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CHI PAGA LA DEINDICIZZAZIONE DELLE PENSIONI*

Il blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni è indicato spesso come una delle misure inique della manovra Monti. Ma le simulazioni mostrano che se si salvaguardano le pensioni più basse, il mancato aggiustamento ai prezzi chiama a un sacrificio maggiore gli assegni più alti, che di solito sono quelli erogati dall’Inps a pensionati di anzianità usciti dal lavoro negli ultimi anni. La deindicizzazione parziale può essere quindi vista anche come un modo per far contribuire maggiormente al risanamento dei conti chi ha beneficiato di norme ora in via di superamento.

Una delle misure della manovra Monti che più ha sollevato dubbi di scarsa equità riguarda la deindicizzazione integrale delle pensioni al di sopra di una certa soglia. Il testo del decreto legge prevede per il 2012 e il 2013 la sospensione dell’aggiornamento all’indice dei prezzi dell’anno precedente per tutte le pensioni di importo superiore a due volte il trattamento minimo (468 euro al mese per tredici mensilità), ma è probabile che la discussione in Parlamento porti a coprire integralmente gli importi fino a tre volte la soglia.

LE SIMULAZIONI

Per studiare l’impatto di questa scelta sulla distribuzione del reddito e verificare se davvero si tratta di una misura scarsamente equa non è sufficiente conoscere la distribuzione degli importi delle singole pensioni. È possibile infatti che un anziano con pensione bassa viva in un nucleo in cui vi sono altri percettori di reddito o possieda egli stesso altri redditi. Inoltre, bisogna anche tenere conto della possibilità che una persona percepisca diverse pensioni, ciascuna delle quali inferiore al limite a partire dal quale scatta la deindicizzazione, ma nel loro insieme tali da garantire un reddito non basso. I dati relativi a un campione rappresentativo delle famiglie italiane forniscono quindi la migliore fonte per poter valutare l’equità di una manovra. Consideriamo a questo scopo l’indagine Silc (Statistics on income and living conditions) dell’Istat relativa al 2008 (con importi monetari rivalutati al 2012), e su di essa proviamo a simulare l’impatto della deindicizzazione parziale delle pensioni.
La figura 1 mostra quanto peserà il prossimo anno il blocco delle pensioni, in percentuale del reddito disponibile delle famiglie italiane. Si è detto che la misura resterà in vigore due anni: l’impatto complessivo nei due anni dovrebbe essere poco meno del doppio di quanto presentato nella figura, visto che l’inflazione nel prossimo anno è prevista in leggero calo. Nel grafico sono considerate tutte le famiglie, anche quelle che non hanno subito effetti da questa misura, ordinate per decili di reddito disponibile: il primo decile raggruppa il 10 per cento più povero, il decimo il 10 per cento più ricco. Consideriamo quattro diverse ipotesi di deindicizzazione: totale, oltre il trattamento minimo, oppure oltre due o tre volte il minimo. Questo non solo perché è incerto a quale livello verrà alla fine posta la soglia, ma anche per mostrare come cambia l’effetto distributivo della manovra al variare della soglia garantita.

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ESENTE IL DECILE PIÙ POVERO

Il profilo dell’impatto distributivo è in effetti molto variabile a seconda della soglia a partire dalla quale le pensioni vengono bloccate. Se sono completamente congelate, l’impatto è chiaramente regressivo, con le perdite maggiori nei decili più bassi. Anche l’indicizzazione delle pensioni solo fino al trattamento minimo manterrebbe un profilo molto regressivo.
Se però si garantiscono totalmente i trattamenti fino a due o tre volte il minimo, e per nulla gli altri, il quadro distributivo cambia: ora l’impatto è progressivo, moderatamente e solo per la prima metà della distribuzione nel caso della copertura fino a due volte il minimo, fortemente nel caso di copertura fino a 1.400 euro al mese. È sufficiente indicizzare le pensioni fino a due volte il minimo per rendere molto modesto l’impatto sui primi due decili. Non si può quindi sostenere che questa parte della manovra sia regressiva.

Figura 1. Perdita da deindicizzazione delle pensioni nel 2012, in percentuale del reddito disponibile delle famiglie (media per decile, tutte le famiglie italiane).

