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Ricetta per l’Eurozona: più Pil senza nuovo debito

Per uscire dalla stagnazione serve una soluzione che consenta di rilanciare la domanda nell’Eurozona, senza creare nuovo debito e senza coinvolgere la Bce. Come l’emissione di certificati di credito fiscale destinati a ridurre il cuneo fiscale. L’impegno ad accettarli per il pagamento delle tasse.

COME SALVARE L’EUROZONA?

 Francesco Giavazzi e Guido Tabellini  hanno lanciato una proposta per aiutare l’Eurozona a superare l’attuale, prolungata fase di stagnazione economica. Prevede una riduzione coordinata delle tasse pari al 5 per cento, un’estensione a tre o quattro anni del tempo limite per conseguire gli obiettivi di deficit di bilancio e l’emissione di debito pubblico a lungo termine finanziabile dalla Bce in assenza di sterilizzazione. La proposta segna un notevole passo in avanti rispetto alla via dell’austerità che a tutt’oggi domina il pensiero delle élite politico-economiche alla guida dell’UE, in particolare riconoscendo che la politica monetaria e quella fiscale devono usarsi congiuntamente se si vuole ottenere l’impatto di maggiore efficacia possibile sulla domanda aggregata in un’economia in cui i tassi d’interesse nominali sono vincolati dal limite inferiore di zero. Tuttavia, come gli stessi autori ammettono, l’ostacolo più impervio alla proposta è di natura politica: va contro il Trattato e verosimilmente Germania e alcuni altri Stati membri vi si opporrebbero.  Condividiamo lo scetticismo degli autori. In realtà, i nostri dubbi vanno oltre l’ostacolo politico e riguardano il merito stesso della proposta: seppure fosse accettata, i margini di flessibilità che ne risulterebbero potrebbero essere insufficienti rispetto allo spazio fiscale di cui i paesi necessitano (si pensi all’Italia) per rilanciare la domanda interna e invertire le aspettative di cittadini, imprese e mercati. Inoltre, gli effetti della proposta graverebbero su situazioni debitorie già gravi, minando le prospettive di sostenibilità finanziaria dei paesi. Se la flessibilità utilizzata non riuscisse a imprimere uno shock sufficiente a far crescere il prodotto, il peso del debito sull’economia ne soffrirebbe.

LA SOLUZIONE DEI CERTIFICATI DI CREDITO FISCALE

I governi dell’Eurozona potrebbero invece perseguire una strategia alternativa, che consenta loro di stimolare in modo forte la domanda interna, senza creare nuovo debito e senza coinvolgere la Bce. Gli Stati potrebbero emettere certificati di credito fiscale (Ccf), denominati in euro, e attribuirli senza contropartita a imprese e lavoratori in funzione del costo del lavoro sostenuto dalle prime, e della retribuzione netta dei secondi. I Ccf sarebbero equivalenti a delle cambiali commerciali e non prevederebbero obbligo di rimborso da parte dello Stato. A due anni dall’emissione, tuttavia, lo Stato s’impegnerebbe ad accettarli per il pagamento di tasse e di qualsiasi altra obbligazione finanziaria (contributi pensionistici, previdenziali e sanitari, multe, eccetera). I percettori di Ccf potrebbero immediatamente convertirli in euro, vendendoli sul mercato finanziario a uno sconto presumibilmente simile a quello su un titolo di Stato zero coupon a due anni, e spenderli per l’acquisto di beni e servizi. I Ccf sarebbero una quasi-moneta (e, perché no?, potrebbero anche ricevere un tale gradimento dal pubblico da circolare come moneta a tutti gli effetti). I due anni di differimento servirebbero a dare all’economia il tempo di aumentare la produzione di beni e servizi in funzione dell’accresciuta domanda, generando incassi erariali che compenserebbero la diminuzione degli introiti in euro conseguente ai versamenti effettuati in Ccf. Le allocazioni di Ccf sarebbero destinate alla riduzione del cuneo fiscale, accrescendo il reddito disponibile dei lavoratori e abbattendo il costo del lavoro per le imprese. I maggiori redditi disponibili sosterrebbero i consumi, mentre la riduzione del costo del lavoro incoraggerebbe occupazione e competitività. La bilancia commerciale resterebbe in equilibrio, in quanto le maggiori esportazioni nette consentite dal recupero di competitività compenserebbero la crescita di import conseguente alla ripresa. Il flusso di allocazioni di Ccf e la non esigenza di copertura delle stesse attraverso futura tassazione darebbero luogo a consistenti effetti moltiplicativi della spesa sul Pil. Applicato, ad esempio, all’Italia, con un output gap pari a 300 miliardi di euro relativamente al trend pre-crisi, e ipotizzando stime conservative del moltiplicatore fiscale, si potrebbe chiudere il gap in tre o quattro anni emettendo Ccf per 200 miliardi all’anno (con un flusso peraltro modulabile in relazione alla risposta del Pil), senza mai eccedere il limite di Maastricht del 3 per cento sul budget e avviando a riduzione il rapporto debito/Pil. Il taglio al cuneo fiscale diverrebbe permanente, la ripresa della domanda giustificherebbe nuovi investimenti e le migliorate prospettive economiche riattiverebbero il circuito del credito. Peraltro, dato il volume di risorse attualmente inoccupate, la nuova spesa indotta dai Ccf non alimenterebbe l’inflazione, tenuto anche conto dell’effetto deflattivo dei Ccf sul costo del lavoro per le imprese. E comunque, se l’inflazione dovesse moderatamente ravvivarsi, ciò sarebbe coerente con gli obiettivi della Bce. I Ccf sono simili ai “Mefo bills” emessi dalla Germania nel 1933-1938 sotto la leadership del ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank, Hjalmar Schacht. Permisero una formidabile ripresa economica dalla grande depressione, stimolando una rapidissima crescita del prodotto e consentendo il conseguimento della piena occupazione senza riaccendere l’inflazione.

