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La lunga strada verso una fiscalità equa

Con il passare degli anni l’Irpef è stata caricata di troppi compiti diventando un’imposta inefficiente e iniqua. Il Nens ha lanciato una proposta per riformularla e creare una progressività della tassazione adeguata. I costi dell’operazione.

UNA TASSA DA RIVEDERE

Il 9 ottobre il Nens ha presentato una proposta che riguarda contestualmente la principale imposta del nostro sistema, l’Irpef, i contributi previdenziali a carico dei lavoratori, e un nuovo assegno di sostegno al reddito dei nuclei familiari (generalizzazione dell’attuale Anf). Le ragioni della proposta derivano dalla constatazione che nell’ultima dozzina di anni l’Irpef è stata caricata da troppi compiti, divenendo un’imposta opaca, dove le vere aliquote marginali (quelle sull’imposta netta), sono ben più alte di quelle formali (sull’imposta lorda). Esse sono inoltre differenziate per tipologia di contribuente (dipendente, pensionato o autonomo) o per carichi familiari (coniuge, uno o più figli). L’obiettivo di sostegno dei redditi familiari tramite l’Irpef, non può soddisfare criteri validi di equità verticale ed orizzontale in quanto molti redditi non entrano nella base imponibile. Un altro aspetto delle difficoltà nell’uso dell’Irpef è la crescita patologica del fenomeno degli incapienti. L’Irpef non è neppure lo strumento più adeguato per la riduzione del cuneo fiscale, dalla parte del lavoratore, come si è visto nel caso del cosiddetto “bonus Renzi”.

LE SOLUZIONI SUGGERITE

Nella nostra proposta all’Irpef è assegnato l’obbiettivo, oltre ovviamente al gettito, di realizzare una progressività adeguata, con un andamento regolare, in cui le aliquote marginali crescano, fino ad un massimo, con gradualità. La riduzione del cuneo fiscale si ottiene con una fiscalizzazione, non totale, ma comunque ampia, dei contributi a carico dei lavoratori. Il sostegno dei redditi familiari viene realizzato con un assegno, che riguarda la stragrande parte della cittadinanza, finanziato da un contributo anch’esso generalizzato. L’assegno si commisura all’insieme dei i redditi dei nuclei familiari di fatto, tenendo conto del numero dei componenti,  e delle economie di scala, cioè del reddito equivalente del nucleo.
L’Irpef si struttura con sette aliquote, dal 20 per cento fino al 48 per cento (per redditi oltre i 200mila euro), con assorbimento del contributo oltre i 300mila. Le detrazioni per tipologia di reddito sono ridotte e sono fisse; le detrazioni per carichi familiari sono eliminate. Pertanto le aliquote formali dei vari scaglioni sono anche aliquote marginali effettive, uguali per tutti i contribuenti.
La fiscalizzazione dei contributi dei lavoratori (sei punti) presenta un andamento simile a quello dell’earned income tax credit degli USA: c’è una crescita fino a 15mila euro (per un massimo di 900 euro), poi tale importo si mantiene costante fino a 30.837 euro. I 900 euro si riducono infine gradualmente fino a 71.586 di reddito lordo. La riduzione della parte fiscalizzata dei contributi avviene dunque in un intervallo di oltre 40mila euro, con un’aliquota implicita quindi, ma di entità molto modesta.
L’assegno a sostegno del reddito è costante a bassi livelli di reddito, poi decresce linearmente. Ad esempio, per una sola persona l’assegno èpieno fino a 7.000 euro di reddito, poi decresce linearmente tra 7.000 e 28.000 euro di reddito. Anche in questo caso vi è un’aliquota implicita, ma anch’essa di entità limitata. Le due aliquote implicite (fiscalizzazione e assegno) non si intersecano, e i limiti sono stabiliti in corrispondenza a quelli degli scaglioni Irpef. I risultati in termini di equità verticale ed orizzontale sono molto buoni, come si vede sul seguente grafico:

Leggi anche:  Riforma dell’Irpef: ci siamo quasi?

