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ARTICOLO 18 NELLA PA: UNA DOMANDA A DUE MINISTRI

Non solo ai dipendenti pubblici si applica l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma è già stato introdotto il licenziamento per ragioni economiche, così come il licenziamento individuale. La modifica dell’articolo 18 proposta dal governo non farebbe altro che coordinare meglio le norme e dettare una convergenza tra disciplina del lavoro privato verso quella del lavoro pubblico, che per una volta è stata più rigorosa. A meno che nel testo definitivo non sia prevista una specifica deroga per il pubblico impiego. Ed è appunto questa la domanda che rivolgiamo al ministro.

articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si applica senza nessun dubbio al rapporto di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, sicché, di conseguenza, è inevitabile che si estenda a tali dipendenti la riforma avviata dal ministro Fornero, a meno che non si introduca una specifica deroga.

COSÌ DICE LA LEGGE

Sia il ministro del Lavoro, sia i sindacati, e con loro il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, sembrano essere incorsi in uno svarione imperdonabile, in queste ore, arrampicandosi sugli specchi per affermare che, come ha dichiarato Luigi Angeletti “L’articolo 18 non è mai stato applicato per il pubblico impiego e non è facilmente applicabile perché la natura giuridica dei contratti è diversa”.
Le cose stanno esattamente all’opposto. L’articolo 51, comma 2, del decreto legislativo 165/2001 (il testo unico che disciplina il lavoro pubblico) è chiarissimo: “La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. E, se vi fossero ancora dubbi, basta controllare la giurisprudenza del lavoro. Per tutti, si può citare la sentenza della Cassazione, Sezione Lavoro 1 febbraio 2007, n. 2233, che ha considerato espressamente applicabile l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non solo ai dipendenti, ma anche ai dirigenti pubblici (mentre nel privato la dirigenza è esclusa dalla tutela della reintegrazione).
Ma, lo svarione di ministri e segretari delle organizzazioni sindacali è, come dire, doppio. Infatti, non solo al lavoro pubblico l’articolo 18 si applica direttamente, ma la disciplina del licenziamento per ragioni economiche è stata già introdotta da diversi mesi, cioè dall’entrata in vigore della legge 183/2011, che ha modificato l’articolo 33 del citato testo unico sul lavoro pubblico, il quale testualmente prevede: “le pubbliche amministrazioni che hanno situazioni di soprannumero o rilevino comunque eccedenze di personale, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria, anche in sede di ricognizione annuale prevista dall’articolo 6, comma 1, terzo e quarto periodo, sono tenute ad osservare le procedure previste dal presente articolo dandone immediata comunicazione al dipartimento della Funzione pubblica”.
Dunque, nell’ambito del lavoro pubblico già da prima della riforma dell’articolo 18 la legge mette in relazione diretta e chiarissima l’eccedenza di personale alla rilevazione di una “situazione finanziaria” evidentemente negativa, tanto da indurre a rimediarvi con la riduzione della forza lavoro e, dunque, col possibile licenziamento. Appare evidente l’assoluta simmetria tra la situazione finanziaria e le ragioni economiche per il licenziamento. Un’amministrazione pubblica potrà licenziare propri dipendenti, ad esempio, se in stato di dissesto o se non in grado di rispettare le norme contabili che impongono determinati tetti alla spesa di personale. Occorre, per altro, aggiungere che la recente modifica all’articolo 33 del Dlgs 165/2001 consente anche licenziamenti individuali.
L’articolo 33 disegna un percorso peculiare per giungere ai licenziamenti nella Pa da concludere comunque entro novanta giorni e finalizzato a verificare la possibilità di scongiurare la risoluzione del rapporto di lavoro, principalmente mediante la “mobilità”, che nel lavoro pubblico è il trasferimento del dipendente presso altre strutture organizzative interne all’ente di appartenenza, oppure mediante il trasferimento ad altre amministrazioni. Concluso negativamente questo percorso, il dipendente pubblico viene collocato in “disponibilità”: cioè il rapporto di lavoro resta sospeso per ventiquattro mesi al massimo, con un trattamento economico pari all’80 per cento dello stipendio, dell’indennità integrativa speciale e dell’assegno per il nucleo familiare, al netto di qualsiasi altra remunerazione. Scaduto il periodo di disponibilità, il contratto di lavoro è risolto di diritto.
In sostanza,  per il lavoro pubblico il licenziamento per ragioni economiche è da considerare già sussistente. La modifica dell’articolo 18 non farebbe altro che coordinare meglio le norme e dettare una convergenza tra disciplina del lavoro privato verso quella del lavoro pubblico, che per una volta è stata più rigorosa.

