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  1. Cambria Rispondi

    Mi ha colpito la sua affermazione "tutelare il lavoratore "a prescindere", come di fatto avviene, blocca l'impresa nei suoi progetti di sviluppo, che devono essere basati sull'efficienza dell'intero sistema". Come Lei ben sa l'efficienza dell'intero sistema dipende solo in minima parte dalla "tutela a prescindere", perchè marginale, generalmente, è la casistica che riguarda tale tipo di "protezione" nell'ambito della popolazione lavorativa (almeno per qule che concerne il settore privato, non ho conoscenze dirette di quello pubblico). Sarebbe quindi auspicabile che le energie di tutti, imprenditori, sindacati, politici ed anche cittadini, fossero rivolte alle VERE cause dell'inefficienza del sistema produttivo: mancanza di infrastrutture degne di un paese civile, e fra queste metterei il sistema di trasporti, metropolitani e non, che penalizzano fortemente la mobilità giornaliera casa-lavoro, mancanza di strutture assistenziali famigliari, aggravi di costi dovuti a gestioni clientelari, insufficienza di crediti alle imprese e così via.. In questi fattori è il vero svantaggio competitivo delle nostre imprese, non nell'art.18!

  2. Giulio Rispondi

    Premessa: L’obiettivo della riforma del lavoro, e soprattutto dell’articolo 18, è quella di rendere il mercato del lavoro più flessibile (in uscita..), quindi di permettere agli imprenditori di ridurre il costo del lavoro in momenti difficili. Tale possibilità renderebbe l’Italia più appetibile per gli investitori/imprenditori stranieri che non vogliano “incatenarsi” al mercato italiano. Proposta: se il costo del lavoro deve diminuire nei momenti di crisi e se bisogna tutelare il lavoro e le loro famiglie, le aziende dovrebbero poter diminuire i salari (con adeguati sistemi di controllo/garanzia). E’ meglio sacrificare una parte che tutto lo stipendio. Oltre una determinata perdita di bilancio (x% del capitale sociale) certificata da una società di revisione, l’imprenditore dovrebbe poter diminuire lo stipendio dei propri dipendenti (con meccanismi di garanzia che evitino discriminazioni) Questo sistema di stipendio variabile, permetterebbe poi di favorire/incentivare anche la flessibilità in uscita ma dal lato dell’offerta di lavoro, ovvero del dipendente stesso che vedendosi ridurre lo stipendio sarebbe incentivato a trovarsi un altro lavoro ai livelli di reddito precedent

  3. Giovanni Rispondi

    Più flessibilità in uscita, in modo che le imprese possano liberarsi più facilmente dei lavoratori anziani, meno produttivi specie in mansioni operaie. Impossibilità di riscuotere la pensione prima dei 66/67 anni. Bella accoppiata, complimenti alla Fornero! Accidenti, ho usato l'articolo, mi spiace di dare un dispiacere al ministro cui questa cosa sta tanto a cuore.

  4. michele Rispondi

    si spieghi dalle colonne di questo sito la differenza fra licenziamento individuale e collettivo, il fatto che articolo 18 non significa inamovibilità o impossibilità di licenziare per motivi economici. per queste cose già esiste il licenziamento collettivo (almeno persone in 4 mesi). Ciò che non sta bene alle imprese è che fortemente procedimentalizzato, in modo che non possono scegliere le persone da licenziare. l'imprenditore vuole deiventare un padrone che è libero di decidere chi assumere, lasciare a casa, trasferire di sede, senza una controparte nel sindacato o nella magistratura del lavoro. una gestione autoreferenziale di una elite di imprenditori e dirigenti, antidemocratica, senza contrappesi di nessun tipo, in controtendenza al modello duale che vince all'estero, che è inconcepibile se le imprese vogliono internazionalizzarsi

  5. Francesco Rispondi

    Stando a quello che sento auspicare in privato dalle persone legate al mondo dell'imprenditoria, che non sono precisamente dei pezzi di pane, in genere,ebbene, se fossero loro a decidere tutto, e già decidono moltissime cose e il destino di un sacco di gente, oggi staremmo tutti recitando la versione italica di "La capanna dello zio Tom", "Radici", "Via col vento" e così via, tutti nel Sud degli Stati Uniti prima di Lincoln.