Incidenza su reddito Tasse-Assegni con e senza riforma x decimi di reddito equivalente

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Per quanto riguarda il cuneo fiscale, la riduzione, dal lato dei lavoratori, è  significativa, risultando mediamente di 2,5 punti (da 40,2 a 37,7). Non solo, tale riduzione è più forte a livelli più bassi di reddito: ben 8,4 punti per i lavoratori sotto i 20mila euro, 2,1 punti per quelli tra 20mila e 40mila, ed un punto per quelli sopra i 40mila.  Il costo complessivo è di 14,7 miliardi, quasi un punto di Pil. Si tratta di una cifra certamente rilevante di questi tempi, ma se si adottassero le proposte del Nens sull’Iva le risorse sarebbero più che sufficienti. E comunque la riforma può essere introdotta gradualmente, per step. Se ad esempio di procedesse per quattro step, nel primo si applicherebbe il vecchio sistema al 75 per cento e il nuovo al 25 per cento, nel secondo 50 e 50, e così via. L’obbiettivo infatti non è quello congiunturale di un aumento di reddito disponibile, ma di sistemare in modo organico l’attuale mix di prelievo e trasferimenti  (tax-benefit) che presenta seri problemi.

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  1. Alessandro Gratton

    Ottima proposta, mi piacerebbe conoscere meglio i calcoli fatti per stimare il costo di 14,7 miliardi e le soluzioni proposte (IVA) per farvi fronte. La filosofia di fondo mi pare sostanzialmente in linea con quella dei famigerati 80 euro, ma la modalità attuativa mi pare più lineare, semplice e coerente. E’ necessario comunque riconoscere a Renzi e Padoan che hanno dovuto rispettare un vincolo di costo ben inferiore a 14,7 miliardi e ammesso per un solo anno (in mancanza di coperture “certe” per gli anni successivi), con l’ulteriore contorsione di dovere individuare un successo ulteriore interventi per consolidare il beneficio nel tempo.

  2. Luigi Calabrone

    L’idea di razionalizzare l’Irpef mi sembra ragionevole, visto che il sistema attuale, in base alla mia esperienza di contribuente che compila la dichiarazione tutti gli anni, mi risulta faragginoso e ogni anni sempre più punitivo. Oggi, per la dichiarazione “semplificata” ci sono 80 pagine in corpo 6-8 di istruzioni.
    Tuttavia, questo articolo è formulato in termini troppo tecnici per il lettore non addetto ai lavori. Vorrei che gli autori dessero qualche spiegazione/integrazione.
    1. Non capisco bene su quale grandezza sia commisurata la scala orizzontale. Cosa sono i “decimi di reddito equivalente”?
    2.Troppe volte, su questo sito, si fanno proposte di modifica degli scaglioni Irpef senza fornire al lettore una comparazione su come vengono applicati analoghi scaglioni nei Paesi d’Europa con cui ci confrontiamo, per lo meno con quelli euro, o anche con gli altri a parità di potere d’acquisto. Ho l’impressione che, a parità di reddito netto, i contribuenti italiani siano più gravati di imposte, ecc.
    3.Non viene neanche chiarito se l’Irpef comprenda anche le addizionali regionali e comunali, che ormai incidono circa al 2% – non è poco.
    4.Sembra che venga sempre dimenticata l’opzione di abolire il sistema degli “assegni familiari” (relitto storico ultracinquantennale) e di aiutare le famiglie unicamente con il sistema delle detrazioni/deduzioni fiscali. La situazione del reddito residuo dopo le imposte, tasse e contributi è l’unica che interessa al contribuente.

  3. lorenzo

    A mio avviso gli effetti benefici di un passaggio ad una flat tax con no tax area intorno ai 10 000 euro sarebbero di gran lunga superiori rispetto a tutte queste soluzioni che prevedono dei “piccoli ritocchini” alla fiscalità…
    C’è assoluta necessità di ridurre l’evasione-elusione fiscale in questo paese e quindi di aumentare la base imponibile, e oltretutto alleggerire la pressione fiscale sui redditi, che viene sostenuta in modo particolare dal “ceto medio”, o meglio da coloro che guadagnano circa 2000 euro netti mensili (sono loro a contribuire per metà al gettito totale irpef….perciò ben venga una FLAT TAX al 20-25% con NOTAX-AREA intorno ai 10k €).

