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IL RISCHIO DI LAUREARSI IN RITARDO

Laurearsi con oltre tre anni di ritardo raddoppia il rischio medio di svolgere un lavoro che non richiede la laurea e comporta una retribuzione salariale di circa il 17 per cento inferiore a quella di chi ha completato il corso nei tempi previsti. Perché gli anni persi all’università non accrescono la dotazione di capitale umano. Per attenuare il fenomeno dei fuoricorso, si potrebbero modificare alcune regole sugli esami universitari. E il sistema di apprendistato potrebbe essere utilizzato per promuovere la formazione professionale dei laureati sul posto di lavoro

 

In Italia, la percentuale di studenti che si laurea oltre la durata legale prevista è altissima: i fuoricorso rappresentano una quota pari almeno al 40 per cento degli studenti iscritti e oltre il 50 per cento dei laureati.
Al fenomeno sono associate alcune conseguenze economiche che meritano una riflessone, quali il rischio di subire penalità salariali e di essere maggiormente overeducated – ovvero di svolgere un’ttività lavorativa per la quale il titolo conseguito non è necessario e di ricevere indirettamente una penalità salariale aggiuntiva.
Il motivo per cui il ritardo nel conseguire la laurea faciliterebbe l’overeducation è duplice: da un lato, potrebbe causare un depauperamento del capitale umano acquisito; dall’altro, potrebbe essere percepito dal datore di lavoro come un segnale di scarsa motivazione, capacità e produttività e pertanto utilizzato come strumento di selezione negativa per discriminare fra i vari candidati.

IPOTESI TEORICHE E RISULTATI EMPIRICI

In uno studio che abbiamo condotto su un campione di laureati appartenenti a ogni classe di età, estratto dai dati Isfol-Plus, sono stati analizzati i due effetti salariali (diretto e indiretto) del ritardo alla laurea. (1)
Vi sono due spiegazioni plausibili riguardo agli effetti del ritardo alla laurea sull’overeducation e sui salari che, seguendo un approccio proposto per la prima volta da Wim Groot e Hessel Oosterbeek (1994), sono state testate l’una contro l’altra: a) la teoria del capitale umano;
b) l’ipotesi di selezione (screening hypothesis). (2) Se dovesse prevalere il modello del capitale umano, il ritardo alla laurea dovrebbe contestualmente ridurre o avere effetti nulli sulla probabilità di essere overeducated e accrescere i salari individuali perché gli anni spesi in più per il conseguimento del titolo dovrebbero determinare un aumento complessivo della dotazione individuale di conoscenze acquisite. Nel contesto dell’ipotesi di selezione, invece, il ritardo comporterebbe sia un rischio maggiore di svolgere un lavoro per il quale la laurea non è richiesta, sia una penalità salariale, perché il ritardo segnalerebbe una minore produttività e preparazione di questi individui.
L’esercizio empirico risulta essere in linea con i risultati attesi dall’ipotesi di selezione. Gli anni di ritardo, infatti, aumentano la probabilità di essere overeducated e nel contempo determinano salari più bassi. In particolare, l’effetto dell’essersi laureato con oltre tre anni di ritardo raddoppia il rischio medio di svolgere un lavoro che non richieda la laurea e comporta una retribuzione salariale  di circa il 17 per cento inferiore a quella di coloro che hanno completato gli studi universitari nei termini previsti.

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È interessante notare che, sebbene concettualmente simili, gli anni relativi alle bocciature a scuola sembrano invece confermare l’ipotesi opposta: quella del capitale umano. Ciò suggerisce che ripetere un anno a scuola porta a un miglioramento della preparazione acquisita in quanto in questo caso lo studente deve necessariamente impegnarsi di più per essere ammesso all’anno successivo.

