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MENO VALORE ALLA LAUREA E PIÙ ACCESSO ALLE PROFESSIONI

La consultazione del governo sul valore legale del titolo di studio chiede come favorire la competizione al rialzo tra le università sul modello anglosassone e così superare la cultura del “pezzo di carta”. C’è però il rischio di incagliarsi su meccanismi tecnici pericolosi, come il ripesamento dei titoli e voti di laurea. La priorità invece è aprire ai giovani l’accesso a concorsi e professioni, valorizzando la varietà dei percorsi individuali di studio.

Il governo ha aperto una consultazione online sul valore legale del titolo di studio con l’obiettivo di andare oltre la cultura del “pezzo di carta” valorizzando le diversità e le eccellenze nei percorsi di studi individuali. Il dibattito sul “valore legale della laurea” solleva due ordini di problemi: primo, la standardizzazione delle classi di laurea (e del reclutamento dei docenti); secondo, la laurea come titolo di accesso a professioni e concorsi. Mentre per il primo punto non sembrano esserci margini di manovra, il governo vorrebbe differenziare il valore di titoli “nominalmente equivalenti” (ma qualitativamente diversi), ispirandosi al cosiddetto modello anglosassone. È possibile?

ACCESSO A PROFESSIONI E PUBBLICO IMPIEGO NEL REGNO UNITO

Nel Regno Unito e nei paesi anglosassoni la laurea non ha valore legale: il riconoscimento e la garanzia del percorso di studi non sono svolte da un ministero, ma da agenzie indipendenti, spesso finanziate da università e dallo stato, senza però entrare nel dettaglio di come i singoli corsi di laurea debbano essere organizzati. In Inghilterra è la Qaa, Quality Assurance Agency for Higher Education, a fissare una serie di criteri minimi per l’emissione di titoli di studio. Negli Stati Uniti le agenzie di accreditamento sono molteplici e a loro volta accreditate dal governo federale o dal Council for Higher Education Accreditation. Nei casi di lauree professionalizzanti (medicina, legge, ingegneria) i percorsi di studio sono concordati anche con le associazioni dei professionisti (i Bar o l’American Medical Association, la Law Society inglese, eccetera). Nel Regno Unito per l’accesso ad alcune professioni è richiesto un titolo triennale (sei anni per medicina) conseguito presso un’università accreditata o un corso annuale di conversione (per esempio, legge). Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è richiesto alcun titolo specifico (per esempio, i giornalisti) e gran parte dell’educazione alla professione (per esempio, avvocatura o contabilità) avviene all’interno della professione stessa attraverso contratti di apprendistato di due o tre anni. Si tratta di apprendistati pagati e generalmente con la prospettiva di continuare il rapporto anche dopo aver ottenuto la qualifica. In breve, i profili d’ingresso per i giovani nelle professioni più remunerate sono molto ampi, ma visti i costi di formazione le aziende sponsorizzano un numero limitato di praticanti.
Anche per i concorsi pubblici inglesi (civil service) l’unico requisito è un qualsiasi titolo triennale e candidati con background non tipico (scienziati o umanisti) sono incoraggiati a partecipare. Sebbene esistano concorsi specifici per economisti o giuristi, la gran parte della dirigenza pubblica (il fast-stream) viene reclutata attraverso concorsi generalisti e attitudinali, in cui l’unico criterio d’accesso è aver ottenuto una first class (1) o upper second (2.1) come voto di laurea, fascia che comprende circa il 40 per cento dei laureati. Proprio perché i criteri d’accesso sono molto ampi, diventa importante l’università di provenienza ma, soprattutto, la preparazione attitudinale che l’università ha fornito e il percorso di studi individuale dei candidati.

LA CONSULTAZIONE DEL GOVERNO

Nella consultazione il nostro governo discute se siano richiesti titoli non necessari o troppo specifici per l’accesso ad alcune professioni e come sia possibile ripesare titoli e voti di laurea assegnati in contesti diversi e quindi non paragonabili. Più in generale, ci si chiede se il titolo di studio sia un’effettiva garanzia di qualità e se non sia possibile trovare un sistema che incentivi le università a diversificare l’offerta formativa e creare un mercato competitivo. Un terzo del questionario proposto dal governo si concentra proprio sulla differenziazione qualitativa di titoli di studio nominalmente equivalenti. La proposta già circolata prima della consultazione sarebbe ri-pesare il voto finale di laurea sulla base di una ranking della qualità didattica dell’ateneo o dipartimento. Si tratta, vale la pena di sottolinearlo, di un sistema che non avrebbe precedenti né in Europa né nel mondo anglosassone, con il risultato perverso di valorizzare ancora meno i percorsi individuali rispetto al “titolo” di provenienza. In nessun paese esiste un sistema per cui l’accesso ai concorsi pubblici viene valutato applicando un coefficiente maggiore ai diplomati di Harvard o Oxbridge, il cui valore reale sta tanto nel titolo quanto nella educazione (non solo accademica) fornita dall’università. Per di più, questa proposta si limita ai concorsi pubblici e sarebbe di minimo impatto sul modello sociale. (1)

