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  1. Luca Falciasecca Rispondi

    Le raccomandazioni esistono i tutto il mondo, nei paesi anglosassoni esistono addirittura forme ufficiali di sponsorship. Una persona valida e autorevole sponsorizza un talento: d'altra parte è la stessa cosa che fanno gli intermediari ufficiali, ma con il vantaggio dell'autorevolezza, che si basa sulla fiducia. Si tratta quindi di una selezione meritocratica, essendo anche la capacità relazionale un merito, non certo di tipo politico-affaristico. Naturalmente esiste anche quest'ultima, ma è grave soprattutto nel caso del settore pubblico, dove per definizione il rischio non esiste. Nel settore privato se un imprenditore assume un incapace rischia di pagarne le conseguenze mediante la competizione tra aziende. Per questo le raccomandazioni ingiuste, quando ci sono, riguardano lavoratori di basso livello.

  2. Simone Caroli Rispondi

    Questa riforma aiuterà realmente gli Italiani che vogliono lavorare? Qualcuno pensa, giustamente, che i problemi rimangano a monte come scarsa incentivazione all'impresa da un lato e parimenti scarsa disincentivazione alla delocalizzazione dall'altro. Come il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.

  3. Luigi Oliveri Rispondi
    Il bassissimo utilizzo di canali di ricerca trasparenti è in gran parte causato dalle stesse imprese. Esse preferiscono di gran lunga i canali informali delle amicizie e conoscenze, perchè "paga di più". Gli imprenditori in questo modo fanno e ricevono "piaceri", ed alimentano appunto il sistema devastante delle raccomandazioni. I centri per l'impiego e le agenzie per il lavoro sono il canale "ufficiale" e trasparente per l'incontro tra domanda e offerta, nell'ambito del quale le domande di lavoro sono pubbliche e l'intermediario, se agisce correttamente, seleziona rose dei curriculum migliori, tra i quali il datore poi sceglie. Andrebbe incentivato, anzi, reso vincolante un sistema di ricerca di lavoro mediante questi canali (magari in via non esclusiva, ma sicuramente obbligatoria). Il sistema ci sarebbe: prevedendo l'obbligo in capo alle imprese a ricercare il lavoro mediante canali trasparenti e ufficiali, consentendo a tutti di candidarsi. La cosa è possibile: incrociando le comunicazioni obbligatorie delle assunzioni con gli avvisi pubblicati, si può scoprire se un'azienda adempie all'obbligo o meno e in questo secondo caso prevedere disincentivi ad agire in questo modo, per esempio elevando la quantità di assunzioni obbligatorie di disabili o tagliando incentivi, ad esempio, per apprendisti in forza.
  4. AM Rispondi

    Non è certamente un fenomeno peculiare dell'Italia. Da mia esperienza si tratta di una pratica diffusa anche all'estero, variando sensibilmente da paese a paese. La raccomandazione assume rilievo quando vi è carenza di canali informativi affidabili sulle caratteristiche e sul passato delle persone. Ad ogni modo il garante si sostituisce in un certo senso al candidato. Se il garante è persona valida, seria ed affidabile la sua raccomandazione può essere decisiva per assumere il candidato. Se, di contro, il raccomandante è persona inaffidabile, la raccomandazione diventa preclusiva all'assunzione. A meno che vi sia un "do ut des" cioè uno scambio di favori come spesso avviene con i politici.

  5. Cristina Rispondi

    Sono una lavoratrice flessibile o precaria che opera nelle risorse umane dal 2008. Mi sono occupata anche di selezione del personale per agenzie private. Mi trovo pienamente d'accordo con l'articolo "Creano danni le raccomandazioni" poichè vissuto sulla mia pelle. Quest'anno non mi viene rinnovato il contratto presso un'agenzia privata (vicina alla politica) e poi mi giunge voce che doveva entrare un raccomandato. Sono stata in quell'azienda sei mesi e i raccomandati erano la regola e non l'eccezione. Ovviamente l'azienda andava male. Se un'azienda va male i motivi sono tanti ma spesso i raccomandati lavorano con meno impegno perchè si sentono al sicuro, sono meno motivati e hanno un atteggiamento opportunista e non a favore/produttivo per l'azienda. Siccome i raccomandati in Italia (qualcuno magari anche meritevole) sono tanti quello che urge è un'esame di coscienza. Un raccomandato si deve chiedere: questo lavoro mi piace o mi fa comodo solo lo stipendio? Sto creando e sto dando il massimo per l'azienda e la società?Questa crisi è una crisi anche di mentalità errata. L'era dei furbi sta finendo. La trasparenza, onestà e merito ormai sono d'obbligo.