UN FENOMENO DA COMBATTERE

Il ritardo alla laurea è un fenomeno assai comune fra i laureati italiani e persistente nel tempo, l’esistenza di una penalità salariale associata al fuoricorsismo può dunque contribuire alle spiegazioni esistenti dei bassi rendimenti dell’istruzione tipici dell’Italia , arricchendo in particolare quelle dal lato dell’offerta. (3) In altri termini, secondo questa interpretazione, i bassi rendimenti dell’istruzione terziaria sarebbero in parte una conseguenza della sua bassa qualità e dell’inefficienza del sistema di istruzione nel generare un’offerta di capitale umano nella quantità e qualità che sia effettivamente richiesta dal mercato del lavoro. Ciò fa sì che il mercato remuneri meno di quanto potrebbe questo capitale umano.
I nostri risultati possono servire da monito anche per quei paesi, come gli Stati Uniti e i paesi del Nord  Europa, dove il ritardo alla laurea sta divenendo un fenomeno sempre più diffuso.
Rimuovere le cause del ritardo alla laurea potrebbe contribuire a: a) ridurre la quota di overeducation; b) aumentare i rendimenti medi dell’istruzione terziaria e, pertanto, accrescere l’incentivo a investire in accumulazione di capitale umano; c) ridurre gli sprechi di risorse causati da questi fenomeni e l’inefficienza del sistema di istruzione terziario.

NUOVE REGOLE PER GLI ESAMI

I risultati suggeriscono che gli anni persi all’università sono sostanzialmente inefficienti, in quanto non accrescono la dotazione di capitale umano né tantomeno le performance nel mercato del lavoro. La ragione risiede probabilmente nel fatto che quando si ritarda la laurea (e non perché si stia svolgendo in contemporanea un’attività lavorativa), non c’è alcuna garanzia che quegli anni siano stati spesi studiando e approfondendo ulteriormente i concetti relativi alle varie discipline oggetto del corso di studi prescelto, ovvero aumentando il proprio capitale umano. In effetti, solo alcuni studenti interpretano l’opportunità di poter sostenere di nuovo l’esame come uno stimolo per migliorare la propria conoscenza, mentre la gran parte cerca di superarlo anche quando presenta ancora marcate lacune nella preparazione, semplicemente perché si attende che i professori li promuovano dopo averli riprovati già un certo numero di volte.
Tutto ciò suggerisce che la rimozione o almeno una riduzione significativa dei fuoricorso consentirebbe un miglioramento per tutti, sia all’interno del sistema universitario sia nel mercato del lavoro. Proviamo a suggerire alcune regole che potrebbero ridurre il fenomeno del fuoricorsismo senza alterare la qualità della formazione universitaria: a) stabilire un limite al numero di volte in cui si può sostenere un esame; b) calibrare il programma degli esami in base a oggettive considerazioni in merito alla possibilità dello studente di poterlo preparare nei termini previsti; c) dare la possibilità al docente di assegnare un pass, ovvero un voto inferiore alla sufficienza in caso di bocciature ripetute; d) consentire la bocciatura dell’intero percorso (e quindi impedire di laurearsi) se la media dei voti finale non raggiunge la sufficienza oppure se c’è un numero troppo alto di pass.
Una volta che lo studente si è ormai laureato fuoricorso, si dovrebbe poi cercare di facilitare il matching nel mercato del lavoro, limitando almeno in parte il rischio di essere overeducated. Ad esempio, corsi di formazione professionale sul posto di lavoro potrebbero consentire ai giovani laureati di accrescere il loro capitale umano grazie all’esperienza lavorativa. E il sistema di apprendistato potrebbe essere utilizzato in questa direzione.

(1) Aina, C. e F. Pastore, 2012, “Delayed Graduation and Overeducation: A Test of the Human Capital Model versus the Screening Hypothesis”, IZA discussion paper, n° 6413. Si può scaricare al sito: http://ftp.iza.org/dp6413.pdf. Il campione utilizzato non include gli individui che svolgevano una qualsiasi attività lavorativa durante il percorso di studi universitari.
(2) Groot, W. and H. Oosterbeek (1994), “Earnings Effects of Different Components of Schooling; Human Capital versus Screening”, The Review of Economics and Statistics, 76 (2): 317.321.
(3) Per una rassegna della letteratura sui rendimenti dell’istruzione, si vedano Giorgio Brunello, Simona Comi e Claudio Lucifora, 2001 e, più di recente, Naticchioni, Ricci e Rustichelli (https://www.lavoce.info/articoli/pagina1000709-351.html)

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23 commenti

  1. SAVINO

    Il sistema universitario italiano ingabbia nel rischio di laurearsi tardi solo i figli della povera gente, ragazzi capaci e meritevoli (che, poi, va detto per inciso, sono quelle straordinarie risorse che ci faranno uscire dalla crisi), ma privi di soldi per ricercare e mettersi un domani in proprio. Non fa altrettanto con i figli dei baroni e della tanto esaltata classe elitaria (quelli che il periodo universitario se lo ricordano solo per la movida)