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Fonte: Mahe E., “Macro-economic policy and votes in the thirties: Germany (and The Netherlands) during the Great Depression”, Real-World Economics Review Blog, June 12, 2012.

Nelle attuali condizioni di politica economica nulla può controbilanciare le pressioni deflazionistiche che affliggono le economie dell’Eurozona in maggiori difficoltà, dove la sfida è quella di trovare il modo di sostenere la domanda. I Ccf sono la risposta a questa sfida: rilanciano la domanda senza creare debito, poiché i governi che li emettono s’impegnano ad accettarli per il pagamento delle tasse, non a rimborsarne il valore a una qualche data futura. Questa soluzione consentirebbe la ripresa dell’output, rafforzerebbe la sostenibilità fiscale e contribuirebbe a creare un clima favorevole alle necessarie riforme strutturali.

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17 commenti

  1. Giovanni Federico

    ‘Il flusso di allocazioni di Ccf e la non esigenza di copertura delle stesse attraverso futura tassazione darebbero luogo a consistenti effetti moltiplicativi della spesa sul Pil.’
    Se i Ccf possono essere usati per pagare le tasse due anni dopo, semplicemente anticipano il gettito fiscale del 2017 al 2015. Poi nel 2017 bisognerà aumentare altre tasse e/o tagliare la spesa per compensare il mancato gettito

  2. Maurizio Cocucci

    La proposta è interessante ma necessita di una analisi molto accurata e comunque non esclude la necessità dei vari Stati, Italia in primis, di rivedere la propria spesa pubblica e quindi di effettuare quelle riforme così necessarie. Se ho inteso correttamente, nel caso di un lavoratore egli percepirebbe oltre al suo usuale salario anche un Ccf, il quale non è altro che un ‘buono’ utilizzabile in un secondo tempo (gli autori ipotizzano 2 anni) per scontare tasse, contributi previdenziali e/o assicurativi, multe o quant’altro si deve versare allo Stato oppure agli enti pubblici. In questo arco di tempo il detentore può vendere tale certificato ad altro soggetto a fronte di uno sconto, così chi lo acquista avrà la possibilità di utilizzarlo scontando a sua volta alla scadenza un debito verso lo Stato (o ente pubblico locale) pari all’importo nominale ma pagato meno, mentre chi lo ha ceduto si troverà moneta sonante con la quale effettuare acquisti e sostenere i consumi. L’aumento di questi avrebbe come conseguenza un aumento delle entrate fiscali, aumento che compenserebbe il minore gettito conseguito nel momento in cui questi certificati verranno consegnati per pagare parte delle imposte da versare, contributi previdenziali o altro. In effetti non aumentando la quantità di moneta in circolazione non dovrebbero esserci effetti sull’inflazione, ma rimane il fatto che se i benefici non compensassero il costo lo Stato si troverebbe di fronte ad un ulteriore deficit.