La figura 2 conferma i risultati, mostrando come si ripartisce nel 2012 la perdita totale da indicizzazione tra i decili. La figura ci dice, ad esempio, che nel caso di totale deindicizzazione le famiglie del primo decile contribuirebbero al 4 per cento circa del risparmio totale per le casse dello Stato. Con copertura fino a due o tre volte il minimo, il primo decile sarebbe praticamente esente dalla manovra. Si noti che più della metà del risparmio totale viene sempre dai cinque decili meno poveri. Ciò non dovrebbe stupire, se teniamo conto che la diseguaglianza nella distribuzione del reddito tra i pensionati non è molto diversa da quella generale tra tutte le famiglie italiane.

Figura 2. Ripartizione della perdita totale da deindicizzazione nel 2012 per decili (totali per decile, tutte le famiglie italiane)

Se si salvaguardano le pensioni più basse, il mancato aggiustamento ai prezzi chiama a un sacrificio maggiore le pensioni più alte, che di solito sono quelle erogate dall’Inps a pensionati di anzianità usciti dal lavoro negli ultimi anni. La deindicizzazione parziale può essere quindi vista anche come un modo per far contribuire maggiormente al risanamento dei conti chi ha beneficiato di norme per il pensionamento anticipato ora in via di superamento.

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* Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità degli autori e non impegnano in alcun modo il ministero dell’Economia e delle Finanze, presso il quale Daniele Pacifico presta la propria attività professionale.

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12 commenti

  1. Giuseppe Crocetta

    Non trovo condivisibile la conclusione del documento perchè non supportato da alcun dato. Ritengo che sia scientificamente necessario nello scrivere che “il mancato aggiustamento ai prezzi chiama a un sacrificio maggiore gli assegni più alti, che di solito sono quelli erogati dall’Inps a pensionati di anzianità usciti dal lavoro negli ultimi anni … (che hanno) beneficiato di norme ora in via di superamento” allegare una tabella riepilogativa con i dati relativi agli importi delle pensioni, i relativi dati medi di anni di versamento, l’età media di quiescenza, ecc. e solo allora si potrà capire se la manovra prospettata dal governo è o non è equa. E forse ci si renderà anche conto che è tra le pensioni più basse che si annidano il maggior numero di “ baby pensionati” o di coloro che hanno versato poco, nulla o solo contributi figurativi.

  2. HK

    C’è una grande e comprensibile agitazione per il taglio delle indicizzazioni ad una larga fascia di pensioni. Ma già oggi c’è un taglio ben peggiore sull’adeguamento dei salari all’inflazione come ha evidenziato l’ISTAT. Quindi se i pensionati si stracciano le vesti, cosa dovrebbero fare i lavoratori che si trovano alle prese con moglie, figli, mutui casa, trasporti per andare al lavoro, …. In una democrazia contano i numeri e ormai i pensionati superano ampiamente i lavoratori (almeno nei sindacati) Le parti di pensioni che non corrispondono a contributi versati e i salari pubblici, l’abbiamo capito, vanno indicizzati all’aumento o riduzione del pil. Solo così ci sarà una attenzione di queste classi a interessarsi dello sviluppo del paese.

  3. Walter

    Non avete considerato che le pensioni oltre una certa cifra hanno già avuto in tutti questi anni un adeguamento solo del 75%? Questa a mio parere è già una bella penalizzazione.

  4. francesco pontelli

    Mi occupo di Marketing quindi di vedere certo anche gli effetti sul mercato inizialmente ma soprattutto come verranno condizionate le aspettative dei soggetti interessati che determinano il decorso economico moderno . “ partendo dal fatto che l’aumento delle accise sulla benzina lo poteva fare anche Cirino Pomicino con l’aggravante che aver aumentato maggiormente il gasolio di fatto presenta un impatto inflattivo maggiore ( l’80% della merce viaggia su gomma ) In considerazione poi del fatto che il blocco della indicizzazione delle pensioni non dovrebbe essere fissata in rapporto al loro valore ( 960 o 1.400 come sembra ora fissarsi l’asticella ) ma sulla base degli anni di contribuzione : per esempio tutte le pensioni che abbiano 15 o 20 anni di contribuzione ( i baby pensionati ) e tutte quelle la cui erogazione abbia raggiunto il 50% degli anni di contribuzione ( i pre-pensionati ) dovrebbero essere soggette a tale blocco. A questo si aggiunga che l’introduzione di una tassa sui capitali “ scudati “ di fatto introduce l’effetto retroattivo.

