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I giovani italiani bocciati in educazione finanziaria*

Un’indagine dell’Ocse sull’educazione finanziaria dice che i giovani italiani non hanno le conoscenze sufficienti per compiere le scelte rilevanti per il loro benessere economico. Che diventano sempre più complesse e importanti. Cosa fare per avvicinarci agli standard internazionali?

Se gli studenti italiani non brillano per competenze matematiche, non stupisce forse più di tanto che anche sul fronte della cultura finanziaria si collochino tra gli ultimi posti sulla base dell’indagine che l’Ocse ha realizzato nel 2012 sul grado di alfabetizzazione finanziaria dei quindicenni. (1)
Questi risultati sollecitano alcune riflessioni. In primo luogo, è importante preoccuparci anche delle competenze finanziarie? In secondo luogo, ammesso che la risposta alla prima domanda sia positiva, cosa spiega i risultati dei giovani italiani? Infine, vale la pena di riflettere sulla strategie utili oggi per migliorare tali competenze, per i giovani ma non solo.

PERCHÉ È IMPORTANTE PREOCCUPARSI DELLE COMPETENZE FINANZIARIE

Come ampiamente discusso in molti lavori da Annamaria Lusardi (2), i giovani saranno sempre più esposti alla necessità di compiere in autonomia scelte economico-finanziarie rilevanti per il loro benessere: quelle sulle pensioni, quelle relative agli investimenti dei risparmi. E questo in un contesto in cui tali scelte sono via via sempre più complesse, per la disponibilità di strumenti finanziari sofisticati e a volte di non semplice comprensione. Anche se queste riflessioni sono riferite soprattutto al contesto statunitense, dove indebitamento e accesso al credito delle famiglie sono molto elevati, esse si applicano sempre più anche ai mercati europei. Capacità di valutare il rischio, di confrontare diverse opzioni finanziarie, di valutare correttamente la propria capacità di indebitamento sono sempre più indispensabili,  e non solo per intraprendere un’attività imprenditoriale. Secondo alcuni tra l’altro la comprensione di money matters sarebbe particolarmente bassa tra giovani e anziani. (3)
Se queste considerazioni sono ampiamente condivise, l’evidenza empirica specifica, relativa all’effetto di una maggiore “alfabetizzazione finanziaria” sulla capacità di ottenere un maggiore benessere, non è ancora univoca.
Sempre secondo Annamaria Lusardi vi è ampia evidenza di una forte correlazione tra financial literacy e una serie di comportamenti rilevanti per il benessere individuale, ad esempio in termini di risparmio, accumulazione di ricchezza, scelte di portafoglio. Chi è più financially literate investe con maggiore probabilità in azioni e fondi di investimento; partecipa più frequentemente a piani pensionistici privati. Ma ha anche maggiore probabilità di rimborsare i propri debiti in modo regolare e una minore esposizione a forme di indebitamento eccessivamente costose. (4) Tuttavia, secondo altri studiosi (5) l’impatto di una adeguata alfabetizzazione finanziaria sarebbe molto più contenuto e sarebbe soggetto a un “effetto tempo”, per cui a distanza dall’esposizione all’istruzione gli effetti si ridurrebbero. Per l’Italia, recentemente anche Guiso e Viviano (6), pur identificando un effetto positivo della financial literacy sulla scelta di uscire dal mercato al momento giusto o nel riconoscere i potenziali conflitti di interesse degli intermediari, trovano che anche chi ha elevate competenze finanziarie compie troppo spesso scelte peggiori di quelle desiderabili.

