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  1. Andrea Raimondi Rispondi

    Molto interessante l'idea. Se posso, i problemi che lei mette in luce non sono propri degli Opendata in quanto tali. Certo se ci riferiamo ai dati grezzi vale quello che lei dice. Ma il livello dei dati grezzi è il minimo passo in avanti che si possa fare. Le debolezza che mette in luce, tutte corrette, scompaiono quando i formati vengono implementati bene. Già gli stessi XML, se realizzati ad arte, forniscono ricche informazioni sui dataset. I LOD consentono un aggiornamento costante dei dati e un'integrazione strutturali tra differenti risorse. Le ontologie consentono di recuperare facilmente i vocabolari di metadati per le PA. Da qualche giorno è infatti possibile contribuire allo sviluppo dell'ADMS europe, una repository il cui obbiettivo è quello di uniformare lo standard metadati tra i paesi membri, Italia compresa. Nonostante ciò credo che le due idee possano correre parallele. Ma vorrei mettere in luce un punto critico. Credo che si possa correre il rischio di sparpagliare le risorse di sviluppo in un momento in cui è Necessario che siano canalizzate.

  2. Marco Combetto Rispondi

    Interessante anche se discutibile. Il tassello mancate, proprio per la mancanza di una semantica standard, non mi sembra che sia la creazione di open services, ma dovrebbe essere la messa a dispozione di alcuni servizi standard infrastrutturali, in particolare almeno due: un ontologia interrogabile standard ed un servizio di linking dei dati standard. Tutte due cose molto complesse da standardizzare (non tecnicamente). Ecco se l'agenda digitale riuscisse a dare questi due servizi, finalmente si potrebbe costiture un unica rete di dati aperti e interconnessi, sulla quale costruire servizi. Nell'attesa, get row data (cc-zero) now! ;-) e chi ha idee costrusca servizi open/closed sopra (e.g. Apps4Italy, OpenParlamento, OpenBilancio, etc.) i dati messi a disposizione alla belleemeglio ;-)

  3. Carlo Vaccari Rispondi

    Io non denigrerei i "dati aperti": resta a mio parere tutto il valore di quelli che Tim Berners-Lee chiedeva (gridando) "Raw Data NOW". Ma anche se quelli che Fuggetta chiama "limiti" degli OD mi sembrano piuttosto limiti degli OD fatti male, sono d'accordo sul fatto che "servizi aperti" potrebbero consentire un passo avanti, garantendo dati aggiornati e utilizzabili dall'interno di altri servizi. Purtroppo però in Italia abbiamo visto che molto pochi "servizi" o "applicazioni" sono stati sviluppati sui dataset - ormai abbastanza numerosi- resi disponibili in formato aperto. Sarebbe il caso che dalle aziende (e dalle università!) si diffondessero idee e pratiche di sviluppo di questi "servizi aperti"!

  4. Pietro Blu Giandonato Rispondi

    Giusto alcune puntualizzazioni per amor di chiarezza.

    1. I formati aperti dei quali stiamo parlando sono degli standard de facto, aperti, e in quanto tali interoperabili tra loro.

    2. Riguardo la semantica, un dato è in genere una misura di qualcosa, ma può anche assumerne altri se viene elaborato (da mente umana prima ancora che da una macchina). Ad esempio la concentrazione di PM10 rilevata da una stazione di monitoraggio della qualità dell'aria, è un numero in un file CSV, ma può diventare un superamento di soglia se viene "interpretato" da qualcuno. Lei afferma "...come il dato è stato raccolto, quale precisione ha, se è georeferenziato o meno (ho fatto solo alcuni banali esempi) il dato grezzo mi dice poco o niente". Stiamo parlando di "metadati", che io do per scontato debbano sempre accompagnare i dati realmente aperti. Nessuna confusione dunque.

    3. Lei nell'articolo afferma "normalmente gli open data sono fotografie in un certo momento della base informativa di una amministrazione (snapshot)" io ho solo fatto notare che un dato (non solo open, attenzione) può essere sia statico che dinamico, nessun aut aut quindi.