  3. guido zanichelli

    “I due anni di differimento servirebbero a dare all’economia il tempo di aumentare la produzione di beni e servizi in funzione dell’accresciuta domanda, generando incassi erariali che compenserebbero la diminuzione degli introiti in euro conseguente ai versamenti effettuati in Ccf.” questo è puro pensiero magico: un violento incremento di deficit pubblico, sia pure differito ma ugualmente certo, dovrebbbe ripagarsi in soli due anni. l’esperienza della stessa ricetta negli anni ’80 in Italia è opposta, con gli esiti di una crescita miserevole e il debito che ci perseguita.

  4. Piero

    Gli Ccf sono come la moneta, l’emissione degli stessi diventa sostitutiva della moneta cartacea che non può essere emesse grazie alla Merkel e di quella bancaria che non può essere emessa a causa dell’Unione bancaria.
    Potrebbe essere una soluzione alla stupidità di chi gestisce la politica monetaria in Europa.

    • Maurizio Cocucci

      Premesso che la Bce ogni anno autorizza l’emissione di moneta alle varie banche centrali, ciò a cui fa riferimento Lei e cioè la monetizzazione dei deficit degli Stati è vietato dai trattati, non dalla cancelliera Merkel. I trattati sono stati sottoscritti all’unanimità e possono essere modificati ma sempre all’unanimità. Non mi risulta che formalmente sia l’Italia sia altri abbiano mai chiesto la modifica in tal senso dell’art.123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e che i fermi oppositori sono diversi, non solo la Germania (basterebbe tenere presente le posizioni di Paesi Bassi e Finlandia ad esempio). Tra l’altro anche le banche centrali di Stati Uniti e Gran Bretagna non acquistano direttamente sul mercato primario le obbligazioni dei rispettivi governi ma lo fanno sul mercato secondario come fa tra l’altro la Bce.

  5. Stefano Manestra

    Il riferimentro ai Mefo bills è sbagliato, per non dire sinistro. I certificati di credito fiscale propriamente detti furono emessi in Germania a partire dal marzo 1939 (Neuer Finanzplan), quando Schacht era già stato cacciato dalla Reichsbank (gennaio 1939). I Mefo bills erano emessi da un consorzio (Mefo GmbH) di industrie (Krupp, Siemens, ecc.) e servirono a finanziare il riarmo del paese; tale destinazione fu decisa dal governo nazista già nel dicembre 1933. Gli interventi per favorire direttamente l’occupazione furono i due piani Reinhardt del 1933: il primo, di maggio, fu finanziato con titoli (IOU) emessi dall’ente che commissionava i lavori pubblici ed ebbe pochi effetti sulla disoccupazione nelle città industriali; il secondo, di settembre, riuscì a stabilizzare ed estendere gli effetti del primo, ma fece ricorso a strumenti più tradizionali, come i sussidi. L’assenza di inflazione fu dovuta a meccanismi di controllo stretto su prezzi, salari, importazioni, esportazioni e pagamenti in valuta, che prevedevano per i trasgressori anche la pena di morte. (fonti: A. Tooze, The Wages of Destruction, in particolare cap. 2 e 9; R.L. Hetzel, German Monetary History in the First Half of the Twentieth Century).
    Per il resto, condivido i commenti precedenti.

    • Maurizio Cocucci

      Non capisco perché prima di dare correzioni o lezioni non si spenda qualche minuto per fare qualche verifica. L’accenno degli autori è corretto citando i Mefo e lo può verificare anche andando alla pagina tedesca di Wikipedia. Poi altro è il Neuer Finanzplan del 1939 che utilizzerà i Mefo prevalentemente per finanziare il riarmo. In ogni caso gli autori prendono spunto da quella soluzione che fu ideata per ragioni diverse e che non sarebbe proponibile oggi in tutte le sue caratteristiche prima tra tutte l’obbligo di usare questi certificati solo per beni prodotti internamente e poi perché concettualmente sono diversi dai Mefo, rappresentano difatti dei buoni sconto fiscali post datati volgarmente parlando.