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COSA SPIEGA I CATTIVI RISULTATI DEI GIOVANI ITALIANI

Per affrontare questo tema, un primo passaggio è qualificare il dato medio dei giovani nell’Indagine: i 466 punti ottenuti in Italia, contro i 500 della media Ocse; un livello medio di competenze pari a 2 (sui 5 possibili), che significa che in media i ragazzi sanno – nel migliore dei casi – riconoscere la differenza tra bisogni e desideri, prendere decisioni semplici per le spese quotidiane, riconoscere lo scopo di decisioni finanziarie di tutti i giorni come una fattura e applicare singole operazioni aritmetiche di base a situazioni che hanno già incontrato personalmente.
Come per molti altri fenomeni nel nostro paese (7), la varianza territoriale è molto elevata e riflette – almeno in parte – il divario Nord-Sud: il Nord Est ha la maggiore percentuale di ragazze/i che si collocano tra il quarto e il quinto livello (al quinto livello si collocano coloro che sono in grado di calcolare, tra l’altro,  il saldo di un estratto conto bancario tenendo conto dei costi di transazione), mentre Calabria e Isole hanno la quota maggiore di quelli al di sotto del secondo livello, considerato quello di base.
Mentre negli altri paesi le differenze di genere non appaiono significative, in Italia lo sono: le ragazze sono meno attrezzate sul piano delle competenze finanziarie, nella maggior parte delle regioni. Se si tiene conto delle competenze di lettura e matematiche, le differenze di genere sono ancora più rilevanti.
Ancora, come negli altri paesi il grado di alfabetizzazione finanziaria è significativamente correlato con le competenze di lettura e (in misura maggiore) di matematica; tuttavia la correlazione appare in Italia inferiore: elevate capacità matematiche sono in Italia meno in grado di assicurare strumenti utili a risolvere questioni applicate in materie finanziarie.
La tipologia di istruzione conta, con i licei che presentano in media risultati superiori, seguiti dagli istituti tecnici. Negli altri paesi il contesto socio-economico “spiega” una quota rilevante dei risultati: i ragazzi provenienti da un contesto sociale più elevato hanno in media una più alta financial literacy. In Italia la correlazione tra i due aspetti è molto più contenuta; essa non va però letta come un indicatore di maggiore equità sociale, poiché è effetto di risultati ovunque modesti: un contesto sociale più elevato non si associa alla trasmissione di  maggiori competenze ai giovani.
Infine, l’esperienza conta ma in misura contenuta: l’accesso a strumenti finanziari semplificati è correlata con risultati migliori, ma in Italia questa esposizione è molto contenuta. Inoltre non emerge una relazione tra esposizione all’insegnamento di conoscenze finanziarie e le competenze osservate in base all’indagine. Queste evidenze forniscono alcuni spunti sulle possibili radici delle debolezze: la modalità di insegnamento delle materie scientifiche nelle scuole, il ruolo della cultura (l’avversione per la finanza…) e delle famiglie nel trasmettere nozioni di cultura finanziaria, le difficoltà cognitive nell’apprendimento di questi concetti sono alcuni dei fattori che vanno esplorati.

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COSA SI PUÒ FARE?

È prioritario comprendere meglio sia la natura delle debolezze sia le loro cause profonde. L’indagine realizzata dall’Ocse (in collaborazione con l’Invalsi per l’Italia) rappresenta una fonte di informazione e un benchmark rilevantissimo per future rilevazioni importantissimi a questo fine.
In secondo luogo sono necessarie valutazioni più approfondite dei vari programmi di “educazione finanziaria” esistenti in Italia e dei successi che hanno conseguito per favorire la diffusione delle buone pratiche esistenti e limitare il ripetersi di esperienze poco efficaci.
Infine nella didattica occorre probabilmente tenere presente in misura maggiore i risultati della psicologia cognitiva che evidenzia gli ostacoli “cognitivi” nell’apprendimento dei concetti finanziari e il ruolo di fattori diversi da quelli razionali nelle scelte finanziarie. Iniziano a essere disponibili evidenze sul ruolo degli strumenti visivi nel rendere la comprensione dei concetti finanziari di base più accessibile ed efficace. (8)
Resta poi la questione degli adulti: altre indagini mostrano gli stessi problemi di scarsa competenza finanziaria e quindi di esposizione a errori e scelte che incidono negativamente sul benessere. Oltre che accrescerne la cultura finanziaria andrebbe evidenziato che è cultura finanziaria anche il “sapere di non sapere” (la consapevolezza di dover chiedere consiglio, supporto) e anche, nel chiedere, la capacità di riconoscere la presenza di conflitti di interesse in chi offre consigli o opera sul mercato.
Tutti gli interventi in queste direzione devono essere complementari – e non sostituti – di una regolamentazione efficace in materia di correttezza e trasparenza dei comportamenti degli intermediari, che però, insieme alla concorrenza sui mercati, è tanto più efficace quanto più i soggetti sono in grado di sfruttare adeguatamente le informazioni disponibili.