    4. Non mi pare di aver affermato l'inutilità di qualcosa.

  5. Pietro Monti Rispondi

    Non voglio confutare i “limiti” perché non credo nella “competizione”. Gli O.D. rappresentano un’opportunità di sviluppo di servizi esterni alla PA. Il paradigma prevede che siano “altri” a gestire servizi, perciò essere “unidirezonali” e “grezzi” è un vantaggio,rientra nel paradigma degli O.D. e non li chiamerei “limiti”. Certo, possiamo non credere nella capacità di innescare un volano virtuoso,ma è così. Gli O.S. rientrano invece nell’ambito dei servizi “consistenti” (…) offerti dalla PA”.Il primo pensiero però,anche per affinità tecnica,non è tanto ai mashup quanto ai services della Coop App sui quali le PA hanno investito molto e prodotto poco. Perchè? Perché la complessità di un “service” in C.A. risponde a standard molto complessi,richiede porte di dominio certificate e resta(nonostante il nuovo CAD)ancora una cosa per pochi. Però cogliendo lo spirito di Fuggetta la strada è “anche” questa: servizi di backend, semplificati, standardizzati, aperti, dinamici da invocare e inglobare nei propri front end. Ma non in competizione con gli O.D. Ciò che davvero serve è standardizzare le architet applicative per orchestrare con coerenza e in economia la relazione digitale con l’utente

  6. Michele C. Rispondi

    Nel paragrafo "Limiti..." si parla tra parentesi del formato di documento "Cvs", mentre ovviamente si tratta del formato "Csv".

  7. massimo micucci Rispondi

    Non sono un tecnico , ma la mia domanda è : una vasta scelta di open data dovrebbe servira anche a realizzare servizi a valore aggiunto anche dai privati. La logica di open service è che con i dati aperti si realizzino servizi dovuti o migliorati dal settore pubblico , o che siano erogati in modalità open? La mia preoccupazione è che adesso le varie società inhouse, in regime non concorrenziale si "inventino" servizi aggiuntivi da far pagare fuori mercato ai contribuenti. Sbaglio ?

    • La redazione Rispondi

      Un open service deve essere offerto dal proprietario del dato/processo (la PA) secondo regole "open" (per esempio, l'equivalente di licenze CC). Un dato open così come un (web) service open può essere utilizzato da chiunque rispetti le regole di uso del dato o servizio, sia esso un altro ente pubblico o un privato. In questo senso, non vedo grosse differenze concettuali tra dato open e servizio open. Per cercare di spiegare meglio il concetto di web service, aggiungo che tecnicamente, un web service (open o no) non è una funzionalità direttamente utilizzabile da un utente finale, ma un "comando" (i tecnici perdonino questa mia banalizzazione) richiamabile da un sito web o da una applicazione. Sono queste ultime ad interagire con l'utente vero e proprio.

  8. Federico Corno Rispondi

    La sperimentazione relativa a Expo2015 ha particolarmente catturato la mia attenzione. Non ne ero a conoscenza: è possibile avere qualche ulteriore informazione in merito? Il tema delle 'smart cities' (di cui gli open services possono essere una componente chiave) inizia a subire una particolare inflazione di attenzione. Expo2015 potrebbe essere un'ottima occasione per testare sul campo alcune declinazioni del tema smart cities e open services.

    • La redazione Rispondi

      La sperimentazione è in corso di sviluppo. Credo che i primi risultati saranno resi pubblici nel giro di qualche mese. Con risultati intendo le prime applicazioni offerte al pubblico che sfruttano i concetti di cui parlavo.

  9. Pietro Blu Giandonato Rispondi

    Prima di tutto un paio di obiezioni a quelli che lei definisce limiti degli open data:
    1. Mancanza di standard - Gli standard esistono eccome e sono stati definiti dall'autorevole W3C [1]. Tra i criteri di classificazione merita 3 stelle il dato che è distribuito secondo formati non proprietari (tra i quali il CSV da lei citato).
    2. Mancanza sostanziale di significato - Ciò che per lei è un limite, ovvero il dato "grezzo", è in realtà una necessità, perché quanto più è grezzo e non manipolato il dato, tanto più possiede valore per essere rielaborato.
    3. Staticità - Un dato è per forza di cose una "fotografia" di un contesto, di una situazione, in un determinato momento temporale, e ciò non costituisce un limite, tutt'altro. Se il dato viene aggiornato periodicamente e ha un "timestamp" chiaro, nel tempo andrà a costituire una base di conoscenze di enorme valore.
    4. Unidirezionalità - E' un falso problema, perché una PA responsabile della detenzione e dell'aggiornamento di un dato deve per forza di cose essere l'unica titolata alla sua gestione. Ciò non toglie che la PA stessa possa fare accordi con terzi per la sua manutezione e aggiornamento. [1] http://bit.ly/yocu0D

