Con poche eccezioni, i tecnici della Serie A non vanno oltre i risultati che la loro squadra otterrebbe con un “allenatore automatico”. Ben diverso quello che accade in Premier League. Ma è da ripensare la struttura manageriale e dei ricavi e l’approccio tattico del calcio italiano.

ALLENATORI DI SERIE A: BRAVI O FORTUNATI?

Un recente lavoro sulla Premier League propone di applicare agli allenatori di calcio la stessa metodologia utilizzata in finanza per valutare i manager di fondi comuni. (1) L’idea alla base dell’analisi è che, così come il manager di un fondo deve gestire un portafoglio di titoli per ottenere un extra rendimento, l’allenatore deve gestire la propria rosa per fare meglio di un qualsiasi altro tecnico dotato delle stesse risorse e della stessa dose di fortuna. In sostanza, il metodo consente di estrarre dalla performance complessiva del tecnico la parte puramente attribuibile alla sua abilità, che quindi giustifica la sua remunerazione. Abbiamo utilizzato lo stesso modello per valutare gli allenatori di Serie A nelle ultime tre stagioni. Sulla base di dati raccolti da fonti pubbliche e ufficiali, prima abbiamo analizzato i risultati ottenuti dal tecnico (punti guadagnati nelle partite da lui gestite) e stimato il ruolo delle determinanti oggettive di tale performance: si tratta in pratica delle risorse a disposizione come la qualità dei giocatori (approssimata dagli stipendi netti), i trasferimenti netti e le partite di coppa giocate. Alle stime ottenute, abbiamo poi applicato un metodo statistico (bootstrap) che consente di generare il risultato che la squadra avrebbe ottenuto in ciascuna partita in base alle sole risorse disponibili e a eventi casuali che hanno un impatto sulle gare. Otteniamo così la media punti da modello, cioè il risultato ottenibile da un allenatore che chiameremo “automatico”, per contrapporlo al tecnico in carne e ossa. Nella prime quattro colonne della tabella 1 sono riportati i risultati riferiti agli allenatori reali, che possono aver lavorato nel periodo con una o più squadre, in altri casi sono stati esonerati e hanno un minor numero di partite. Nelle ultime quattro colonne della tabella riportiamo i risultati delle nostre analisi: in linea col lavoro sulla Premier, abbiamo definito la prestazione complessiva del tecnico “sovra-performance” se al massimo il 5 per cento degli allenatori “automatici” riuscirebbe a far meglio, “sotto-performance” se il 95 per cento farebbe meglio e “performance attesa” in tutti gli altri casi. Le conclusioni si traggono facilmente dalle ultime due colonne della tabella 1: soltanto Antonio Conte e Francesco Guidolin sovra-performano, cioè dimostrano davvero abilità aggiuntive, mentre Luigi Delneri, Mario Beretta e Christian Bucchi sotto-performano e tutti gli altri fanno ciò che qualsiasi allenatore “automatico” avrebbe potuto fare con quella squadra sotto la medesima buona o cattiva stella. Se prendiamo una soglia leggermente più elastica, includiamo anche Rudi Garcia e Ivo Pulga tra i virtuosi, coerentemente coi risultati ottenuti dai due tecnici seppur limitatamente a 38 partite. Va tuttavia detto che l’approccio qui utilizzato per valutare la performance degli allenatori differisce da quello normalmente usato per analizzare l’efficienza economica delle squadre, che potrebbe fornire un diverso ranking dei club.

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I RISULTATI DETERMINANO L’ESONERO?

I risultati in tabella 1 vanno interpretati come risultati medi sulle tre stagioni esaminate e questo spiega perché la performance di alcuni tecnici risulti semplicemente come quella dell’allenatore “automatico”. Perciò abbiamo anche applicato una estensione del modello che consente di fare una stima partita per partita, così da poter valutare il momento appropriato per l’esonero. Riportiamo in figura 1 solo due casi di interesse: Rolando Maran, che fu esonerato in un momento in cui la sua performance era battibile da poco più del 20 per cento degli allenatori “automatici” (e infatti fu poi ripreso seppur con risultati molto meno buoni) e Luis Enrique che, nonostante una performance battibile dalla stragrande maggioranza di allenatori “automatici”, non fu esonerato. Insomma, la decisione sull’eventuale esonero sembra non esser tanto una questione di performance, ma di altre circostanze (ad esempio pressioni mediatiche o dei tifosi).

IL CONFRONTO CON LA PREMIER LEAGUE

Pur considerando alcune differenze, dal confronto con la Premier emerge che in Serie A solo il 4,1 per cento degli allenatori ha una sovra-performance, contro il 25 per cento nella lega inglese, il 6,1 per cento ha una sotto-performance contro l’11,6 per cento in Premier, mentre la stragrande maggioranza (91,8 per cento) ha la performance dell’allenatore “automatico”. Quindi, i tecnici delle squadre italiane sono meno bravi dei colleghi che lavorano in Inghilterra? Secondo noi, il sostanziale livellamento della performance degli allenatori in Serie A è dovuto a tre fondamentali differenze dell’industria del calcio nei due paesi: struttura manageriale, struttura dei ricavi e approccio tattico. In Inghilterra gli allenatori hanno molti poteri decisionali, tanto da esser chiamati più propriamente manager che non coach (allenatori), mentre gran parte di questi poteri in Italia è nelle mani del direttore sportivo e talvolta ciò impedisce all’allenatore di mettere in luce le proprie skill. Inoltre, la struttura dei ricavi in Italia, povera di stadi di proprietà e di ricavi commerciali, poggia principalmente su diritti Tv e plusvalenze, la cui dinamica indica che i club italiani sono sempre più venditori netti, con la cessione dei migliori giocatori che diventa un modo per “far cassa”. Infine, l’approccio tattico che in Italia è molto più difensivo rispetto alla Premier e pertanto anche per le squadre sulla carta migliori è difficile segnare gol. Non sorprende quindi che anche il nostro modello evidenzi l’abilità di un tecnico come Conte, il quale con la Juventus ha adottato un approccio inusuale nel calcio italiano (3-5-2), con un apporto importante dei centrocampisti e un maggior numero di goal segnati. In conclusione, per rendere un po’ più interessante e spettacolare il nostro calcio e valorizzare in modo appropriato gli allenatori non sarebbe forse auspicabile un ripensamento lungo queste tre direttive, cioè struttura manageriale, dei ricavi e approccio tattico?

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(1) Bell A., Brooks C., Markham T. (2013) “The performance of football club managers: skill or luck?”, Economics & Finance Research: An Open Access Journal, 1, 19-30. Questo articolo propone invece le idee e i principali risultati contenuti in L. Mirtoleni, C. Torricelli, M.C. Urzì Brancati, 2014, “Should football coaches wear a suit? The impact of skill and management structure on Serie A Clubs’ performance”, Cefin WP N. 46, July.

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Figura 1 – Rolando Maran e Luis Enrique: quanti allenatori casuali avrebbero fatto meglio

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