  6. Domenico Rispondi

    Colgo l'occasione della discussione sull'articolo 18 per portare l'attenzione sulle immediate ripercussioni che potrebbe avere una eventuale sua abrogazione. Da quanto letto, è evidente che intraprendere un percorso virtuoso di rigenerazione del sistema economico italiano non passa attraverso l'abolizione di diritti, che per quanto abbiano un costo, costituiscono il caposaldo su cui si fonda il rapporto sociale. Paradossalmente, anche i sistemi democratici hanno dei costi, ma a nessuno verrebbe in mente di abolire le regole democratiche perchè troppo onerose alla collettività. Detto ciò, ho il fondato sospetto che la priorità di un'eliminazione dell'articolo 18 sia una pressante esigenza di una certa classe politico-imprenditoriale del Paese, in quanto tradizionalmente fondata sul meccanismo clientelare. Tale meccanismo garantisce serbatoi elettorali che sono facilmente controllabili e gestibili in epoca elettorale e che fondano il presupposto sulla completa soggezione del lavoratore che non dispone di altra risorse se non il proprio lavoro (quindi ricattabile). Gli esiti elettorali saranno molto più controllabili e permarranno nelle varie istituzioni rappresentanti indegni.Il rapporto perverso ed insano tra politica ed imprenditoria, così, permarrà immutato e potrà continuare a svilupparsi con gli appalti che serviranno a compensare i servigi ricevuti in periodo elettorale e, quindi, a dispiegare le nefaste conseguenze sul Paese con opere interminabili, dispendiose, improduttive e molto spesso fonti di guadagno indebito, oltre che di ulteriore accrescimento del debito del Paese. Ancora oggi, una percentuale notevole tra gli italiani risulta ricattabile in periodo elettorale (centro-sud Italia) e il sistema, tuttora, non permette di scegliere i propri rappresentanti. Se da una parte, dunque, sono forti le pressioni (in particolare nel contesto europeo) per una riforma del sistema elettorale che renda la rappresentanza effettivamente democratica, dall'altra si sta tentando di immunizzare i possibili effetti dirompenti, che avrebbe una reale scelta democratica, privando le fascie più deboli della popolazione di quei diritti che tutelano anche l'indipendenza nella scelta elettorale. Percui saranno obbligati, pena la perdita del lavoro, ad eleggere i medesimi personaggi che ci stanno oggi rappresentando. Infine, nulla di nuovo all'orizzonte.

  7. PDC Rispondi

    Licenziabilità dei dipendenti da parte dei loro dirigenti, licenziabilità dei dirigenti, previo voto a maggioranza qualificata dei dipendenti. Si creerebbe una ENORME efficienza che tutto il mondo potrebbe invidiarci.

  8. Giovanni Rispondi

    Questo art.18, per quanto ne so, ha due effetti principali: che, in caso di ricorsi, sia un giudice del lavoro a stabilire se il licenziamento sia legittimo; in secondo luogo, serve a stabilire l'entità di eventuali indennità o il reintegro (che può anche essere giusto). Occorrerebbe che tutti (sindacati governo imprese) la smettessero di parlare di simboli e iniziassero con i contenuti Togliamo l'art 18? Bene, però in cambio l'imprenditore paga il sussidio di disoccupazione e la maternità (con formule che impediscano l'elusione, come un contributo obbligatorio per chiunque assuma dipendenti di qualsiasi sesso, che poi vadano in maternità o meno l'ammontare non cambia). Il giudice del lavoro non va bene? E allora ci dicano quale sarebbe una figura più "efficiente". Bisogna allargare lo spettro delle possibilità per cui è giusto licenziare? E ci dicano dove mettere l'asticella. Ricordiamoci però che ogni fattispecie qui inserita sarebbe un licenziamento "a gratis", quindi pensiamo bene a cosa far entrare nella categoria "rischio d'impresa"(da far pagare all'azionista/imprenditore). Certo, maggiore il il costo di un lavoratore minore l'incentivo, ma fino a che punto?

