i giovani, ma sono stati riciclati quelli già a disposizione (e così si erogavano inutili corsi di inglese e informatica a giovani laureati); una pessima governance, dove i Cpi non dialogavano con le altre istituzioni e le strutture scolastiche, che ha prodotto problemi di auto-selezione del campione (si sono iscritti prevalentemente laureati e diplomati) e soprattutto una scarsa partecipazione dei più svantaggiati.
COME EVITARE LA “CATASTROFE”
Le misure di riforma dei Centri per l’impiego previste nel Jobs Act vanno nella direzione giusta, ma ovviamente molto dipenderà dall’attuazione della delega al Governo e dalle risorse messe in campo. Purtroppo, però, questa riforma deve percorrere ancora un cammino lungo, che richiederà certamente anni prima di vedere l’Agenzia nazionale a pieno regime. Nell’immediato, vanno eliminate le procedure amministrative in capo ai centri per l’impiego, spostandole all’Inps e al suo contact center; i dipendenti dei Cpi liberati da queste procedure devono subito attivarsi per sviluppare azioni di marketing aziendale, seguendo le migliori pratiche oggi presenti nelle agenzie private del lavoro, in modo che sia possibile caricare un numero maggiore di vacancy. Le regioni del Sud devono rifarsi ai principi di partnership pubblico/privato presenti in Regione Lombardia: principi di black-box (prendi i soldi solo se collochi) per disincentivare il parcheggio in formazione professionale; un rating degli operatori per capire chi lavora meglio e indirizzare di conseguenza l’utenza. Solo applicando questi due principi si potrebbero ottenere risultati migliori. Ovviamente, in futuro, andrebbero evitati annunci mediatici che creino aspettative sbagliate: per un giovane trovare un lavoro in quattro mesi è molto difficile e sostituire la ricerca con la formazione professionale in alcuni casi potrebbe persino produrre effetti negativi. Con onestà, questo ai giovani va detto.
 

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  1. Luigi Oliveri

    Caro Francesco, come sai le migliori pratiche delle agenzie per il lavoro presupporrebbero che i dipendenti dei Cpi possano andare presso le aziende e fare promozione. Il problema è che le norme nazionali impediscono ai dipendenti pubblici persino di avere rimborsi per l’utilizzo del mezzo proprio. Si tratta di regole di “risparmio”, improntate, in realtà, ad un pauperismo vuoto e cieco, che impediscono radicalmente di operare secondo ovvi e corretti strumenti di contatto con le aziende. Le riforme non passano solo dalla costituzione di una fantomatica Agenzia, purtroppo. Occorre molto, molto altro ancora.

    • rob

      4 dico 4 regole dello Stato e poi insegnare la cultura del CV . L’ azienda ha bisogno? Fa ricerca attraverso la rete e sceglie colui che ritiene pià idoneo. In pratica, sarà ora di far sparire questo costume tutto italiota ” ti serve il lavoro ci penso io”. Cosa che alimenta solo burocrazia inutile di sindacati, caf, patronati, uffici di collocamento . Sarà ora di lasciare le persone scegliere il proprio futuro da soli all’interno di 4 regole chiare per chi cerca e chi offre lavoro? In questo intervento stiamo ancora ragionando di questo ” Le regioni del Sud devono rifarsi ai principi di partnership pubblico/privato presenti in Regione Lombardia: principi di black-box (prendi i soldi solo se collochi) per disincentivare il parcheggio in formazione professionale; un rating degli operatori per capire chi lavora meglio e indirizzare di conseguenza l’utenza..” ! A mio avviso Medioevo

  2. Vincenzo Tondolo

    In Germania esistono tre scuole di formazione che provvedono a formare e aggiornare continuativamente gli operatori dei servizi pubblici per l’impiego. In Italia quale formazione ad hoc viene impartita a queste persone? E se ci fosse un’idea di formazione coerente ed un corpo docente adeguato, temo che a questa categoria di “fannulloni” pubblici (io vi appartengo) verrebbero impartite forse nozioni giuridiche (leggi, circolari, commi). Dopo anni di front-office, tutto quello che so l’ho imparato sul campo. Per contro, ben noto è il bagaglio culturale dei dirigenti pubblici.Come si può gestire Garanzia Giovani con un’armata brancaleone simile? Come potrà mai esserci un rapporto decoroso tra pubblico e privato, se al primo si lasciano le procedure e al secondo ruoli specialistici (sedicenti) sostanzialmente incardinati per assaltare la diligenza?

    • rob

      ..appunto mancanza di cultura di educazione al lavoro è quello che si evince dal Suo intervento. La gran parte delle assunzioni soprattutto in certi settori, sono state gestite dai sindacati con forme al limite del ricatto ( andate a parlare con chi gestisce supermercati) e inculcando alla mente dell’ assunto ” visto il sindacato ti ha trovato un posto”. Punto ! Sottointendendento che tutto il resto, doveri, prfessionalità, merito etc era superfluo e secondario. Vogliamo parlare per fare un quadro di: uffici pubblici, ASL , dipendenti regionali, partecipate, enti vari etc etc. Quale futuro ha un Paese che per 40 anni ha predicato questa cultura? Quando generazioni di padre in figlio sono nate e abituate a questo andazzo? Al populista di turno fa comodo dire : è colpa dei tedeschi!

  3. L’articolo è centrato riguardo al gravissima ipoteca data dalll’assenza di servizi del lavoro basati su “uffici unici” (one stop shops) in Italia, una riforma che non costa. L’articolo però contiene inesattezze per cui la tesi del fallimento non è dimostrata.
    .1. Servizi per l’impiego.Il governo Letta ha creato la “struttura di missione delle politiche attive” da cui sono nati “one stop shops” per le politiche verso i giovani (youth corners)
    2. Il piano nazionale garanzia giovani prefigura una riforma dei servizi per l’impiego con funzioni centrali di monitoraggio e contendibilità dei percorsi
    3.E’ un piano di occupabilità e non solo di occupazione che affronta il grave problema del mismatch delle competenze in Italia
    4. Il massimalismo e l’attesa miracolistica di un “sole dell’avvenire” per risolvere i problemi è un vizio radicato. A chi vuol darsi dal fare la Garanzia Giovani offre opportunità straordinarie. Occorre creare focal points e mobilitare le energie per spendere bene i soldi piuttosto che scoraggiare le persone con “self-fulfilling prophecies” di fallimenti annunciati. Occorre tallonare le istituzioni e discutere i casi positivi e negativi.
    4. Ci sono Regioni come il Lazio dove la Garanzia Giovani è proprio l’occasione per ristrutturare i servizi per l’impiego.Esperienze utili ci sono e non solo Monza.
    5. Il successo andrà misurato rispetto alla situazione di partenza. E poi ci sono alternative? Nord e Sud Europa sono ambedue fatti di persone con la testa.

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