    • La redazione Rispondi

      Innanzi tutto, a proposito del titolo del suo commento, non mi pare che nell'articolo si dica che i due approcci siano alternativi. Anzi, scrivo che in alcuni (tanti o pochi che siano) gli open data possono essere sufficienti.
      1. Il fatto che ci sia una classificazione dei formati non vuol dire che ci sia standardizzazione. Anche perché l'aspetto critico non è la sintassi secondo la quale il dato viene distribuito ma la sua semantica, cioè il suo significato.
      2. Credo si faccia confusione tra elaborazione del dato e possibilità di interpretarne il significato. Certo che ci sono casi in cui è utile distribuire il dato "grezzo". Ma chi vi accede deve sapere come leggerlo. Se per esempio distribuisco dati sulla concentrazione di polveri sottili e non dico come il dato è stato raccolto, quale precisione ha, se è georeferenziato o meno (ho fatto solo alcuni banali esempi) il dato grezzo mi dice poco o niente. Non è possibile in questa sede raffinare la discussione. Ma credo non si debba confondere la disponibilità del dato non elaborato con il fatto che si debba poterlo leggere e comprendere.
      3. Ci sono applicazioni per i quali mi serve sapere il dato in "tempo reale" e non lo storico. Per esempio, se volessi costruire un sistema di infomobilità, i dati di traffico mi servono aggiornati al minuto o anche meno. Richiedere di pubblicare open data con questa frequenza, ancorché possibile, è tecnicamente inutile e inefficiente.
      4. Non capisco da cosa derivi questo giudizio assoluto di inutilità. Per esempio, potrebbero esserci sistemi di feedback o di acquisizione di informazioni da parte degli utenti che aiutano a leggere o arricchire i dati in possesso della PA. Comunque, è una possibilità ulteriore che non credo possa e debba essere esclusa semplicemente perché ci si vuole limitare ad usare open data.

  10. marco Rispondi

    Penso che un paese come l'Italia debba investire massicciamente in questi settori che possono veramnete creare ricchezza e crescita e limitare le spese della inefficiente pubblica amministrazione italiana-peccato che in tv si continui a parlare solo di prodotti obsoleti e in difficoltà come le macchine con motore a scoppio! La banda larga è il presupposto necessario- la crescita della tecnologia genererà però automazione e conseguente diminuzione di occupazione in molti settori; bisognerà incominciare a ridistribuire in modo diverso la ricchezza senò ci ritroveremo con pochi ricchi, i programmatori delle macchine, e tanti poveri

  11. riccardo caramanna Rispondi

    Semplicemente per comprendere a fondo questo articolo ci sarebbe bisogno di alcuni esempi concreti realizzati: quelle che con una brutta retorica vegono chiamate buone pratiche .

    • La redazione Rispondi

      Non è facile nello spazio di un articolo di 3000-4000 battute illustrare un concetto e anche la sua esemplificazione pratica. Ovviamente, ha ragione nel dire che servono esempi. Ci sono progetti che si occupano di questi temi, come scrivevo nell'articolo. Non è facile raccontarli in questa sede.

  12. Alessandro La Spada Rispondi

    Al fine di "promuovere trasparenza, diffusione delle informazione e partecipazione attiva alla vita sociale", perché non cominciamo a chiamare queste cose in italiano? Open data, open service, web service, smart city, smart communities, sono tutti termini che non hanno alcun significato nella nostra lingua e per definizione rendono più difficile la comprensione a un popolo già non particolarmente scolarizzato. Ottima in tal senso la decisione di chiamare la PEC "posta elettronica certificata", tralasciando termini inglesoidi che fanno comparire solo un grosso punto di domanda sulla testa del cittadino o imprenditore a cui cerchi di spiegarli. Come si parla di "agenda digitale" diamoci anche la regola di parlare di "formati aperti", "funzioni aperte", "città intelligenti" eccetera. La chiarezza nel linguaggio è la prima condizione per discutere di qualcosa e coinvolgere un pubblico di massa.