LA PRIORITÀ È L’ACCESSO ALLE PROFESSIONI

Il sistema anglosassone si fonda su flessibilità dei percorsi di studio e accesso alle professioni. La priorità in Italia dovrebbe essere dare meno spazio possibile agli ordini professionali per limitare i candidati che possono accedere all’esame di Stato. Per esempio, l’obbligo di possedere un titolo in una classe di laurea specifica per sostenere alcuni esami di Stato potrebbe essere sostituita dall’obbligo di aver acquisito un numero minimo di crediti in discipline essenziali. Una proposta simile era circolata a gennaio per l’ordine degli avvocati e dei commercialisti ed è stata bloccata dalla lobby di chi oggi esercita quelle professioni. Se le facoltà di giurisprudenza italiane strabordano di studenti non è perché stanno formando specialisti per i più diversi impieghi, ma per la semplice ragione che una laurea di classe LMG/01 apre le porte a una numero smisurato di professioni e concorsi.

In Italia l’accesso ai concorsi pubblici è limitano a specifiche lauree mentre nei paesi anglosassoni la diversità di background, percorsi individuali e studi porta un contributo essenziale al servizio pubblico. Per quale ragione non dovrebbe essere permesso ai laureati in filosofia o matematica di partecipare al concorso diplomatico o della presidenza del Consiglio? È infine vero che l’attuale sistema di punteggi favorisce gli studenti che provengono da facoltà o atenei dove i voti sono troppo concentrati tra i 110. Se si vuole seguire il modello anglosassone, piuttosto che ripesare i voti si stabilisca un punteggio minimo per l’accesso e si lasci che sia poi il concorso a scegliere i migliori. Il paradosso italiano è che tutti possono accedere a una laurea, ma l’accesso alle professioni è una corsa a ostacoli. Il modello anglosassone è l’opposto: più competitività all’ingresso, e massima apertura alle professioni all’uscita.

 

 

(1) Si veda il precedente articolo di Giliberto Capano su lavoce.info

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RISPOSTA AI COMMENTI

12 commenti

  1. Calogero Massimo Cammalleri

    Il sondaggio proposto da Miur è capzioso, poichè orienta la risposta verso la tesi abolizionista. Chi alla domanda 11 si dichiarasse contrario non ha poi la possibilità di dare risposte coerente alla domande 12, 13, 14, e 15. Per questa ragione le organizzazioni di docenti, di ricercatori, di precari, di studenti di insegnati medi e di genitori di studenti delle scuole statali hanno promosso un controsondaggio, all’indirizzo web http://www.valorelegale.org

  2. Chiara Fabbri

    Mi sembra che come su altre questioni, il Governo individuato bene il problema poi invece di affrontarlo ne scarichi i costi su chi non si può difendere, in questo caso non i baroni universitari che creano corsi inutili a scopo di collocamento parenti ma le famiglie e gli studenti. Il titolo di studio è uno strumento di lavoro, cretifica il raggiungimento di una serie di qualifiche utili da spendere sul mercato del lavoro. Quindi le università andrebbero valutate sulla loro idoneità a introdurre e far permanere nel mercato del lavoro le persone, dovrebbero quindi essere tenute a raccogliere e pubblicare dati sui tempi e la qualità di collocamento nel mondo del lavoro dei propri studenti, quelle che producono risultati scarsi andrebbero chiuse per liberare risorse da destinare invece alle università virtuose, per potenziare i servizi (alloggi, borse di studio) attualmente insesistenti. In tal modo le università verrebbero anche incentivare ad attivare supporti attivi alla ricerca di lavoro per i propri laureati, come nelle università anglosassoni cui si fa riferimento ma assente da noi.