  9. giulioeffe Rispondi

    E' proprio sicuro che: 1) la causa della bassa produttività e dei bassi salari sia dovuta all'art. 18 e ai sindacati; 2) l'art. 18 è solo un valore simbolico? Sul punto 1): la stessa opinione esprimono Alesina e Giavazzi (Corsera, 2.1.12), salvo a contraddirsi clamorosamente subito dopo, richiamando una serio studio di Banca Italia e Università di Sassari che dimostra, al contrario, che la produttività è aumentata nelle aziende che hanno investito in innovazione e internazionalizzazione e diminuita solo in quelle che detto investimento non hanno fatto. Il che vuol dire che la produttività non dipende affatto dai lavoratori, sindacati, art. 18 e sciocchezze del genere. Sul punto 1): difendere l'art. 18 significa difendere diritti civili e sociali garantiti dalla Costituzione, i quali rappresentano le fondamenta della società e dello stato di diritto -non mere, vuote, formule simboliche- e in quanto tali, come ribadito dalla Corte Costituzionale, sono irrevocabili e non riducibili. Come ha detto qualcuno, bisogna che, con buona pace, si prenda atto che il diritto esiste e si deve rispettarlo!

  10. Carlo Lucchesi Rispondi

    "Perché un imprenditore sente il bisogno di licenziare un lavoratore per assumerne un altro? O perché lo ritiene poco produttivo, o perché considera quel lavoratore “scomodo” per gli interessi dell’azienda. Nel primo caso licenzierebbe nell’area dei lavoratori più anziani a bassa professionalità lasciando che sia lo Stato ad occuparsene. Splendido! Seconda fattispecie: chi sono i lavoratori “scomodi”? Non i “lavativi” o gli indisciplinati cronici per i quali sono legittimi provvedimenti disciplinari fino al licenziamento. Sono quelli che “rompono le scatole”. Eliminare l’art. 18 ha un solo effetto: isolare ciascun lavoratore in un rapporto personale con l’impresa rendendolo del tutto subalterno, perché soltanto una coalizione di interessi con gli altri lavoratori può affrancarlo, almeno parzialmente, da una condizione di minorità. Le ideologie non c’entrano niente, a meno che non si chiami ideologia la possibilità per i lavoratori di esercitare il diritto a organizzarsi. Questo è il vero oggetto del contendere. Ai liberal va ricordato, senza retorica, che si tratta delle fondamenta di una società libera, e pure della nostra Costituzione."

  11. Anonimo Rispondi

    Come sempre nei momenti di scarsa fiducia nei mercati finanziari (vedi bear-market, anche settoriale) si richiede una maggiore flessibilità del lavoro non tenendo conto che la migliore "impresa" è quella di mantenere intatti (o quasi) i posti di lavoro, soprattutto nei momenti di elevata produttività marginale del capitale (vedi tecniche capital-intensive), che sono di aiuto a parità di salario, per effetto delle dinamiche competitive, nella determinazione degli scambi nel mercato del lavoro in termini di maggiore liquidità (cash-flow).