  2. Alessandro Figà Talamanca

    Per capire perché la maggiore permanenza all’università dei fuori corso non ne accresce le effettive conoscenze basta riflettere sulla usuale strategia del ritardatario: concentrarsi su un solo esame alla volta con uno sforzo menmonico (quel che non capisco imparo!), dimenticare tutto dopo aver strappato la promozione, e passare con lo stesso metodo all’esame successivo. Io penso che il principale rimedio al fenomeno dei fuori corso sia la selezione iniziale di chi è veramente in grado di seguire gli insegnamenti del primo anno. A chi non è in grado, bisognerebbe offrire un primo semestre di corsi preparatori del tipo degli insegnamenti comuni nelle università americane come “Reading comprehension” o “English composition 1A” ed anche “College algebra and trigonometry”, per i corsi di laurea scientifici (o economici). Insomma agli studenti che non sanno leggere scrivere e far di conto dovrebbe essere offerta la possibilità di impararlo nel primo semestre.

  3. Zilvio Sciobetti

    Credo che l’articolo sottostimi alcuni fenomeni… per esempio non vi sono dati sulla percentuale di laureati fuori corso che durante gli studi lavorano: non credo che per questi si possa parlare di “mancato accrescimento della dotazione di capitale umano”; Cosi come allo stesso modo non viene considerato in alcun modo chi fa servizio civile, volontariato o altre attività parallele al percorso di studi che anzi arricchiscono il capitale umano che è possibile acquisire tramite gli studi universitari! In secondo luogo forse dovremmo vedere lo studio (universitario e di alta formazione) come un percorso continuo in un’ ottica di lifelong learning: in questo modo a rilevare sarebbero più che la velocità’… la qualità e la continuità dell’ apprendimento nel tempo e nel corso di tutta la vita! Io insomma non sono d’accordo con quest’articolo.rientrando peraltro a mio giudizio nella libera scelta degli individui la durata, la suddivisione e l’articolazione del proprio percorso di studi… perchè non dimentichiamo che l’apprendimento non è solo quello universitario, ma anzi può ben avvenire in ulteriori contesti organizzativi formali ed informali.

  4. Alessandro Spinelli

    Gli studenti sono prima di tutto una risorsa economica per le università, che hanno un bisogno disperato delle loro tasse; finché questo legame non è reciso (i.e., tasse liberalizzate o trasferimenti aumentati) non ci saranno maipolitiche veramente “restrittive”. L’unica cosa da fare sarebbe far conoscere questi risultati per scoraggiare queste forme di comportamento. ma visto che chi si iscrive all’università non si preoccupa nemmeno di cosa farà una volta uscitone, dubito che valuterà mai queste correlazioni.

  5. Alberto

    La tesi secondo cui “Gli anni di ritardo (…) aumentano la probabilità di essere overeducated e nel contempo determinano salari più bassi” mi sembra alquanto discutibile. Avete verificato attentamente l’assenza di variabili antecedenti significative? L’obiettivo dello studio magari ha poco a che fare con il successo professionale degli individui costituenti la popolazione di riferimento e molto con finalità di riduzione della spesa, ma un po’ più di onestà intellettuale non guasterebbe! Sperando che si tratti di questo e non di ingenuità!

  6. Alessandro Figà Talamanca

    Sono d’accordo con il precedente commento di Savino. Gli studenti che affrontano gli studi universitari senza un’adeguata preparazione iniziale e abbandonano gli studi o finiscono fuori corso sono spesso capaci e meritevoli. Per questo l’università dovrebbe offrire loro la possibilità di rimediare alla loro impreparazione. Questo vale specialmente per le lauree scientifiche e tecniche che finiscono per respingere studenti potenzialmente in grado di eccellere, che soffrono tuttavia di una preparazione scolastica inadeguata.

  7. Claudio

    Io sono un poliziotto penitenziario e a 32 anni con 10 anni di servizio (lontano dalla mia regione e dalla mia università) sono riuscito nell’impresa di laurearmi in giurisprudenza. Durante la mia carriera ho seguito pochi corsi e la maggior parte del lavoro l’ho svolto da solo. Penso che l’Università dovrebbe accompagnarti nel percorso di crescita e se lo studente ha delle incertezze e/o lacune, intervenire con una terapia d’urto per cercare di salvare il capitale umano. Io solo nell’ultimo anno ho trovato gente che almeno rispondesse alle mail. Vorrei solo che l’amministrazione dove lavoro si accorgesse che mi sono laureato e che mi dia la possibilità di accedere a mansioni diverse da quelle che svolgo attualmente e per le quali era richiesta la licenza media inferiore…