(*) Magda Bianco è di Banca d’Italia, Roberto Ricci dell’Invalsi

(1) Si veda: http://www.oecd.org/pisa/keyfindings/pisa-2012-results-volume-vi.htm.
(2) Ad esempio in A. Lusardi e O. Mitchell (2014), The economic importance of financial literacy. Theory and evidence, Journal of Economic Literature.
(3) Cfr. A. Lusardi e O. Mitchell (2014).
(4) Ad esempio A. Lusardi, P. Tufano (2009), Debt literacy, financial experiences, and overindebtedness, NBER WP n 14808.
(5)  Ad esempio D. Fernandes, J.G. Lynch, R.G. Netemeyer (2012), Financial literacy, financial education and downstream financial behaviors, www.ssrn.come che esaminano 201 studi in materia.
(6) L. Guiso, E. Viviano (2013), How much can financial literacy help?, EIEF WP 25/13.
(7) Cfr. https://www.bancaditalia.it/media/notizie/ocse_2014.
(8) Cfr. A. Lusardi et al (2014), Visual Tools and Narratives. New Ways to Improve Financial Literacy, mimeo.

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Il Punto

  1. paolo

    Che l’Italia sia agli ultimi posti dell’alfabetizzazione finanziaria non deve sorprendere, il Ministro Gelmini ha letteralmente spazzato via dai licei lo studio dell’Economia Politica ( oltre a quello del Diritto ), per cui gli studenti possono studiare queste materie soltanto negli istituti tecnici. Adesso, visto che si parla di riforma della Scuola, inviterei gli autori ( e la redazione di lavoce.info ) a sensibilizzare il governo Renzi sull’importanza della reintroduzione delle due ore di Diritto ed Economia nei Licei, altrimenti restiamo sempre nel campo della “denuncia” ( in Italia siamo bravissimi ), ma difettiamo nelle soluzioni che a volte sono davanti agli occhi di tutti.
    Paolo Accardi coordinamento docenti in discipline giuridiche ed economiche

  2. roberto fini

    Siamo sicuri che il problema sia quello di reintrodurre ore? Sembra certamente una soluzione di buon senso, ma una lettura appena approfondita dei risultati del PISA potrebbe facilmente mettere in evidenza che non c’è alcuna correlazione fra buone performance e la presenza della materia nel curricolo scolastico. Semmai c’è qualche relazione fra risultati positivi e capacità dei docenti di inserire contenuti di carattere economico-sociale nell’ambito del loro insegnamento, ma anche qui mi sembra si tratti di evidenze non particolarmente robuste. Probabilmente il ragionamento va spostato dalla scuola in quanto tale all’intera società: quella italiana è pervasa dalla certezza che il denaro sia lo sterco del demonio, che è quanto meno di cattivo gusto da parte dei genitori parlare di soldi di fronte ai figli, ecc. Per carità: non aggiungiamo ore di economia (e diritto) nella scuola. Già perché per insondabili ragioni, nessuno parla di rimodulare l’organizzazione didattica in modo da togliere ore ad un carico di attività didattiche di tipo frontale che è già fra i più pesanti in OECD. Ma se qualcuno lo proponesse si solleverebbe un vespaio: rinunciare ad un’ora di cattedra significa perdere posti di lavoro. Comprensibile, ma forse è per questo che i ragazzi italiani hanno cattive performance, non solo in financial literacy. Ragionare sui risultati nel loro insieme sarebbe molto interessante…

