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QUANDO LA FORMAZIONE PROFESSIONALE FUNZIONA

Le probabilità di trovare un lavoro per disoccupati e soggetti in cerca di prima occupazione aumentano notevolmente dopo la frequenza di un corso professionale. Lo mostra uno studio valutativo condotto in Toscana. Non tutti gli interventi hanno però la stessa efficacia. E dunque se è improrogabile un ripensamento dei criteri di accreditamento delle agenzie formative, in modo da premiare qualità e specializzazione, va anche incoraggiata la fruizione di percorsi formativi che corrispondano il più possibile all’effettivo fabbisogno degli individui.

Una buona notizia, fra le tante negative di questi ultimi tempi: la formazione professionale aiuta chi cerca lavoro. Non sempre, è vero. Dipende dalla tipologia di corso e dalle caratteristiche dell’utenza. Inoltre, è più probabile che l’impiego trovato sia di tipo temporaneo piuttosto che stabile. Esiste comunque una quota non trascurabile di soggetti per i quali la formazione ricevuta da un corso professionale ha favorito l’occupazione. Senza che questo abbia ostacolato la ricerca attiva di un impiego durante la frequenza del corso.

I DATI, LE DOMANDE E LA METODOLOGIA DI VALUTAZIONE

I risultati emergono da uno studio valutativo svolto dall’Irpet su 760 utenti che hanno seguito fra luglio 2007 e giugno 2008 un corso di formazione professionale sulla base della cosiddetta misura A2. (1) Si tratta di disoccupati o soggetti in cerca di prima occupazione, che sono stati messi a confronto con un gruppo di controllo (1.573 osservazioni) estratto dagli iscritti ai Centri per l’impiego. (2) I due campioni, trattati e controlli, sono stati intervistati con tecnica Cati nell’aprile 2011, sottoponendo loro un questionario strutturato finalizzato a conoscere il profilo dei soggetti, il loro percorso di carriera e la loro attuale condizione occupazionale.
Le informazioni raccolte sono state utilizzate per rispondere a domande valutative quali: i) la formazione professionale garantisce a chi ne usufruisce una più elevata probabilità di trovare un lavoro rispetto a non usufruirne?; ii) l’eventuale effetto è eterogeneo rispetto ad alcuni sottogruppi di beneficiari?; iii) L’intervento ha “intrappolato” i partecipanti al corso (lock-in), ostacolando la ricerca attiva di un lavoro? E infine iv) quali tipi di corsi funzionano meglio?

Per garantire il rigore nella comparazione, ossia per ricostruire la situazione controfattuale che si sarebbe verificata in assenza di intervento, si è fatto ricorso a tecniche di matching, anche in combinazione con modelli di durata. (3)

L’IMPATTO OCCUPAZIONALE

Ai disoccupati, la formazione professionale garantisce, a distanza di un arco di tempo che oscilla fra i 22 e i 36 mesi dall’inizio del corso, 10 punti di probabilità in più di trovare un lavoro (sia esso stabile o no) rispetto ai disoccupati che non hanno usufruito del percorso formativo.
Per coloro che sono in cerca di prima occupazione, la frequenza del corso – nel medesimo arco temporale – innalza la probabilità di avere un impiego stabile di 12 punti, che diventano 20 con riferimento a qualsiasi tipologia lavorativa.
Quello illustrato è comunque un effetto medio, che cambia significativamente a seconda delle caratteristiche dei beneficiari. Infatti, gli interventi formativi producono per la categoria dei soggetti in cerca di primo impiego effetti non soltanto più elevati, ma anche più distribuiti tra le diverse tipologie di utenza: le donne e i diplomati sono i più favoriti, mentre l’occupabilità dei soggetti di sesso maschile o con basso livello di istruzione tende sì a innalzarsi in modo assai rilevante, ma senza che cresca di pari passo la possibilità di evitare l’avvio di un percorso professionale discontinuo e frammentato. Invece, tra i disoccupati gli interventi di formazione professionale tendono a favorire soltanto soggetti di sesso maschile e con livello di istruzione basso, i quali però non escono da una condizione professionale precaria. In entrambi i casi, gli effetti maggiori si notano in corrispondenza delle fasce di età più fragili, come i disoccupati anziani, i teenager e coloro che si avvicinano tardivamente al mercato del lavoro.

