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  1. Andrea Chiari Rispondi

    Si è scelta la strada del contributivo? Bene, andiamo fino in fondo. Se i soldi che riceverò alla fine del lavoro sono esattamente quelli che avrò versato (e che avrà coversato il mio datore di lavoro in base ad accordi sindacali) perchè mantenere la baracca delle pensioni pubbliche? Coi miei soldi faccio quello che voglio. Punto.

  2. Alessandro Pagliara Rispondi

    Tutte le statistiche si basano su un operatore statistico che ci dice veramente poco: la media.... Non sarebbe interessante valutare invece quanto si potrebbe redistribuire il reddito pensionistico applicando la famosa formula di Platone...il più ricco può prendere massimo 10 volte il più povero? Fonti giornalistiche ci confemano che alcune persone che hanno svolto lavori pubblici prendono pensioni da favola: Dini €. 40.000,00/mese il defunto Scalfaro €. 60.000,00, mi domando quanto sia giusto. Mi sento un liberale ma una società come questa dove persone pubbliche maneggiano milioni (pubblici) come fossero caramelle (e soldi privati) è inaccettabile!....che poi siano loro a dettare ai poveri i sacrifici è proprio assurdo!

  3. Silvestro De Falco Rispondi

    Il sistema contributivo, così come è stato attuato in Italia, è un meccanismo che serve semplicemente a spostare sulle generazioni future tramite rendimenti bassi – l’anno scorso la Gestione Separata si è rivalutata dell’1,79% a fronte di un tasso di inflazione del 2,8% - e requisiti stringenti –perché mai chi versa contributi dovrebbe raggiungere un montante pari a 1,5 volte l’assegno sociale per ricevere le prestazioni? – il costo della generosità passata e per molti aspetti tuttora presente. Il metodo contributivo non è redistributivo e senza redistribuzione i contributi versati all’INPS, con queste premesse, non sono che tasse. Per evitare di vedere in futuro anziani ridotti in uno stato miserrimo non c’è altra strada che lasciare ai singoli la possibilità di risparmiare i propri soldi come meglio credono, magari dopo aver pagato contributi sufficienti a finanziare una pensione pubblica pari all’importo dell’assegno sociale (10% del reddito, massimo). I piani di previdenza del settore privato, per esempio, offrono anche agevolazioni fiscali.

  4. Giorgio Rispondi

    "ll sistema pensionistico pubblico rimane fondamentale nel determinare l'adeguatezza del reddito durante la vecchiaia degli individui", avevate dei dubbi? Quello che volevo scrivere è già stato anticipato da altri commentatori quindi passo alle conclusioni: abbiamo un aumento del numero delle persone anziane e una diminuzione del numero delle persone attive, il tutto in un quadro di produttività stagnante da quindici anni... lasciando perdere le illusioni del sistema contributivo (se la produzione è insufficiente non c'è abbastanza reddito per nessuno, come accade oggi in Grecia, e le pensioni contributive teoriche devono essere ridotte per forza di cose) o accetteremo di convivere nel futuro con una ampia quota di popolazione anziana miserrima o dovremo ricalibrare il sistema pensionistico in modo tale che assicuri a tutti il minimo indispensabile indipendentemente dai contributi versati sia nel senso di dare di più a chi ha versato troppo poco sia nel senso di togliere a chi ha versato molto. Cordiali saluti.

  5. MDT Rispondi

    Un'analisi fondata sulla sola osservazione dei tassi di sostituzione è limitata. Un tasso di sostituzione del 60% con un reddito pari o inferiore a 1.000 euro è adeguato? Inoltre, tali tassi sono ottenuti sulla base di presupposti quanto meno ottimistici: una carriera contributiva senza interruzioni di 35/40 anni non costituisce propriamente il caso tipico italiano. Ancora: non c'è piena compensazione tra i maggiori contributi versati in virtù dell'aumento dell'età pensionabile e l'importo della pensione che si andrà a percepire (con una perdita secca per chi continuerà a lavorare). Infine, anche alla luce delle nuove disposizioni sui licenziamenti economici, cosa impedirà alle imprese di sbarazzarsi dei lavoratori anziani molto prima del limite massimo pensionabile? Se si vuole essere onesti bisogna dire che, accanto ad un sistema contributivo corretto con un sistema flessibile di uscita meno severo (direi anche 60-70 anni), occorrerebbe prevdere altre misure, in vario modo declinabili, in grado di aumentare le, misere, pensioni del futuro.