Rivolgiamo dunque al ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e al ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, la seguente domanda: posto che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si applica senza alcun dubbio al rapporto di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, e dunque si applicano anche le modifiche a quell’articolo apportate, nel testo del provvedimento di riforma del mercato del lavoro che il governo presenterà in Parlamento, sarà introdotta una specifica deroga per i dipendenti pubblici?

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Leggi anche:  Lavoro “congelato” anche nella ripartenza

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15 commenti

  1. giulio

    Purtroppo il clientelismo che guida la nostra classe politica *e sindacale* ignora ogni forma di moralità: gli statali continueranno a essere dei privilegiati (e a lamentarsi). Il governo Monti si conferma comunque emanazione della peggior Democrazia Cristiana.

  2. marco

    Penso che non ci dovrebbero essere disparità di diritti tra i lavoratori del pubblico impiego e del privato; allo stesso tempo penso che bisognerebbe creare trattamenti diversi per le aziende che intendono licenziare per motivi economici in base al loro comportamento; ad esempio se io come ente pubblico licenzio diversi tecnici interni e lo stesso compito lo affido a una consulenza esterna che poi si rivelerà maggiormente onerosa allora dovrò pagare un’indennità massima; lo stesso dovrebbe succedere alle aziende che licenziano per delocalizzare o che vogliono risparmiare sugli investimenti in ricerca….Insomma se vuoi pagare meno in caso di licenziamento ti devi mostrare virtuoso-bisognerebbe fare dei distinguo a livello di incentivi economici tra le aziende virtuose che lincenziano per motivi improrogabili di bilancio e i tanti che scappano in stati meno onerosi dal punto di vista fiscale e della manodopera per avere più guadagno nell’immediato

  3. franco benincà

    Le leggi sono quelle in vigore ma per i motivi piu’ svariati restano inapplicate o opportunamente non viste. La questione ora risorge in sede di revisione dell’art. 18. A questo punto buon lavoro alla Ragioneria Generale dello Stato: ad essa è affidato il compito della verifica delle compatibilità finanziarie e dell’applicazione del rapporto risorse disponibili/obiettivi da raggiungere da coniugare con gli organici necessari. Lo strumento del licenziamento cosi’ applicato alla PA, volens nolens, è quello che darà modo di adempiere alle indicazioni contenute nella lettera della BCE in materia di riorganizzazione dell’apparato dello Stato e del contenimento della spesa relativa.

  4. Un'ottimista

    Resto scettica e stupita della effettiva presenza in Italia di tante norme e regole che sarebbero anche affar buon ma che, chissà per quale grazia ricevuta, non si resce mai ad applicarle per ottenere migliorare, crescere e costruire il rilancio di un Italia sfasciata. la preoccupazione riguarda il volo nel buoi che si otterrà senza nessuna rete ovvero: strutture adatte a sviluppare, riqualificare,produrre e reinserire la forza lavoro. Non è l’abolizione dell’art 18 che spingerà nuovi investimenti , dato lo stallo attuale. Ciò che mi sconforta è l’eccessivo sistema clientelare e i pochi noti o meno che non saranno neanche sfiorati da ciò che potrebbe essere drammatico per altri. Questa non è crescita. In economia si definisce in altro modo…

  5. Stefano

    Beh, alcuni sì, diciamo i privilegiati dalla politica, in primis gli alti papaveri. Per il resto la P.A. è un incubo in primis per chi ci lavora, le assicuro che ce ne vuole per mantenere la salute mentale cercando di fare il proprio dovere in un contesto che mette i bastoni tra le ruote in primis a chi vuole lavorare bene. E poi l’articolo chiarisce per l’appunto che la riforma si applica a tutti (come è peraltro pacifico, solo che CISL e UIL hanno tanti iscritti tra i pubblici dipendenti e vogliono illuderli che la riforma non li tocchi.. )

  6. Stefano

    Beh, alcuni sì, diciamo i privilegiati dalla politica, in primis gli alti papaveri. Per il resto la P.A. è un incubo in primis per chi ci lavora, le assicuro che ce ne vuole per mantenere la salute mentale cercando di fare il proprio dovere in un contesto che mette i bastoni tra le ruote in primis a chi vuole lavorare bene. E poi l’articolo chiarisce per l’appunto che la riforma si applica a tutti (come è peraltro pacifico, solo che CISL e UIL hanno tanti iscritti tra i pubblici dipendenti e vogliono illuderli che la riforma non li tocchi.. )