QUALI TIPI DI CORSO FUNZIONANO MEGLIO?

Ai fini del disegno di interventi futuri, si dovrebbe altresì considerare che alcuni corsi di formazione sono molto più efficaci di altri nel promuovere l’inserimento o il reinserimento lavorativo degli individui che vi partecipano. Seguendo la prassi che la letteratura metodologica suggerisce per la valutazione di trattamenti multipli, abbiamo comparato l’efficacia di diversi tipi di corso, individuati sulla base della loro durata, del fatto di essere più o meno intensivi e, infine, sulla base dei loro obiettivi e contenuti formativi.
I risultati suggeriscono che il reinserimento lavorativo dei disoccupati debba essere perseguito, forse in modo esclusivo, attraverso corsi di breve durata, meglio se intensivi. La partecipazione dei disoccupati a corsi lunghi andrebbe invece scoraggiata. Viceversa, i soggetti in cerca di primo impiego dovrebbero essere indirizzati verso corsi intensivi di lunga durata, perché più idonei a garantire a chi è privo di un profilo professionale l’accumulazione di competenze necessaria all’inserimento lavorativo.
Inoltre, sia per i disoccupati che per i soggetti in cerca di un primo impiego, dovrebbe essere incoraggiata la partecipazione a corsi dai contenuti fortemente professionalizzanti (come quelli orientati a formare professionalità nell’industria, nel commercio, nel turismo e nei servizi alla persona) mentre andrebbe disincentivata quella a corsi generalistici di orientamento e di acquisizione di competenze di base.

NE VALE LA PENA?

La formazione professionale rappresenta una delle maggiori voci di spesa delle Regioni nel campo delle politiche attive del lavoro. Nel 2007-08 la Regione Toscana ha speso circa 1.040 euro per ogni individuo che ha frequentato un corso di formazione professionale. Tenendo conto che si sono formati anche soggetti che oggi sarebbero comunque occupati (il cosiddetto peso morto), il costo effettivo è però più alto: circa 5.300 euro, in media, per un occupato aggiuntivo tra i soggetti in cerca di primo impiego e circa 10.100 euro per un analogo risultato tra i disoccupati. (4) Naturalmente, il costo si abbassa, anche sensibilmente, se l’utente ha fruito di un corso professionalizzante: il costo di un lavoro (precario) aggiuntivo per i disoccupati oscilla tra i 4.200 e i 6.900 euro (a seconda del tipo di corso); mentre per i soggetti in cerca di primo impiego può scendere, per la tipologia di corso professionalizzante più efficace, fino a 3.300 (lavoro qualsiasi) o a 4.400 euro (lavoro stabile).

Benché non sia possibile confrontare seriamente i costi e i risultati della formazione con quelli di forme alternative di politiche attive per il lavoro, ci pare di poter affermare che è auspicabile una maggiore selettività sui tipi di formazione da promuovere e finanziare da parte dei policy maker: laddove efficace, la formazione può generare nuovi posti di lavoro a costi (effettivi) non eccessivi. Pare dunque improrogabile un ripensamento dei criteri di accreditamento delle agenzie formative, in modo da ridurne il numero, oggi forse eccessivo, e da premiare qualità e specializzazione.
Ma bisogna anche agire sugli obiettivi degli interventi. A partire dalla fase di disegno fino a quella di orientamento di chi è in cerca di un lavoro, si dovrebbe fortemente incoraggiare la fruizione di percorsi formativi che corrispondano il più possibile all’effettivo fabbisogno degli individui, e che siano relativamente più promettenti in termini occupazionali.   

 

(1) Nell’ambito del Programma operativo regionale Obiettivo 3, la misura A2 rappresenta uno degli assi di intervento per il perseguimento degli obiettivi della Strategia europea per l’occupazione definita dal Consiglio di Lisbona del 2000 e nei successivi Consigli europei. In particolare la misura intende promuovere le politiche attive per combattere e prevenire la disoccupazione, specie di lunga durata, e agevolare il reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro.