  6. marco Rispondi

    Penso sia inutile affrontare il dibattito in quanto le dinamiche e le conseguenze documentate e descritte nell'articolo sono talmente evidenti da non poter non trovare d'accordo la maggioranza degli italiani...La domanda da porsi penso sia un altra; come mai negli ultimi decenni la politica e il sistema non ha fatto niente per cambiare lo stato delle cose? Il sistema attuale è in grado di autorigenerarsi in modo da diventare superiore a questo tipo di logica della raccomandazione o si alimenta sopratutto di questa? Martone sottosegretario non è proprio un esempio lampante di come si muova la politica oggi? Per non parlare del Trota il figlio dell'onorevole Bossi che dopo un diploma preso non si sa come percepisce uno stipendio sognato dalla maggior parte dei suoi coetanei sopratutto quelli più titolati! Io penso ci vogliano nuove regole che permettano di reclutare un classe politica che sia effettivamente capace di creare, dalle ceneri dell'oggi, un sistema socio-economico capace di premiare i bravi e di castigare i disonesti...

  7. HK Rispondi

    Molto spesso le raccomandazioni vengono considerate, non a torto, una pratica deprecabile, un cattivo comportamento. Ma è sempre così? Ci sono raccomandazioni virtuose? Se devo dirvi della mia esperienza nel privato, quello che ho capito è questo. Se la raccomandazione proviene da un talento anche la persona raccomandata è un talento. In tutti gli altri casi il raccomandato è peggiore del raccomandante. I talenti infatti hanno bisogno di confrontarsi con altri talenti. Oggi se possibile assumiamo per raccomandazione (di un talento). Un saluto agli amici de lavoce.

  8. SAVINO Rispondi

    Questa è la vera piaga dei nostri giorni in tema di lavoro ed è su questo che bisognerebbe discutere. Come mai tanti poveri ragazzi da una vita inviano rilevanti curricula e vengono scartati, mentre gente che non ha titoli e che non sa fare niente trova lavoro in un attimo? Chi seleziona i selezionatori di risorse umane e quali criteri vengono utilizzati in questo ambito? Io dico solo che, nella nostra società, a furia di mangiare pane e raccomandazioni, il pane è finito e rimane solo la vergogna di aver lanciato nel mercato del lavoro i peggiori lasciando i migliori in mezzo alla strada.

  9. roberta d'arcangelo Rispondi

    Molto interessante mettere in relazione canali di selezione e crescita economica. Secondo il Sistema Informativo Excelsior ben il 61% delle imprese italiane ricorre ai canali informali per selezionare il personale in entrata, quota cresciuta di 10 punti tra 2007 e 2010 (http://excelsior.unioncamere.net/). Si arriva al 66% tra le piccolissime imprese e al 69% nel Mezzogiorno. Insomma, proprio quando all’Italia serviva la crescita, il settore privato si è chiuso a riccio, invocando la crisi e accantonando meriti e trasparenza. E’ venuto meno al servizio, necessario al Paese e soprattutto ai suoi contesti più fragili, di sostegno all’occupazione talentuosa e meritoria, magari govanile e femminile, priva di spintarelle e conoscenze. Non va meglio nel settore pubblico: la PA continua a far concorsi (e a spender milioni di euro) per poi non assumere e lasciare centinaia di giovani nel limbo dell’attesa (http://comitatoxxviiottobre.jimdo.com/), tradendo la Costituzione ma non l’esercito di consulenti e incarichi ad hoc, distribuiti in modo molto poco trasparente. Per fortuna i giovani bravi non sono bamboccioni e trovano la loro via; ma il Paese qualcosa ci perde.

  10. roberta d'arcangelo Rispondi

    Molto interessante mettere in relazione canali di selezione e crescita economica. Secondo il Sistema Informativo Excelsior ben il 61% delle imprese italiane ricorre ai canali informali per selezionare il personale in entrata, quota cresciuta di 10 punti tra 2007 e 2010 (http://excelsior.unioncamere.net/). Si arriva al 66% tra le piccolissime imprese e al 69% nel Mezzogiorno. Insomma, proprio quando all’Italia serviva la crescita, il settore privato si è chiuso a riccio, invocando la crisi e accantonando meriti e trasparenza. E’ venuto meno al servizio, necessario al Paese e soprattutto ai suoi contesti più fragili, di sostegno all’occupazione talentuosa e meritoria, magari govanile e femminile, priva di spintarelle e conoscenze. Non va meglio nel settore pubblico: la PA continua a far concorsi (e a spender milioni di euro) per poi non assumere e lasciare centinaia di giovani nel limbo dell’attesa (http://comitatoxxviiottobre.jimdo.com/), tradendo la Costituzione ma non l’esercito di consulenti e incarichi ad hoc, distribuiti in modo molto poco trasparente. Per fortuna i giovani bravi non sono bamboccioni e trovano la loro via; ma il Paese qualcosa ci perde.