  8. Enrico Randi

    Sono uno studente universitario di Bologna. Attualmente studio ingegneria delle telecomunicazioni, che si potrebbe considerare a tutti gli effetti ancora una laurea forte. Il motivo principale per cui ci si laurea fuori corso (parlo per la mia esperienza personale) è molto semplice: alcuni esami sono squilibrati dal punto di vista del carico didattico oppure non stimolano l’interesse verso la disciplina, perché sono una mera ripetizione di ciò che il prof. ha studiato anni prima. In questo caso, l’obiettivo primario non è imparare qualcosa (perché l’eccessivo tempo o l’inutilità palese lo uccidono) bensì passare l’esame con un voto accettabile. La mia soluzione per il problema dei fuori corso è la seguente: cambiare le modalità d’esame. Si dovrebbero svolgere delle prove in itinere durante il corso, che attestano che lo si sta frequentando ed apprendendo: ogni prova ha un voto ed alla fine si fa una somma (oppure una media). L’esame finale andrebbe altresì eliminato. Onestamente, credo che questa sia l’unica via.

  9. federico menegatti

    Sono fuoricorso da ormai qualche anno, ma non per carenza di capacità, per motivi di necessità e diversità di trattamento rispetto ai colleghi di altre facoltà: per mantenere gli studi, lavoro durante tutto il periodo estivo da fine maggio a metà settembre, le sessioni d’esame sono a giugno-luglio, settembre e gennaio-febbraio, salto quindi praticamente 2 sessioni piene, a differenza di un mio collega di ingegneria che ha una sessione al mese; nella mia facoltà non c’è la possibilità di svolgere gli esami fuori sessione ufficiale esami, mentre il mio collega ha anche questa possibilità; non potendomi permettere l’appartamento nella città dove svolgo le lezioni, sono anni che mi muovo in auto/moto/corriera (il treno non passa da qui) e sono ad oltre 50 km; spesso vengono posti dall’università dei limiti-vincoli incompresibili che non permettono di iscriversi agli esami entro un certo tempo e spesso molto ridotto. Confrontandomi con alcuni colleghi universitari di facoltà siamo arrivati a questa conclusione per descrivere il funzionamento della facoltà: piu uno studente rimane all’interno dell’università, piu paga rette universitarie, e piu denaro per l’ateneo. univ=eco di scala

  10. Claudio

    Sono studente-lavoratore di giurisprudenza e vedo che molti fuori-corso sono, come me, lavoratori (molte lavoratrici). L’amministrazione presso la quale lavoro non offre nessunissima formazione o aggiornamento (prima era scarsa, con la crisi è zero), per restare un minimo aggiornato faccio qualche esame all’anno, ovviamente super-fuori-corso. Quando ho iniziato gli studenti-lavoratori pagavano il 50% delle tasse (visto che non fruivano dei servizi è praticamente una tassa sugli esami), oggi paghiamo più degli altri, dato che abbiamo l’aggravante del fuori-corso (bisognerebbe considerare che le tasse dei fuoricorso portano bei soldini alle Università). La tele-didattica è inesistente. Alcuni prof. capiscono e ci vengono incontro, ma altri no. Riguardo l’overeducation nella mia esperienza lavorativa non ne vedo granchè: in un’amministrazione di 180 persone abbiamo dirigenti, quadri e capiufficio (specie quelli di una certa età) non laureati e con preparazione scarsa (per la mancanza di formazione di cui sopra), penso che l’Italia abbia bisogno di più competenze per allinearsi ai migliori paesi europei e in quanti anni uno si laurea è un problema relativo.

  11. michele

    Le misere buste paga dei laureati dipendono prima di tutto dall’eccesso di offerta nel mercato del lavoro. già nel 1700 Smith scriveva che è interesse dei datori disporre di una massa di manodopera qualificata sottoccupata, e per questo disposta ad accettare impieghi dequalificanti e non adeguatamente remunerati. pertanto il primo rimedio per garantire il diritto ad una equa retribuzione, è il numero chiuso all’ammissione la programmazione dell’offerta in base alla reale domanda di mercato.