  6. bossone, cattaneo, mosler, zibordi

    Il governo tedesco attuò tre programmi: uno di riparazioni (per scuole, case, vie di comunicazione, dighe, etc.), uno di costruzione di autostrade e il piano di commesse finanziate con Mefo. I primi due piani ricevettero finanziamenti per complessivi 1,6 miliari di marchi; il second, comportò emissioni per 12 miliardi di marchi (oltre 7 volte gli altri due messi insieme). Non vi furono controlli dei prezzi. I primi segnali d’inflazione si registrarono nel 1937. Nelle parole di Schacht:

    “[T]he conditions under which the scheme can be applied without disadvantages…were indeed present in Germany during…the thirties…no more stocks of raw materials, factories and warehouses lay empty, machines were idle, and six and a half million willing men were unemployed. Liquid capital savings…were not available. Production was restricted to such a degree that accumulation of capital could not take place. If rapid capital formation was…to become possible…productive resources had to be brought back into operation. The capital…was used in advance to grant credit through the MEFO transactions. Had the productive activity which was initiated by means of this credit gone awry the MEFO experiment would have proved a failure…the money which had been printed would…have led to inflation. The danger was avoided by entrepreneurial initiative, by diligence, discipline and the organization of the German economy. “ (da Schacht H H G, “The Magic of Money,” Oldbourne, London, 1967, p. 116)

  7. Enrico

    Scusate il commento un po’ ingenuo ed il tono disilluso, non sono un economista e questa è una trattazione piuttosto tecnica.
    A me sembra un po’ un alchimia: si paga con carta che non sono soldi, ma si considerano come tali, alla fine tutti contenti perchè hanno in tasca più soldi (e non quella carta).
    In definitiva: ma le minori entrate lo Stato come le tampona? dovrà continuare a pagare i dipendenti pubblici (o nel piano si pensa di fare come per i fornitori?), sostenere spese e quant’altro, tutto questo con i soldi veri e non ccf.

    • Maurizio Cocucci

      Non è esatto dire che si paga con questi certificati. Un dipendente riceve oltre al suo normale salario questi certificati che valgono uno sconto fiscale da conseguire in un secondo tempo e lo stesso per le aziende. Questi certificati danno diritto alla scadenza ad uno sconto fiscale e possono essere scambiati tra soggetti privati. Chi li vende lo farebbe per incassare denaro e spenderlo, chi lo acquista perché lo pagherebbe a fronte di uno sconto sul valore nominale per utilizzarlo così alla scadenza come mezzo per pagare parte degli oneri fiscali e/o contributivi. Ciò non toglie che può anche essere usato come mezzo di pagamento, l’acquirente paga con i certificati un bene il cui valore è però superiore.

  8. I dubbi espressi sono in buona parte legati all’ipotesi che il potere d’acquisto addizionale disponibile nell’ambito del sistema economico non provochi effetti espansivi su domanda, PIL e gettito fiscale (moltiplicatore keynesiano inferiore a 1). Proprio su questa assunzione sono state impostate le politiche di austerità adottate in Italia e nell’Eurozona soprattutto da metà 2011 in poi: con i risultati catastrofici che abbiamo sotto gli occhi. Il moltiplicatore keynesiano è molto basso, al limite anche zero, in condizioni di pieno impiego, appunto perché la maggior domanda non mette al lavoro risorse inutilizzate (che non ci sono) ma si scarica sui prezzi. In condizioni di domanda depressa e di massiccio output gap (e quindi alti livelli di disoccupazione) non c’è “crowding out”, la domanda espande la produzione e il moltiplicatore è nettamente superiore a 1.

  9. Alchimista

    Purtroppo si continua a credere che la crescita sia possibile con un combinato di alchimie finanziarie o altre manovre simili (tipo TFR in busta paga) che, nella migliore delle ipotesi, non fanno altro che spostare in avanti il problema.
    Tra l’altro, anche questa proposta fa ad incidere sul reddito di chi un lavoro già c’è l’ha (sempre di meno) con effetto moltiplicatore più che incerto (mi pare che gli 80 euro non siano serviti granché a stimolare i consumi). Se proprio si vuole azzardare qualche manovra “espansiva” sarebbe forse il caso di provare altro, tipo allargare la base di coloro che dispongono di un reddito (reddito sociale, di cittadinanza, …o una lotteria per indigenti, fate voi) o un bel piano di investimenti pubblici su infrastrutture e riconversione eco-sostenibile di tutti gli edifici. Eh già non possiamo fare debito…allora o ci si inventa qualcosa simile a questi Ccf per provare queste cose – secondo me cari professori andando a ritroso nella storia economica mondiale qualcosa pure si troverà. Oppure non sarebbe meglio usare questi Ccf come crediti per gli investimenti greenfield fatti dalle imprese?
    In Italia, e in Europa, c’è urgente bisogno di stimolare un dibattito su quale ruolo vogliamo avere nel mondo, non di come resistere all’austerità stimolando artificialmente una domanda asfittica in una situazione di deflazione. La cosa più triste per un economista e un politico è non chiedersi cosa faranno l’Italia e i nostri figli fra venti anni…

  10. giorgio

    Le leggi contabili italiane obbligano qualsiasi movimento di contabilità anche futura ma concluso oggi a essere segnato come spesa corrente.
    Traduzione: l’emissione di Certificati di Credito Fiscale sarebbero conteggiati come spesa a deficit, incidendo sul famoso limite del 3%.