  4. marcello

    I dati Istat dicono che : I redditi lordi individuali da lavoro dipendente (al netto dei contributi sociali) si collocano, per circa il 47% nella fascia di reddito compresa fra i 15.001 e i 30.000 euro annui. I redditi lordi da lavoro autonomo risultano più dispersi, infatti nel 30,7% dei casi sono inferiori a 10.000 euro (contro il 24,4% dei redditi da lavoro dipendente) e nel 16% dei casi superiori a 30.000 euro (contro il 15,8% dei redditi da lavoro dipendente). I redditi lordi da pensione sono, a loro volta, concentrati nella classe inferiore con il 38,4% al di sotto dei 10.000 euro e più della metà (53,3%) tra i 10.000 e i 30.000 euro annui.
    Quindi l’IRPEF è una tassa sul lavoro dipendente e sulle pensioni (82% del tributo). Quindi 12 milioni di dip su 22 miil di occ., pagano l’82% della tassa sul reddito, mi sono perso qualcosa? Se incrociamo il dato con quelli della ricchezza delle famiglie italiane vediamo che il 10% degli italiani più ricchi deteniene il 47% (in crescita) della ricchezza (imm. e att fin) e ottiene il 26% del reddito. IL 10% inferiore degli italiani il 2% del reddito e ha ricchezza negativa, cioè sono indebitati. Sicuramente l’IRPEF va riformata perchè è stata distorta da interventi occasionali e con finalità ambigue, ma il vero tema è quello di una riforma complessiva del sistema di tassazione e l’istituzione di una tassa annuale sui patrimoni. L’ind. gini della ricchezza in italia viaggia verso 0,65, quello del reddito è 0,34, vi sembra accettabile?

    • Luigi Calabrone

      “Istituzione di una tassa annuale sui patrimoni”.
      Di imposte (non tasse) sui patrimoni esistono già:
      1. L’imposta di bollo annuale del 2 per mille sui patrimoni investiti in titoli presso le banche (quando Amato rapinò gli italiani con il suo 6 per mille, lo fece una sola volta; oggi, bastano tre anni, e si raggiunge lo stesso risultato).
      2. Le imposte annuali patrimoniali sulle case (ICI, Tasi, Tari), recentemente aumentate in modo abnorme. Hanno fatto crollare il mercato dell’edilizia, causando un danno enorme che dura tuttora, deprimendo ulteriormente l’economia del paese. Nella gestione Monti hanno aumentato il gettito fiscale di circa 22 miliardi di euro.
      3. Anche l’imposta, periodica, del 26% (portata a tale livello da Renzi) sui redditi da capitale (interessi e dividendi), in sostanza va a toccare i capitali depositati; produrrà effetti negativi sulla disponibilità ad investirli. Oggi viene pagata anche dalle Fondazioni benefiche, con grave iniquità.
      Ce n’è abbastanza di patrimoniali? La patrimoniale, invocata come mantra dalla sinistra, serve solo per opprimere la classe media (quella su cui regge l’economia del paese). I poveri, giustamente, non pagano e non debbono pagare imposte dirette; comunque pagano le indirette sui consumi. I ricchi – i veri ricchi – sono dotati (in tutti i paesi) degli strumenti e risorse per sottrarre capitali e redditi alla morsa del fisco, eventualmente trasferendoli all’estero.

      • marcello

        Se fossero delle imposte efficaci la concentrazione della ricchezza non sarebbe quella di cui si parla e soprattutto quella finanziaria non raggiungerebbe un indice di Gini superiore allo 0,77. Quanto alla fuga di capitali all’estero, in Francia i capitali sono tassati e anche molto, inoltre i capitali evasi stimati in svizzera sono 120 miliardi, la ricchezza finanziaria delle famiglie è stimata in oltre 3.600 miliardi.Cosa mi sono perso?