  7. alfonso

    Mi spiace Giulio, ma è ora di finirla di mettere insieme tutto e tutti. Ci si comporta in modo speculare al pensiero democratico cristiano di vecchio stampo, mantenendone il segno negativo . In ogni categoria, nessuna esclusa di annidano privilegiati, raccomandati e via discorrendo. Manca un disegno di insieme, sembra che si stia usando il metodo delle randellate, eliminando quanto c’è di buono con il pessimo che deve essere per forza riformato. Le stagioni delle riforme, fatte in questo modo, veloce e acritico, per quanto si dicano esperti coloro che ne sono fautori, produrranno più danni che vantaggi in termini di mancata coesione sociale, L’art. 18 dice Fornero ha per il sindacato un valore simbolico, ma è chiaro che lo ha ancora di più per il ministero del lavoro e per la compagine governativa. I giuristi e gli economisti in questo momento si occupano di formule tecniche e contabili, ma hanno perso completamente di vista il senso politico che una ristrutturazione di ampia portata impone. Ci saranno licenziamenti più facili, ma sarebbe stato opportuno anche pretendere dalle imprese e dalla confindustria garanzie in merito agli investimenti. Cosa completamente disattesa,

  8. Riccardo

    Faccio una premessa, sono un dipendente pubblico da 13 anni. Detto ciò, sulla possibilità che anche nella pubblica amministrazione si possa applicare il famoso art. 18, in linea di principio sono anche disposto a discuterne e ad esserne pienamente d’accordo ma però con dei distinguo. Il primo è stabilire chi possa decidere di licenziarmi, ovvero è solo il mio dirigente che lo può fare o anche il ministro di turno che non conosce sicuramente che tipo di lavoro faccio e come lo svolgo sopratutto, il rischio, quindi, è quello di venire licenziato senza magari essermelo meritato. Secondo, lo stipendio, il mio compenso è fermo dal 2008 e con esso anche gli scatti di anzianità, quindi sarebbe giusto equiparare le retribuzioni al settore privato, compreso il pagamento di straordinari e altro (non essendo un ministeriale e ne un dirigente certamente non godo di cifre astronomiche). Terzo, per anni il dipendente pubblico è stato “maltrattato” dall’opinione pubblica, spesso a ragione ma a volte anche a torto, qualora perdesse il lavoro, visto e considerato che in questi 13 anni l’amministrazione non mi ha mai fatto un corso d’aggiornamento di qualsiasi tipo, come posso far valere la mia competenza? Il mio curriculum è pieno ma non è certificato da nessun titolo spendibile per il privato. Ecco la mia esperienza di questi giorni, dove lavoro io, una scuola, vi è un DSGA (direttore amministrativo) supplente, ovvero un’impiegata che mancando la figura titolare ricopre temporaneamente, con contratti annuali, questa mansione, ormai la situazione va avanti da un decennio. Proprio oggi, nella sede provinciale dell’Ufficio Scolastico hanno fatto scegliere a dei vincitori di un concorso di qualche anno fà il posto di lavoro, ebbene uno di questi ha scelto proprio la nostra scuola e che cosa è successo? E’ successo che questa dopo anni che faceva la direttrice si è ritrovata “declassata” anche di stipendio e per i prossimi mesi dovrà insegnare (tradotto continuare a fare lei) un lavoro ad una persona che manco a visto la scuola in foto. Ecco, com’è la reale situazione per chi cerca di lavorare onestamente nella p.a.
    come posso far valere la mia competenza? Il mio curriculum è pieno ma non è certificato da nessun titolo spendibile per il privato. Ecco la mia esperienza di questi giorni, dove lavoro io, una scuola, vi è un DSGA (direttore amministrativo) supplente, ovvero un’impiegata che mancando la figura titolare ricopre temporaneamente, con contratti annuali, questa mansione, ormai la situazione va avanti da un decennio. Proprio oggi, nella sede provinciale dell’Ufficio Scolastico hanno fatto scegliere a dei vincitori di un concorso di qualche anno fà il posto di lavoro, ebbene uno di questi ha scelto proprio la nostra scuola e che cosa è successo? E’ successo che questa dopo anni che faceva la direttrice si è ritrovata “declassata” anche di stipendio e per i prossimi mesi dovrà insegnare (tradotto continuare a fare lei) un lavoro ad una persona che manco a visto la scuola in foto. Ecco, com’è la reale situazione per chi cerca di lavorare onestamente nella p.a.