  12. Marco Galletti

    Io mi sono laureato di una sessione fuoricorso (quindi pochi mesi di fatto). Secondo me il problema non riguarda solo l’università, ma anche la preparazione ricevuta al liceo. Se uno studente ha frequentato delle scuole non particolarmente brillanti, una volta all’università avrà maggiori difficoltà nello studio. Il mio liceo, secondo un’indagine della fondazione Agnelli, era una delle peggiori scuole pubbliche della provincia. Durante il primo anno di università ho davvero fatto fatica a stare al passo con gli esami e la mia preparazione era sicuramente inferiore ai miei coetanei. In più, una scuola di basso livello penalizzata uno studente perché non gli trasmette qualità come autonomia, motivazione e autostima. Potessi tornare indietro, credo che il mio percorso di studi sarebbe sicuramente migliore di quanto poi realmente è stato. Per lo meno non l’avrei trovato solo un susseguirsi di difficoltà ed una rincorsa per non perdere terreno nei confronti degli altri studenti.

  13. Francesco

    Per laurearsi in corso occorreva anni fa, nelle facoltà dure, soprattutto ingegneria, studio matto e disperatissimo, abbandono di qualsiasi vita sociale, studiare e basta e tantissimo. E anche così spesso non bastava.Infatti la percentuale dei laureati in corso, almeno al Politecnico di Milano, era irrisoria. Come funzioni adesso non lo so. So però che la struttura produttiva italiana non ha bisogno di laureati, se non in esiguo numero (tanto poi li sottopaga comunque). Secondo me l’Università dovrebbe farla solo gente mossa da forti motivazioni, con volontà e determinazione ferree e cervelli di prim’ordine.Io mi sono laureato, tanti anni fa, ma non mi è servito a niente. Poi, per il livello dell’università italiana e la generosità e disponibilità dei docenti, sono tempo e soldi buttati, nella maggior parte dei casi.

  14. Stefano Mologni

    Non sarebbe molto più semplice riadattare tutto il sistema universitario con un metodo non numerabile? Mi spiego meglio. Oggi l’obiettivo dello studente italiano non è ottenere una preparazione competitiva, bensì un voto alto. L’abolizione dei voti su tutto il percorso di laurea, correlato all’innalzamento, da parte del docente, della soglia di sufficienza, porterebbe ad un sistema sostanzialmente pass/no-pass, evitando la necessità di ripetere un esame solo per avere un voto più alto. Contesto fin d’ora la più probabile risposta, la mancanza del voto di laurea non è un problema, perché già oggi sappiamo bene che non è affatto indice di qualità del laureato, nemmeno a ordini di grandezza, perciò tanto vale lasciare una valutazione successiva al mondo del lavoro.

  15. mirco

    Io ho una laurea in economia vecchio ordinamento . Al terzo anno ho vinto un concorso e ho iniziato a lavorare. Ho terminato gli studi in ritardo lavorando ma sono contentissimo. Applicare le conoscenze che si acquisiscono studiando, mentre si lavora è il top della formazione. Non capisco pertanto tutto questo dibattito. Lavorare e studiare è il top ripeto. Si fatica molto ma è il top. e ho un posto che richiede la laurea per cui ho studiato.

  16. Manuela

    Penalità salariale. Interessante concetto. Qual è invece il salario medio considerato ?

  17. Pita

    Vorrei portare all’attenzione dei lettori anche un altro fattore, secondo me molto importante, quello di un uso più efficace della scala di voti messa a disposizione. Basterebbe rendere più facile il superamento degli esami, in questo modo i docenti per rendere “giustizia” sarebbero incentivati ad adoperare tutti i voti possibili per classificare i risultati dei loro studenti. In questo modo avremmo una distribuzione dei voti più corrispondente alla reale preparazione all’esame ed alla fine del ciclo di studi un parametro affidabile per le aziende per valutare il reale livello di preparazione di un neolaureato. Bisogna spostare l’attenzione nazionale focalizzata per tradizione sul “possedere” un pezzo di carta su “quanto vale “il pezzo di carta.