  12. giuseppe corbisiero Rispondi

    L'analisi economica non fa una piega. ma è nell'impostazione dell'articolo che qualcosa non quadra. Ci si chiede se la perdita in termini di efficienza è tale da più che compensare il "valore etico" di una norma, la cui iniquità è pur ben spiegata e argomentata. ecco perché l'impostazione che suggerirei per un articolo sul tema sarebbe più o meno la seguente: - dato che l'art. 18 di certo non avvantaggia in termini di efficienza il sistema economico; - dato che presenta evidenti tratti di iniquità, tanto più gravi se si considera che l'attuale emergenza del mercato del lavoro non consiste nella scarsa tutela dei lavoratori a tempo indeterminato ma nella scarsa tutela e attenzione a tutte le altre categorie di lavoratori e potenziali tali; è giusto che una nuova normativa in materia debba conservare la norma semplicemente perché i maggiori sindacati nazionali ne hanno fatto una bandiera? (e la risposta, ovviamente, sarebbe no in qualsiasi contesto, tranne forse quello italiano)

  13. marco Rispondi

    Complimenti per l'articolo, molto interessante aiuta veramente a capire le possibili sfaccettature del problema e l'inadeguatezza di tutto un sistema sindacale che con la difesa dei simboli ha mandato al macello un'indifesa generazione di precari

  14. salvatore acocella Rispondi

    E' oramai solo un simbolo. Lo si vuole eliminare perché gli imprenditori- l'unica categoria che conta in questa economia neo-liberista -sono i "cosiddetti" imprenditori. Chi - non imprenditore, ma collaboratore dell'imprenditore-fa lavorare il cervello per fare ricerca, i cui risultati possono essere sfruttati dall'imprenditore e "brevettati" non contano: sono usa e getta!. L'unica " pena" è che coloro che "prestano opera" non si uniscono mai per "non prestarla" tutti insieme - ad es. per un mese: allora l'articolo 18 non avrenbbe spazio, perché gli imprenditori dovrebbero "pregare" chi per essi lavora!.

  15. HK Rispondi

    Spiace che un argomento così importante per i lavoratori e le imprese venga trattato in modo così impreciso anche nei commenti su un blog di qualità come la Voce. L'affermazione "c’è il licenziamento disciplinare" è palesemente infondata. Infiniti sono i casi di chi, anche sorpreso in fragranza di reato, viene mantenuto nel posto di lavoro, stipendio, tredicesima, malattia, infortunio,... almeno fino a giudizio penale definitivo, quindi per anni. Molti lavoratori colleghi, manager ed imprenditori vivono ogni giorno, per lunghe ore il dramma di dover vivere a fianco di una non irrilevante minoranza di fannulloni, disonesti, invidiosi colleghi o collaboratori che ricattano e distruggono gli sforzi, i sacrifici, il reddito e tolgono la gioia del lavoro. Francamente sembra manchi in Italia la capacità di un normale ed onesto dibattito. Questa differenza nel confronto con altri stati dove ci si trattiene solitamente dal fare affermazioni non vere in pubblico, spiega, forse, molto dell'arretramento dell'Italia.

  16. martino Rispondi

    Il nanismo delle nostre imprese non dipende solo dalla soglia dell'articolo 18, ma da tutta una serie di normative ( ed interpretazioni delle stesse) che "proteggono" le piccole imprese, alleggerendole da obblighi vari così non incentivando la crescita. Per me l'articolo 18 è sbagliato nel concetto di giusta causa: giusta causa è solo un atto grave di indisciplina. Per di più questa gravità è subordinata al giudizio, spesso un po' difficile da condividere, di un giudice. Giusta causa dovrebbe essere anche impreparazione, scarse capacità o poca voglia di fare. Io temo che l'articolo 18 tenda ad appiattire verso il basso le competenze, la dinamicità del lavoratore, ma anche il suo reddito. Banalmente, dovrebbe esserci un rapporto di consequenzialità: se oggi rendi 10, pretendi di essere pagato 10. Ma se domani rendi 6, anche l'imprenditore ti deve poter pagare 6. E se rendi 5, cioè il tuo rendimento è insufficiente, dovrebbe poterti licenziare! Se così fosse, il dipendente dovrebbe essere stimolato ad aggiornarsi e lavorare meglio, con lo scopo di guadagnare di conseguenza. L'impresa dovrebbe sentirsi più sicura nel corrispondere un giusto compenso!