  6. Luca G. Rispondi

    Credo che la qualifica di adeguatezza relativamente alla *pensione media futura* sia, come minimo, fuorviante. Intanto perché, se anche volessimo trarre conclusioni ottimistiche da questa astrazione, dovremmo individuare un termine di confronto: in rapporto a cosa il 60% è un tasso di sostituzione *adeguato*? Se il parametro è, come dovrebbe, il tenore di vita sostenibile col 100% dell'ultimo reddito, non vedo come la definizione possa calzare. Vorrei inoltre osservare che un'astrazione così generica, pur necessaria, non riflette la varietà e vastità di casi in cui il predetto 60% sarà non la media, bensì il valore massimo (difficilmente) conseguibile del tds. Mi riferisco all'insieme degli autonomi, liberi professionisti, artigiani, più la massa crescente di lavoratori la cui carriera è caratterizzata da una prevalenza di contratti atipici e, quindi, previdenzialmente poco tutelati.

  7. Giuseppe Umberto D. Rispondi

    Ad oggi abbiamo 16 Milioni di pensionati.
    Nel 1965 sono nate in italia 1'035'207 di persone che avranno 85 anni nel 2050.
    Nel 2010 nascono 561'944 che avranno 40 anni nel 2050 nel periodo 2010-2050 si dovrebbe avere l'inversione del rapporto pensionati lavoratori cioè oggi ci sono due lavoratori per un pensionato alla fine del periodo ci sono due pensionati per un lavoratore considerando che mentre un tempo i soldi dei contributi venivano accantonati per essere messi a reddito, con le varie riforme, ad oggi con i contributi che entrano si ripagano le pensioni che escono (+ integrazione dallo stato) ad occhio....non vedo come la sommatoria di milioni di pensionati accumulati nei vari anni di boom demografico possa generare un tasso di sostituzione del 60% dell'ultimo stipendio, sulla carta si possono scrive dei minimi inderogabili, ma quando le entrate no saranno sufficienti che si fara? Sarebbe interessante sviluppare dei conti anche spannometrici…

  8. marco Rispondi

    E' cambiato il modo di percepire l'età e di arrivare alla vecchiaia ma la vita media non si è alzata negli ultimi anni in Italia anzi, fenomeni come l'inquinamento potrebbero causare un peggioramento in tal senso; ho conosciuto tante persone che sono morte giovani per brutti mali e a tutt'oggi sono poche le persone che vivono più di 80-85 anni;Lavorare 40 ore o più a settimana, come uno schiavo, per avere forse 10 anni di riposo alla fine non mi sembra una grande prospettiva; - e' inutile continuare a caricare i costi sociali sui più deboli- Bisogna ridistribuire le ricchezze in modo che le persone abbiano più soldi e più tempo libero e arrivino meno alienate e sofferenti alla pensione-Dopo la seconda guerra mondiale gli occupati erano più di adesso; la crescita e l'aumento di produttività hanno infatti lentamente tolto manodopera dai processi produttivi; e questa tendenza non si fermerà! Non a caso in molte fabbriche tedesche si sono ridotte le ore lavorative per tenere occupati tutti-senò chi acquisterà un domani le merci prodotte! Non certo disoccupati senza soldi! Con questi ritmi mi sembra francamente molto impegnativo e un po' incivile lavorare fino a 70 anni

  9. Piero Rispondi

    L'aver rinviato per decenni la riforma ha scaricato i costi sulle prossime generazioni. Ma come mai i dirigenti ed altri Fondi Speciali (che sono il 10% dei pensionati Inps ma pesano quasi x il 50% del buco Inps) non sono stati toccati dalla riforma? Gli impiegati che pagano i loro capi anche da vecchi !!! È un privilegio inammissibile taciuto da tutti. Magari voi della Voce ed il direttore Tito Boeri che spesso ha il coraggio di alzar il velo su questioni spinose potrebbe aprire la pista.

  10. Silvestro De Falco Rispondi

    La conclusione che “anche in futuro il sistema pensionistico pubblico italiano sembra capace di garantire prestazione adeguate” è errata. La Gestione Separata INPS è il primo piano a contributi definiti in Italia ed è difficile concepire qualcosa di più iniquo. Temo che sarà il modello per il futuro. Un investimento di 100.000 euro a partire dalla fine del 1996 nella Gestione Separata, anno in cui è stata istituita, ad oggi avrebbe reso 81.000 euro di interessi. Lo stesso investimento in BTP a 30 anni avrebbe reso 180.000 euro. Non parliamo poi delle distorsioni fiscali. Silvestro De Falco
    P.S. Una disclosure sugli autori e sulle loro collaborazioni sarebbe stato un atto di correttezza da parte degli stessi e de La Voce.