        • Luigi Calabrone

          Che cosa si è perso? Citare la Francia, paese che oggi ha problemi analoghi a quelli dell’Italia, è fuori luogo.Inoltre, la Francia ha un’amministrazione che funziona e non produce gli sprechi e le ruberie italiane; il livello dei servizi pubblici francesi è ben superiore a quello italiano. Ad, es. gli incentivi e l’aiuto alle madri permettono una maggiore partecipazione delle donne sul mercato del lavoro, con benefici per l’economia. Ma il problema, in Italia, non è di aumentare il peso del fisco, che ha già raggiunto livelli intollerabili, né di ridistribuire ricchezza (o miseria, come si faceva nei paesi del “socialismo reale” cui l’Italia ancora assomiglia), ma che lo Stato italiano spenda le risorse sottratte all’economia produttiva in modo da incentivare l’aumento del PIL, e non di scoraggiarlo, come ha fatto recentemente, affossando il settore edilizio, che in ogni paese traina l’economia. Di ridurre le erogazioni di puro consumo clientelare, per es. quelle relative alle aziende municipalizzate, le cosiddette “consociate locali”, tutti gli sprechi, corruzioni, ecc., di cui continuamente si discute anche su questo forum. Di incentivare l’istruzione pubblica e la ricerca, in modo che l’Italia smetta di importare badanti, manovali, ecc. e di esportare laureati e ricercatori. Basta così?

          • marcello

            La Francia ha 5.500.000 dipendenti pubblici, l’Italia 3.300.000 con una popolazione simile. L’efficienza della pubblica amministrazione è anche un problema di numeri e di competenze. Gli stipendi nella PA francese non sono quelli italiani e se è vero quello che dice in termini di sprechi e clientele, è altrettanto vero che la spesa pubblica italiana al netto degli interessi e del debito in scadenza è di 350 miliardi di cui 111 sono per la sanità, in % del PIL due punti in meno della Francia. Come sulla ricerca ecc. Il problema dell’Italia è l’evasione fiscale: la tassa sul reddito è all’82% pagata dal lavoro dipendente e pensionati. I lavoratori dipendenti sono 12 milioni su 23 di occupati, non so se ha chiare le dimensioni del fenomeno. La Francia è il Paese più simile all’Italia a meno che lei non voglia comparasi a UK, che per disuguaglianze e concentrazione del reddito è il peggiore d’Europa. Il debito degli EL è di 107 miliardi, ma non sposta la questione di fondo: le tasse sul reddito in Italia le pagano solo i dipendenti e i pensionati. La tassa sui patrimoni non esiste, tassare le ricchezze complessive superiori a 1 milione con un’aliquota dell’1% annuo non è di sinistra è semplicemente equo. Di sinistra sono le 35 ore, come in Francia, o l’assistenza alle mamme in maternità, sempre in Francia. Gli imprenditori italiani semplicemente non investono o quando lo fanno, in media investono male. Il 24% dei manager italiani ha la terza media e solo il 28% ha una laurea!

  5. marcello

    Le anticipazioni sulla manovra da 30 mld parlano di almeno 5 da tasse, o meglio da riduzione-abolizione delle detrazioni IRPEF per esempio per le spese sanitarie. Quindi nuovamente si opererà sull’IRPEF, che come ben sappiamo è pagata all’82% dal lavoro dipendente e pensioni, quindi per l’82% la quota tra i 12 milioni di lavoratori dipendenti che guadagnano più di 1500-1700 euro netti al mese subirà questo aumento mascherato di tasse. Vicerversa solo il 18% degli 11 milioni di lavoratori autonomi subirà la stessa sorte. A prescindere da ogni problema di distribuzione delle classi di reddito ma vi sembra una cosa che corrisponde alla distribuzione della ricchezza in Italia? E’ una grossolana iniquità simile a quella della Tasi che rispetto all’IMU penalizza i possessori di abitazioni modeste. Tutto questto perchè parlare di una patrimoniale seria e di una tassazione della ricchezza complessiva superiore a un milione di euro è in Italia proibito. Conclusione sillogistica ma legittima: i ricchi in Italia sono i lavoratori dipendenti e i pensionati.

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