  17. Domenico Stefanelli Rispondi

    Il problema del superamento della soglia dei 15 dipendenti ha anche un altra ragione puramente economica: per una buona parte delle aziende, il superamento significa perdere la qualità di artigiano, il che significa essere tagliati fuori dai contributi e dalle agevolazioni previste dalla legge, come ad esempio la 949/52, la cosiddetta Legge Artigiancassa. Leggi come questa, prevedono sostanziosi contributi il cui accesso è precluso alle aziende non artigiane. Per l'impresa, a questo punto, il licenziamento di un dipendente diventa un problema secondario e un buon alibi. Diventa al limite un secondo obiettivo. Essere artigiani significa anche garantirsi la qualifica di creditore privilegiato, con i suoi vantaggi. Ecco che si inserisce una ulteriore chiave di lettura del problema relativo all'articolo 18 in un tessuto economico come quello italiano, dove la presenza di piccole imprese di produzione di beni e servizi è superiore a qualsiasi altro paese europeo.

  18. SAVINO Rispondi

    Si scrive abolizione dell' articolo 18, ma si legge esigenza indifferibile di produttività e merito. Ci sarà più lavoro per i giovani se ci sarà più flessibilità in uscita in relazione a quei due parametri. Marchionne docet. Il gap di competitività si colmerà solo se si faranno accedere in tutti i contesti lavorativi le migliori professionalità a discapito delle peggiori e delle più viziate. Su questo punto, secondo me, non ci deve essere spazio al pietismo, ma bisogna saper cogliere fior da fiore.

  19. Enrico Bertolotti Rispondi

    Avendo lavorato in azienda quale manager e occupandomi di consulenza mi pare di poter cogliere alcuni aspetti che ritengo opportuno evidenziare:
    > Il vincolo esiste e le strategie per superarlo ci sono e sono messe in atto anche per evitare una presenza sindacale inutile e, spesso, non desiderata dagli stessi lavoratori;
    > tutelare il lavoratore "a prescindere", come di fatto avviene, blocca l'impresa nei suoi progetti di sviluppo, che devono essere basati sull'efficienza dell'intero sistema. Un lavoratore inefficiente è inamovibile e produce effetti disastrosi in un contesto di piccole dimensioni;
    > investire sui lavoratori in formazione e accrescimento di competenze è necessario; sarebbe necessario poter avere la certezza del ritorno dell'investimento: il lavoratore può tranquillamente mettersi sul mercato e andarsene alla concorrenza o altrove (non è assolutamente efficace il vincolo del preavviso: non puoi obbligare alla collaborazione una persona che ha già deciso di andarsene);
    > si dovrebbero istituire forme contrattuali simili a quelle elaborate dal calcio: clausole rescissorie che obblighino a un risarcimento in caso di abbandono prima di un tempo predeterminato.

  20. Federico Grillo Pasquarelli Rispondi

    L’art. 18 non è solo un simbolo, è molto di più: è l’unico, o almeno il più efficace, deterrente che assicura il rispetto dei diritti dei lavoratori nel corso del rapporto di lavoro, liberandoli dal ricatto del licenziamento come misura di ritorsione del datore di lavoro. Qual è il lavoratore che avrebbe la forza di reagire – beninteso, in sede sindacale o giudiziaria – contro, ad es., un trasferimento illegittimo, un demansionamento, una condotta di mobbing, se sapesse che il datore di lavoro può liberarsi di lui licenziandolo, anche illegittimamente, e pagando tutt’al più una modesta indennità (da 2,5 a 6 mensilità di retribuzione, secondo l’attuale regime per le aziende sotto i 15 dipendenti)? E’ ovvio che la maggioranza dei lavoratori, per conservare il posto di lavoro, preferirebbe tacere: così i datori di lavoro più spregiudicati (non tutti, per carità, ma certamente non pochi) potrebbero calpestare i diritti dei lavoratori sapendo di non avere nulla da perdere. E non si dica che con l’art. 18 le aziende sono costrette a tenersi dipendenti infedeli, scorretti, violenti: per quelli c’è il licenziamento disciplinare, legittimo alla sola condizione che le accuse siano fondate.