  18. Jack Lucchetti

    Sono perplesso. Nonostante gli autori dimostrino di avere totale consapevolezza dei problemi di reverse causation e variabili omesse (per dirla in breve), poi procedono a stilare delle regole per ridurre il fenomeno del fuoricorso come se i problemi sul mercato del lavoro di chi si laurea tardi si risolvessero magicamente facendoli laureare prima. Per di più, ho il sospetto che le regole che propongono rischino di essere inefficaci o, in certi casi addirittura nocive. Mi spiego: regola a (limite al numero di tentativi): difficile da applicare. Uno studente può sempre ritirarsi a prova iniziata, ed e poi difficile andare a sindacare se quella debba essere considerato un tentativo andato a vuoto. È lo stesso meccanismo che rende difficile impedire allo studente di rifiutare il voto. regola b (calibrare i contenuti): nella mia esperienza, nella funzione obiettivo di molti studenti c’è il superamento dell’esame, non l’acquisizione di nozioni. Per cui (per dirla da econometrico), l’effort è endogeno. Se chiedi 100, fanno 60; se chiedi 50, fanno 30. Sulle regole c e d invece non ho obiezioni, mi sembrano buone idee.

  19. Federico

    Sono uno studente universitario e credo che l’articolo rappresenti molto bene ciò che è la realtà(ovviamente facendo tutti i distinguo che le medie impongono!!!!!). Credo che l’idea del pass e della media troppo bassa per conseguire la laurea sia il modo più giusto ed efficiente per ridurre il numero di fuoricorso. Giudico invece in maniera non proprio favorevole le ipotesi A e B perché troppo superficiali.

  20. Jennifer

    A parte ciò che è già stato considerato, mi preme sottolineare che ci si laurea in ritardo a causa di un background scolastico inadeguato. La Matematica è una delle materie peggio insegnate in tutti gli ordini di scuola, per non parlare delle lingue. La mia esperienza si riferisce ad un figlio che sta finendo la speciaizzazione in Economia aziendale grazie al fatto che l’Università che ha frequentato ha affidato l’insegnamento della matematica ad un insegnante molto valido che, conscio del nulla che si fa a scuola, ha organizzato un bel corso propedeutico da settembre a dicembre. In caso contrario mi sarei dovuta affidare ad un insegnante privato…dopo aver acceso un mutuo! La lingua inglese,poi, studiata molto superficialmente a scuola, fa perdere altro tempo ed altri soldi. Un altro problema è il metodo di studio. Sarebbe opportuno che le università garantissero un tutoraggio mirato per gli studenti motivati ma con qualche difficoltà. Per gli altri bisognerebbe fare come si legge negli annunci economici: “perditempo astenersi”. Io credo che l’accesso alle università dovrebbe essere libero ma non si può consentire che si perda tempo e si consumino risorse inutilmente.

  21. Agostino De Zulian

    Mi sono laureato lo scorso 26 marzo 2012 alla non più giovane età di 48 anni. I motivi di tale ritardo non sono a me imputabili e li ho apertamente dichiarati in pubblico (Vedi: http://www.ininsubria.it/laurea-a-48-anni-ma-non-sono-uno-sfigato~A8075 e anche http://www3.varesenews.it/comunita/lettere_al_direttore/articolo.php?id=223949) in una lettera aperta che ho mandato al Ministro Martone. Cosciente di sapere quante difficoltà potrò incontrare sul mercato del lavoro primo fra tutte la penalità salariale e nella concorrenza con chi ha 20 anni in meno a parità di titolo di studio auspico di poter comunque concorrere perchè ho ancora 22 anni lavorativi.

  22. giuseppe 47

    Uno studente fuori corso, è un problema per se stesso, perchè (come riferito dall’analisi Aina-Pastore) sarà quello che pagherà di piu’ sia in termini di ritardo nell’inserimento al lavoro che nella qualità di lavoro che potrà svolgere con la propria laurea svalutata dal tempo. Pagherà la famiglia dello studente infatti il ritardi inciderà non meno di 10.000= euro all’anno. Chi non pagherà, anzi ne beneficierà sarà l’università che incassa il 30-40% in piu’ di quello che incasserebbe se ci fossero solo studenti ‘puntuali’. Rimane comunque da capire come mai ci sono questi ‘ritardi’, noi ci scervelliamo per capire i motivi del fuori corso, dove il motivo principale ho il dubbio sia l’incapacità di alcuni soggetti a sostenere un percorso di studi universitari ( cioè non sono in grado). A questo proposito diventa importante che ci sia un test di ingresso per tutte le facoltà sia con test che con colloquio, e poi ovviamente regolamentare gli eventuali ritardi.

  23. PERPLESSO

    “Perché gli anni persi all’università non accrescono la dotazione di capitale umano.”

    ?

    Lei sta parlando di capitale umano.
    C’è gente che la laurea non ce l’ha nemmeno ed ha un capitale umano elevatissimo… e alcuni pure monetario…

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