  9. marziano

    gli “organici necessari” sono una presa in giro. fateli lavorare il doppio (cioè come un normale privato dipendente) e poi licenziate 200.000 dipendenti pubblici subito. pronti, via!

  10. LUCIDIO

    A prescindere dell’esattezza di quanto Olivieri dice ,mi domando invece quanto ci vuole perchè ci si renda conto che da questa guerra tra poveri,escono vincitori solo coloro che la creano ,nell’intento di sottrarsi all’osservazione.Credo che la voglia di giustizialismo ad ogni costo stia accecando ,lasciando in ombra le enormi differenze tra i pochi che detengono il potere economico e decisionale ed una maggioranza che viene puntualmente distratta ,alimentata da pseudo rancori tra questa o quella fascia di poveri cristi. Dividi et impera ,non so quanti debiti lasceremo ai nostri figli ,di sicuro un cumulo di odio senza pari che non creerà nulla di buono. Pensiamoci finchè siamo ancora in tempo.

  11. mario

    Credo che questa corsa a “scannarci l’uno con l’atro sia specchio dei tempi in cui viviamo, gli economisti non hanno ricette per uscire dalla crisi e quel che peggio non hanno la più pallida idea di quando finirà. Nel mezzo c’è il 90% della popolazione che detiene il 55/% della ricchezza da colpire con feroce determinazione spargendo il terrore tra chi campa con mille euro al mese non è sicuramente la via maestra per uscire dalla crisi. Le imprese, quelle vere, si lamentano dell’eccessiva pressione fiscale, della mancanza delle infrastrutture, vedi l’alcoa in Sardegna, dell’eccessivo costo del lavoro e di una Giustizia civile che ci mette anni per una sentenza e di una P.A. poco produttiva in alcuni, non tutti i comparti. Ho letto il libro del Professo Boeri le Dieci grandi riforme a costo zero mi è piaciuto perché era un libro con delle idee geniali e dettate dal buon senso, se applicate alla lettera avrebbero dato una scossa positiva alla nostra economia. Invece la recente riforma dell’articolo 18 getta più ombre che luci sul mercato del lavoro aprendo la strada i licenziamenti, discriminatori mascherati da economici per quei lavoratori ormai avanti negli anni che per alcune azie

  12. Lettore attento

    Io non credo alla buona fede di tecnici politici o di sindacalisti su un argomento del genere. Bastava leggere i giornali dell’epoca. E’ esclusivamente una messa in scena come le lacrime della Fornero. Come bloccare le modifiche se queste si applicano gia agli statali?

  13. marziano

    LONDRA, 26 MAR – ”Il tema della mobilità in uscita va affrontato in tutti i sistemi, non solo nel settore privato: lo ha detto il presidente della Camera Fini, oggi a Londra. ”E’ un principio – ha proseguito – che può entrare nel pubblico impiego. L’idea che non esista avere a vita un contratto di lavoro mi sembra nella logica delle cose e del mercato”. Gli italiani quando vanno a Londra si sentono subito uomini di mondo.

  14. Gaetano Buccheri

    Da diversi anni nella P.A. e nella scuola, in particolare, molti dipendenti sono stati collocati coattivamente in pensione per aver raggiunto l’anzianità contributiva di 40 anni. Alcuni giudici hanno dichiarato illegittimi i provvedimenti di risoluzione del rapporto di lavoro. Dopo l’approvazione della legge 183/2011, art. 16, tali licenziamenti o pensionamenti coatti a danno dei dipendenti con la massima contribuzione devono essere preceduti dagli adempimenti previsti da tale norma?

  15. maurizio

    E’ evidente che procedura dell’art.33 delle norme del dlgs 165/2001 è analoga al licenziamento per giustificato motivo oggettivo già esistente nel settore privato. Credo che la questione della non applicabilità dell’art.18 della legge 300/70 sia stata sollevata da un noto ex ministro del precedente governo di rito leghista non ortodosso , che cerca miseramente di trovare argomenti per fomentare l’elettore medio contro l’attuale governo additando presunte disparità tra settore pubblico e privato. Purtroppo l’elettorato di riferimento, poco incline alle letture e all’approfondimento, si sfogherà nei bar e alle osterie contro roma ladrona e i “terun” responsabili dell’ennesima beffa ai loro danni.

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