  3. pietro manzini

    l’Autore afferma che l’applicazione del sistema ‘pesi della laurea’ al solo settore pubblico avrebbe un impatto minimo sul modello sociale. E’ proprio il contrario. Al momento dell’iscrizione non si sa se si cercherà/troverà lavoro nel pubblico o nel privato. Questa incertezza ha un effetto sistemico, nel senso che tutti dovranno tener in conto la prospettiva di fare un concorso pubblico in cui la laurea viene pesata. Previsione: immaginiamo, con l’A, di stabilire che il voto minimo per i concorsi pubblici sia 105/110, il risultato sarà che gli studenti correranno ad iscriviersi nell Università che danno questo voto con maggiore facilità, scartando quelle più selettive e rigorose nei punteggi. In sostanza, una corsa al ribasso (e un definitvo affondamento) del sistema universitario italiano. 

  4. Massimiliano

    Sono d’accordo: Più ostacoli all’ingresso, minori ostacoli all’accesso delle professioni. Però andrebbe ripensata l’intera scuola Le scuole medie sono un “parcheggio temporaneo”, mentre dovrebbero mostrare ai ragazzi le differenze tra un istituto tecnico e un liceo Gli istituti tecnici ormai sono le scuole degli sfaticati, mentre i liceali non capiscono che si stanno formando per l’università L’università non fa competere gli studenti. Esistono facoltà di dubbia utilità: scienze motorie (perchè è stato abolito l’ISEF?), scienze dell’educazione (quanti bambini sono cresciuti con maestre provenienti dalle magistrali?), sociologia (sembra che non se ne possa fare a meno), senza contare le sottospecie e le facoltà interdisciplinari. Corsi pensati per assicurare la cattedra ai soliti noti hanno la meglio su corsi di maggiore utilità. Chiudiamo le università inutili (non ne serve una per ogni provincia) e con i soldi risparmiati assicuriamo ai fuori sede le risorse necessarie per non pesare sulle tasche delle famiglie!

  5. Davide tommasone

    Ma di cosa si parla? Ho 44 anni, laurea in economia, master alla Stern school of business ( new york university) e combatto ogni fine mese per vivere, facendo il rappresentante. Eppure mi pare che i laureati in Italia siano circa il 10 % della popolazione, ma di cosa si parla? Il 10 % della popolazione dovrebbe facilmente essere collocata anche in posizioni diverse da quella del rappresentante! Penso che solo una forte liberalizzazione delle caste ed un forzato cambio generazionale possano dare spazio a generazioni tradite. Siamo una cleptocrazia ( qualcuno vada a leggere il significato!); penso che un giorno il caso Italia sarà un modello da studiare in economia; servirà a far capire come nei secoli un sistema economico e sociale possa implodere da solo, soltanto per non aver usato la meritocrazia ed i percorsi di studio come discriminante per la selezione degli individui. Qualcuno dimentica la storia, il primo caso fu l’impero romano, Roma era la capitale guarda il caso!. Comunque non disperiamo fra poco ritorneremo tutti alla coltivazione della terra! Oppure a fare i rappresentanti!

  6. Ermete Abboccato

    Si sa che l’Italia è il regno del cavillo, ma qui si rasentano casi di difficoltà cognitive. Attaccarsi come disperati al valore legale del titolo di studio è l’esatto opposto della meritocrazia.

  7. Giuseppe Raffaele

    Il problema non è togliere il valore legale, ma renderlo effettivo. Purtroppo in Italia la qualità delle università è in costante decadenza, stante la perenne moltiplicazione delle sedi universitarie alla quale è naturale che corrisponde uno svilimento della qualità dell’insegnamento ed una moltiplicazione dei giochetti messi in campo dalla “burocrazia” universitaria con moltipèlicazione del familismo e del clientelismo. La soluzione è ridurre il numero delle università, qualificare seriamente quelle che rimangono in modo tale che ai titoli di studio corrisponda una effettiva qualità. Altrimenti si rischia che continui a trionfare sempre chi è nel giro a scapito di chi è barvo ma non è figlio di papà.

  8. Francesco Mendini

    Queste tesi neo liberiste ormai fanno ridere i polli. Posso parlare della mia professione, che è quella che conosco: faccio l’avvocato, ho 29 anni. Siamo circa 230.000 in Italia, a Verona, la mia città, 2.200 circa. Sono convinto che l’accesso alla professione vada riformato, ma credere che serva più concorrenza nel mondo dell’avvocatura italiana è ridicolo. I dati della cassa forense parlano chiaro: siamo fin troppi ed il reddito medio tende già a calare a picco! La tendenza tra i giovani (anche già abilitati) è quella di abbandonare la professione! Fate iscrivere agli albi chi vi pare!