    • Maurizio Cocucci

      Non esattamente. La contabilizzazione ha efficacia sul conteggio di deficit e debito pubblico solo a pagamento avvenuto (vedere ad esempio il caso dei lavori eseguiti dalle pubbliche amministrazioni ma non pagati) e l’onere comunque sarebbe imputato per l’anno in cui tali certificati avrebbero effetto, nel caso qui proposto dopo due anni.

  11. Francesco

    Sono perplesso, non riesco a capire come questi ccf aiuteranno l’economia italiana a ripartire rispettando le finanze pubbliche. In primo luogo occorre considerare che l’incremento del reddito disponibile dei lavoratori non necessariamente si tradurrà in un incremento dei consumi (in un contesto deflattivo come quello attuale e con l’esperienza ancora viva di un prelievo selvaggio attuato dallo stato i lavoratori potrebbero monetizzare i propri ccf per quindi in parte risparmiare e in parte far fronte agli stessi impegni fiscali correnti); dal punto di vista delle imprese la riduzione del costo del lavoro, almeno in una prospettiva di breve termine, sarebbe un’occasione non tanto per tornare ad assumere, quanto per incrementare i ricavi e migliorare la condizione patrimoniale. C’è di più: alla scadenza, quando i ccf saranno utilizzati per pagare le tasse o lo Stato non incassa nulla, determinandosi in questo modo un peggioramento del quadro finanziario pubblico, oppure lo Stato incassa degli strumenti finanziari che per continuare ad avere valore nel bilancio (e quindi per evitare un peggioramento dei conti pubblici) dovranno essere emessi costantemente, non di certo una tantum. Affinché i ccf possano essere monetizzati da imprese e lavoratori è necessaria la formazione di un mercato, il che ovviamente richiede tempo e determinate condizioni.

  12. Francesco

    In particolare è necessario che gli acquirenti dei ccf, che presumibilmente saranno investitori e operatori finanziari, non generino aspettative rialziste del prelievo fiscale da parte del governo. Simili aspettative, infatti, equivarrebbero alle aspettative inflazionistiche sui titoli di stato: o aumenta il premio a rischio o il mercato si scoraggia e non acquista i titoli. In definitiva ritengo che i ccf sono una soluzione estremamente rischiosa perchè possono peggiorare i conti pubblici senza garantire un miglioramento del quadro economico generale. Ovvio è che per far ripartire l’economia occorre abbandonare l’austerità, ma quella dei ccf non è la soluzione migliore.

    • il post di qualche giorno fa che definisce “sinistro” il riferimento aii “Mefo Bills” della Germania e Hjalmar Schacht, contiene tanti errori che richiederebbe spazio per rispondervi bene.. Segnalo che Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, nel loro “Il film della crisi”, pubblicato nel 2012 da Einaudi,si sono ispirati a Hjalmar Schacht anche loro e presentano una tesi quasi identica alla nostra
      (…per aggirare i vincoli imposti dall’esterno, sia per stimolare la domanda senza creare inflazione, Schacht ricorse alle obbligazioni MEFO. La MEFO …emesse per conto della Banca Centrale. Le obbligazioni servirono a pagare commesse statali all’industria: grazie all’escamotage il programma d’investimento non richiedeva né di drenare risorse dall’economia, già depressa, con nuove tasse, né d’indebitarsi sui mercati finanziari internazionali. Grazie alla fiducia verso lo Stato, le obbligazioni MEFO furono anzi rinnovate alla loro scadenza e cominciarono ad essere usate dalle imprese per i pagamenti reciproci, alleviando così la carenza di liquidità….chacht provvide anche a rendere inconvertibile il marco, sottraendolo alla speculazione (le obbligazioni MEFO erano già utilizzabili solo in Germania). …Ruffolo e Sylos Labini ipotizzano di utilizzare i Bot come moneta complementare negli scambi e negli investimenti. Prerequisito è che il debito sia trasformato in debito interno, per non dipendere più dai mercati finanziari…)

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