  21. HK Rispondi

    Il dibattito sull'articolo 18 è di gran rilevanza per il futuro dell'Italia ecco una serie di riflessioni e domande dal parziale punto di vista di un imprenditore. L'Art. 18 è sacrosanto nella parte che tutela contro abusi contro licenziamenti per limitare i diritti sindacali. Ma in Italia, a differenza ad esempio della incivile Austria e Germania,...) è stato esteso a qualunque ragione. Il limite a 15 forza gli imprenditori a limitare la crescita delle aziende a dimensioni poco efficaci. Infatti un'azienda con funzioni commerciali, produzione, sviluppo e amministrazione dovrebbe avere quattro dirigenti/ quadri con 8 o 9 collaboratori ciascuno. Ovvero circa 50 persone. I dipendenti sono liberi di lasciare l'azienda quando vogliono. Perché non vale la stessa cosa per l'impresa (altra inciviltà dell'Austria)? Perché l'azienda deve tenersi persone improduttive o infedeli o disfunzionali? Infine se gli imprenditori non sono incentivati chi allora creerà i posti di lavoro? Lo stato?

  22. Piero A. Bianco Rispondi

    Il mancato effetto soglia può però essere spiegato con le strategie messe in atto dagli imprenditori per oscillare sulla soglia dei 15 dipendenti senza superarla formalmente, cioè attraverso il ricorso ai lavoratori temporanei, che sono conteggiati nelle statistiche come dipendenti, ma che permettono di rientrare facilmente sotto la soglia dei 15 in caso di necessità. Altra strategia, legata anche alla difficoltà a far crescere fisicamente lo stabilimento, è quella di aprire un nuovo stabilimento, se non addirittura una nuova ragione sociale, e ripartire così da zero nel conteggio dei dipendenti. Se l’autore avesse valutato queste strategie alternative, sarebbe stato più cauto nel dire nettamente che “non esiste un effetto soglia”. Gli imprenditori tengono conto anche della prossimità alla pensione di alcuni lavoratori, in modo di avere la sicurezza che in un determinato lasso di tempo si può rientrare al di sotto della soglia. Eliminare l’art.18 permetterebbe all’imprenditore di focalizzarsi sullo sviluppo aziendale, e non sul quello di ridurre al minimo i laccioli che lo vincolano.

  23. fabrizio Rispondi

    Le più alte carche giuridiche hanno definito lo statuto dei lavoratori un esempio di "grande valore di civiltà giuridica". Allo stesso modo i principi costituzionali assegnano alla impresa un alto valore sociale degno di tutele. Qualcuno è in grado di spiegare perchè l'articolo 18 è un impedimento allo sviluppo dell'impresa?. Invertendo la domanda,perchè poter licenziare senza un motivo giustificativo di difficoltà aziendale crea più sviluppo? Quali possono essere i motivi di licenziamento senza giustificato motivo e che contemporaneamente sviluppano l'impresa?. Ma allora dopo lo sviluppo mi riassumi con la professionalità acquisita?.Non tutta la verità viene detta. Con la scarsa o nulla moralità in giro l'uso e getta è la normalità.

  24. roberta cantaluppi Rispondi

    Sono sicuramente tra quei lavoratori su cui si spalma il costo della tutela e non tra quelli che della tutela si possono avvalere, ma sento anche mio quel forte valore simbolico di cui si parla nell'interessantissimo pezzo di Fabiano Schivardi. Complimenti per l'analisi lucida e per le prospettive alternative ipotizzate.