  9. carmelo lo piccolo

    Il merito professionale e le abilità e competenze distintive molte volte non coincidono con il possesso di una laurea. Nel Pubblico Impiego esistono persone con lauree prese in tutte le Università, da quelle ritenute “facili” a quelle più prestigiose, che poi sono materialmente incapaci di istruire un provvedimento amministrativo, avviare e gestire un bando di gara, e, per quanto riguarda la dirigenza, garantire risultati e conseguire obiettivi. Ne consegue che continuare a difendere il valore legale della laurea, almeno nel Pubblico Impiego, serve solo a garantire il business dei titoli acquisiti a buon mercato e il prolificare di corsi di studio e Facoltà ad uso e consumo del baronato universitario. Il valore legale va invece mantenuto per l’ingresso e l’accesso agli Ordini Professionali, perchè non riesco a immaginare un ingegnere che fa il commercialista o un geometra che fa l’avvocato, ma è un problema veramente inesistente, perchè è risolto già “a monte”, in quanto nessuno si sognerebbe di svolgere professioni in assenza del titolo di studio professionalizzante.

  10. Elena G.

    Nel Regno Unito è vero che i concorsi pubblici sono aperti a tutti, basta avere come voto di laurea un “first” o un “upper second”, ma è anche vero che c’è una barriera all’entrata ai concorsi costituita dalla compilazione della domanda (“application”), che richiede qualche giorno di lavoro. Vengono chieste motivazioni, esperienze personali in vari ambiti, dettaglio dei corsi seguiti, ecc. Insomma sono varie pagine da compilare regionando e impegnandosi. Non è il foglio di una pagina dei nostri concorsi che richiede cinque minuti di tempo per essere compilato. In UK quindi i concorsi sono aperti a tutti, ma non tutti partecipano. Inotre non tutti vengono ammessi a sostenere le prove del concorso! Viene quindi fatta una pre-selezione sulla base della “application” inviata che riduce di molto il numero degli effettivi partecipanti alle prove scritte e orali e, conseguentemente, i tempi per ricevere gli esiti delle prove. Forse dovremmo ripensare anche al modo in cui i concorsi pubblici sono gestiti nel nostro paese e fare anche noi una scrematura in ingresso?

  11. Pietro Fazzini

    Per impostare correttamente il discorso bisognerebbe chiedersi se coloro che avocano una riforma di liberalizzazione delle professioni abbiano alla base un’analisi del problema comune, per lo meno all’interno del medesimo settore (legale, medico, etc.) e dunque obbiettivi omogenei: spesso il tema dell’incremento della qualità dell’istruzione universitaria e quello della liberalizzazione dei settori sono stati trattati in maniera pericolosamente troppo omogenea. Mirare alla differenziazione di offerta formativa delle facoltà implica maggiore autonomia, sopratutto finanziaria e non necessariamente, e cosi non è neanche in america, una differenziazione sul piano dei corsi, bensì dell’educazione come insegnamento a 360 gradi (esperienze internazionali, formazione lavorativa prima della laurea). Il valore legale del titolo di laurea in realtà svolge la sua funzione proprio con riferimento ai concorsi pubblici, capaci in italia, a differenza del mondo anglosassone, di rappresentare un’offerta di lavoro quantitativamente molto incisiva, limitando o diluendo tramite un meccanismo semplificativo, il pericolo di una discrezionalità pericolosa nella gestione della cosa pubblica.

  12. lettore

    E’ uscita la graduatoria per assistenti di lingua italiana all’estero. L’esempio perfetto che posso addurre per sostenere la tesi dell’articolo: Il MIUR indice una selezione per per assistenti di lingua italiana all’estero. Devono essere laureati triennali (giusto) ed inscritti ad una magistrale (ancora meglio, finalmente un’opportunità di mobilità per i giovani). Ma l’elenco dei requisiti dovrebbe finire qui, ed invece INIZIA qui. Possono essere laureati in lettere, lingue, storia o filosofia. E perchè non sociologi o giuristi, o biologi…non sanno la grammatica? Non potrà essere la commissione a valutare caso per caso capacità e motivazioni? No, la garanzia della loro motivazione è avere una laurea di classe LM-14 o LM-15. Devono aver svolto almeno due esami di lingua straniera e in letteratura italiana. In sostanza, se sono madrelingua tedesca non se ne fa nulla ma se hanno sostenuto un esame nel SSD L-LIN/14 sanno il tedesco per definizione, quindi possono partire. Alla fine si mette tutto in una tabellina e chi ha più 30 e lode parte. Motivazioni, percorsi di studio, attitudini sono irrilevanti, i titoli sono tutto. A me questa pare una follia.

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