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Ma lo Stato è avaro con i non autosufficienti

Al di là delle risorse destinate dalla Legge di stabilità, l’Italia spende poco per le persone invalide e non autosufficienti. E si affida ai trasferimenti monetari, mentre i servizi sono scarsi. Così aumenta la dipendenza dal nucleo familiare ed è più difficile uscire da situazioni di esclusione.
RISORSE BALLERINE DAL 2006 A OGGI
Il fondo per le non autosufficienze è stato istituito nel 2006: ogni anno la Legge finanziaria (ora Legge di stabilità) fissa l’importo che viene trasferito dallo Stato alle regioni per “garantire l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali su tutto il territorio nazionale con riguardo alle persone non autosufficienti”. I livelli essenziali delle prestazioni, però, non sono ancora stati definiti dallo Stato: in mancanza di un criterio oggettivo per la misurazione del bisogno, di anno in anno i vari Governi hanno deciso in totale discrezionalità gli stanziamenti al fondo (si veda il recente rapporto realizzato dalla Conferenza delle Regioni): dagli iniziali 100 milioni nel 2007 si è rapidamente saliti a 300 nel 2008 e a 400 sia nel 2009 che nel 2010, per poi crollare, tra austerità e disinteresse, a 100 milioni nel 2011 e a zero nel 2012. Negli ultimi anni il fondo ha ripreso consistenza: 275 milioni nel 2013 (per iniziativa del Governo Monti) e 350 nel 2014 (una decisione del Governo Letta). La bozza della legge di Stabilità però stanzia solo 250 milioni per il 2015, 100 in meno dell’anno in corso. È vero che si dice che il fondo è incrementato “a decorrere dal 2015”, dunque stabilendo che questa sarà la cifra base anche per gli anni successivi, ma sono sempre possibili cambiamenti futuri, e la sostanza è che per il 2015 c’è comunque un calo. È stato giustamente fatto notare che si tratta di una doccia fredda, altro che le secchiate estive d’acqua gelida per la campagna sulla Sla.
COME CONTRASTARE I PROCESSI DI EMARGINAZIONE
Sembra che il presidente del Consiglio e i ministri interessati si siano impegnati a riportare lo stanziamento ai livelli precedenti, ma non c’è ancora nulla di certo e vedremo cosa succederà nel dibattito in Parlamento. È molto probabile che i 100 milioni si troveranno, e qualcuno riuscirà anche a fare bella figura. Va però sottolineato che 350 milioni sono una cifra del tutto insufficiente per affrontare un problema che, con l’invecchiamento della popolazione, sta diventando sempre più grave: come finanziare i servizi, soprattutto quelli legati all’assistenza domiciliare, di cui necessitano i disabili più gravi. L’Italia spende poco per invalidi e non autosufficienti: circa 26 miliardi nel 2011, 7,5 in meno della media europea tenendo conto della popolazione. A livelli tedeschi, la spesa italiana sarebbe di 18 miliardi superiore (Istat, Rapporto Annuale 2014). La spesa si concentra inoltre sui trasferimenti monetari, in particolare indennità di accompagnamento e pensioni di invalidità, mentre i servizi sono scarsi, e sono stati per di più tagliati dagli enti locali in questi anni di crisi, rendendo più difficile uscire da situazioni di esclusione e aumentando la dipendenza dal nucleo familiare, se c’è.  Sarebbe un vero peccato che un governo che a parole si dice attento ai problemi distributivi assecondasse questo processo di emarginazione, con gravi danni anche per le scelte di vita e lavoro dei familiari, soprattutto se donne. E’ importante quindi che lo stanziamento per questo possa fondo crescere, anche oltre i 100 milioni che mancano rispetto all’anno in corso.

Leggi anche:  Non solo le donne perdono il lavoro

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  1. Giovanni Teofilatto

    Condizione necessaria è fine dell’ezport e condizione sufficiente fine di Battiato e delle import sfortunate: onde CENTRO gravitazionali.

  2. Commento interessante e condivisibile che si aggiunge ai tantissimi analoghi giudizi che si leggono da parecchi anni.
    L’analisi è quindi oggettivamente acclarata ma le soluzioni si limitano a richiedere maggiori finanziamenti che mancano o vengono spesi male.
    Fermo restando l’intervento dello stato sui LEA, occorre andare incontro alle famiglie che si trovano nelle condizioni di sopperire all’assistenza domiciliare con badanti o caregiver.
    Permettendo di portare a deduzione dal reddito l’intero costo della badante si farebbe emergere l’enorme fenomeno del lavoro nero e le entrate fiscali e previdenziali compenserebbero il costo.
    Si avvierebbe una seria politica di formazione professionale, si ridurrebbe l’intervento sanitario e si aumenterebbe l’occupazione femminile.
    I comuni potrebbero stimolare fondi di mutualità per la non autosufficienza per la copertura del costo residuo della badante al netto dell’assegno di accompagnamento. La Sardegna ha fatto una cosa analoga registrando buoni risultati.
    Riflettiamoci

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