(2) E quindi anch’essi disoccupati o in cerca di occupazione. Tuttavia i disoccupati amministrativi comprendono anche persone che possono essere occupate, purché con un lavoro a termine di breve durata (con contratti fino a otto mesi per chi ha più di 25 anni o di quattro mesi per i giovani fino a 25 anni e 29 anni se laureati) e un reddito annuale non superiore al reddito minimo escluso da imposizione. Tali fattispecie sono state quindi escluse dal nostro campione di controlli.

(3) Per una discussione delle scelte metodologiche operate si rinvia al working paper, scaricabile su http://www.irpet.it/index.php?page=pubblicazione&pubblicazione_id=349

(4) Tale costo è ottenuto dividendo il costo  medio per formato per la quota di formati che si sono occupati grazie al corso. Questa ultima grandezza coincide con l’effetto medio sui trattati (average treatment effect on treated).

 

 

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

  1. Alfredo Lanzellotti

    Bell’articolo, ma quale di questi corsi da maggior accesso all’impiego? Tralasciando la durata quale tipologia fornisce maggiori probabilità di impiego?

  2. marco

    Penso che le aziende debbano scegliere i propri dipendenti valutando le attitudini al mestiere- Le conoscenze, l’esperienza, la formazione dovrebbero essere a spese delle aziende e non del pubblico. Sono le aziende che dovrebbero investire in formazione in modo specifico e mirato in base alle loro esigenze- Lo Stato penso dovrebbe intervenire al massimo detassando e incentivando tali capitoli di spesa premiando così le aziende virtuose; in questo modo si potrebbe risparmiare e non non accollandosi costi organizzativi extra

  3. bob

    I corsi di formazione in Italia hanno causato lo stesso spreco della cassa del mezzogiorno. Inutili! Sistemi creati solo per mungere soldi allo stato ( la regione Lombardia ne ha fatto una economia provate a chiederlo a CDO etc) :Ma perchè un ragazzo a Londra in un mese cambia lavoro 5 volte? Qui in 1 mese riesci a malapena a fare i documenti?

  4. Maria Cristina Migliore

    Articolo interessante che mi ha condotta a leggere l’intero rapporto di ricerca mediante il link segnalato dagli autori. Dal rapporto di ricerca si evince che gli utenti della Formazione Professionale (FP) sono individui caratterizzati da livelli motivazionali più elevati. Il gruppo di controllo è invece contraddistinto più spesso da livelli motivazionali meno elevati. Ho letto che si è tenuto conto di ciò nel propensity score per fare l’abbinamento tra trattati e non trattati. Si tratta di una parte molto tecnica del lavoro di ricerca svolto e non sempre sono chiare le implicazioni delle scelte fatte. Mi rimane quindi l’interrogativo di capire il ruolo che viene dato alla motivazione all’apprendimento nel generare successi anche rispetto al lavoro. L’impressione è che il maggior successo dei “trattati” negli esiti occupazionali sia appunto dovuto a questi elevati livelli motivazionali, e non alla FP. Se fosse così, gli interventi delle politiche dovrebbero essere tesi a creare motivazione, piuttosto che tesi meramente a mettere a catalogo determinati corsi di FP piuttosto che altri. Qui si aprirebbe il discorso di come concettualizzare la motivazione.

  5. Franco Bortolotti

    Bene, però non si può ridurre tutto a costo di trovare un lavoro. Obiettivo della formazione non è solo quello di “trovare un lavoro”, ma anche quello di “lavorare bene”. Certo, ci sarà un legame fra le due cose, ma una buona formazione dovrebbe poter avere come risultato anche un milgioramento qualitativo, magari molto differito nel tempo, magari in ruoli diversi da quelli in cui si è trovato lavoro una prima volta. Ci sono molti aspetti (perfino di benessere soggettivo) non tutti riducibili ad una unità di misura unica.

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