    • paolo

      Questo discorso potremmo metterlo nella categoria “benaltrismo”, mi scusi ma secondo lei chi dovrebbe dare ai ragazzi le competenze economiche l’insegnante di educazione fisica o magari quello di storia? In base al suo principio visto che non c’è alcuna relazione tra la disciplina insegnata e le “performance”, avrei una proposta che ci farebbe risparmiare tantissimi soldi…torniamo al maestro unico dalla prima elementare all’ultimo anno delle superiori.

  3. alice

    Qual è in Italia il livello di “financial literacy” degli intermediari finanziari?

  4. Pif

    Mi pare che i temi economico finanziari non siano mai stati un must nelle nostre scuole, negli stessi licei che risulterebbero migliori penso sia più dovuto alle influenze famigliari che a quelle della scuola, i nostri programmi sono incentrati a premiare, quando va bene, la cultura classica e quella scientifica, ma di tutto ciò che è cultura economico-sociale dall’illuminismo in poi solo tracce a livello quasi omeopatico. Un segnale positivo viene da quello che ho letto sul nuovo programma delle scuole di Renzi che prevede materie economiche anche alle medie inferiori ma è un po poco.

    • rob

      la cultura è cultura non è una cosa a comparti stagni. Cosa c’è di più classico in una cultura economico-sociale? Se si dovesse fare una vera e rivoluzinaria Riforma Scoalstica basterebbero 2 indirizzi; uno classico che può far tutto e accedere al tutte le facoltà Universitarie ( i migliori medici e ingegneri provengono da li) l’ altro professionale per le specializzazioni che con le tecniche attuali devono durare 3 anni. Ma poichè le riforme sono fatte in funzione dagli insegnanti da occupare facciamo una miriade di inutili scuole (Liceo scienze applicate, liceo umanistico e menate varie). Ma la cosa tragica in questo Paese che non si leggono giornali e tantomeno libri vera fonte di cultura, ma in compenso siamo un Paese con 4 quotidiani sportivi la biada al popolino è servita

      • ivan_terzo

        Una genialata. Praticamente un ritorno alla scuola pre-fascista. Ma per favore! Il problema è molto più complesso e comprende trame e relazioni, neppure facilmente decifrabili, che includono il comportamento degli studenti, quello delle rispettive famiglie, quello degli insegnanti, della struttura scolastica e delle istituzioni che gravitano attorno all’istruzione.
        E per comportamento non intendo (unicamente) il modo con cui persone e istituzioni si pongono, ma come reagiscono in base alle rispettive professionalità che, nei casi peggiori, possono anche essere insufficienti o addirittura non esistere. Ovvero uno studente può essere un cattivo o un buono studente, un docente può presentare altrettante varietà di “caratteri”, le strutture scolastiche possono essere carenti e le istituzioni indifferenti.
        Insomma è un gioco di pesi e di relazioni affatto scontate.

  5. Ema

    “…Oltre che accrescerne la cultura finanziaria andrebbe evidenziato che è cultura finanziaria anche il “sapere di non sapere” (la consapevolezza di dover chiedere consiglio, supporto) e anche, nel chiedere, la capacità di riconoscere la presenza di conflitti di interesse in chi offre consigli o opera sul mercato…” Il 14 e 15 luglio la Banca d’Italia assieme all’Associazione delle Banche Italiane ha tenuto un corso ai magistrati sull’usura. Ma se la Cassazione con sentenza n. 46669/11 afferma che le circolari e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi… e nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d’Italia non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo perché diamo ai magistrati una educazione “di parte” e non oggettiva in modo che siano più “giusti” nel momento di emettere una sentenza? La cultura finanziaria che fa crescere l’Italia ha ancora tanta strada da fare e occorre dare l’esempio a partire dalle strutture pubbliche di vertice.

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