  5. anonimo

    Perché uno che è andato in pensione secondo le norme dell’epoca è visto come un rapinatore? Di cosa sarebbe colpevole? Che cosa avrebbe dovuto fare di diverso, ammesso che fosse nella possibilità di farlo? Ci si dimentica che se uno ha pagato i contributi nella quantità e per il tempo previsti, la pensione non è un regalo, ma un diritto, a prescindere dal nucleo familiare, se ha altri redditi, ecc.

  6. rita

    Si parla di fare maggiormente contribuire le pensioni più alte, il che in via di principio mi sembra sacrosanto. Ci si dimentica però che su queste pensioni è già passato Tremonti, mettendo un contributo di solidarietà progressivo. La domanda è : la soluzione ai nostri problemi è il contributo bis?

  7. lucio sepede

    Ritengo che la soluzione più efficace e anche più equa sia legare la crescita delle pensioni all’aumento medio degli stipendi e dei salari, tranne per quelle più basse, al di sotto di 1.000 euro, che possono essere agganciate all’inflazione nel caso la sua crescita risulti superiore a quella del monte salari/stipendi. Sarebbe un modo per legare le sorti di chi è in pensione con quelle di chi lavora e deve fornire le risorse per pagare le pensioni stesse.

  8. Pigato Carlo

    Le pensioni vanno tutte aumentate sulla base dell’inflazione o meglio della crescita del PIL. Sul loro ammontare va istituito un contributo perequativo tanto più elevato quanto più elevato è l’ammontare della pensione, quanto minore è il numero di anni di versamenti contributivi effettuati, quanto maggiore è il numero di anni di pensione goduta. La combinazione tecnica dei tre elementi, consente di far pagare ai veri beneficiari le distorsioni derivanti da un sistema sbagliato, estendendo il sistema contributivo ai pensionati e non solo ai pensionandi.

  9. Diana

    “Se uno ha pagato i contributi nella quantità e per il tempo previsti, la pensione non è un regalo, ma un diritto”. Come mostrato più volte in questo sito, o in articoli recenti di stampa (es. “Se cento euro di contributi regalano un assegno da 350”, sole24ore del 1/8/2011), la maggioranza delle pensioni attualmente erogate, fondate sul sistema retributivo, non hanno visto un pagamento di contributi corrispondente all’assegno attuale. Per esempio, un impiegato andato in pensione con il modello pre 1992 riesce a ri-prendere circa 160 euro ogni 100 versati, la situazione è ancora più sbilanciata a favore di autonomi, donne e in generale per i lavoratori con carriere più progressive (non gli operai, per capirci). Lungi da me togliere la pensione a chi l’ha già, ma almeno non si pensi che sia dovuta tutta, sempre e comunque.

  10. Maurizio

    Al risanamento dei conti dovrebbero contribuire i capitali parassiti improduttivi piuttosto che le pensioni dei lavoratori che hanno versato il 33% di contributi per una vita. Diminuire il potere di acquisto di stipendi e pensioni ed in concomitanza aumentare la pressione fiscale sui ceti medio/bassi non può che portarci di corsa ad una spirale recessiva con conseguenti ulteriori manovre per tamponare il minore gettito. Il rigore se non abbinato a provvedimenti specifici che tutelino gli interessi italiani è una follia che serve solo ad assecondare la politica suicida della Germania. L’Europa senza decisioni comuni e senza tutela di una banca centrale non può essere sostenuta ad onta dei popoli per soddisfare le speculazioni di pochi parassiti.

  11. giuseppe

    Questo provvedimento è una autentica rapina. Sono 4 anni che per via di una (falsa) bassa inflazione le pensioni non aumentano di 1 euro. Ora che su una pensione di 1500 euro si prospettava un aumento di una trentina di euro lo neutralizzano con questa porcata. Il risultato è che queste pensioni restano al palo per 6-7 anni mentre vengono rivelati i dati che parlano di una diminuzione del potere dei salari e delle pensioni del 40% dal 2000 ad oggi. Inoltre si susseguono raffiche di aumenti a due cifre su qualunque voce di spesa. Ad un pensionato da 1500 euro questa rapina di due anni costa 800 euro moltiplicati per tutti gli anni di vita a venire. con una aspettativa di vita di 15 anni fanno la bellezza di 12000 euro. Una vergogna planetaria. Questo è un sopruso inaccettabile verso persone che non possono certo definirsi ricche. Se in questo povero paese si muore di fame con 1100-1200 euro, con 1401 cambia molto la situazione? La vera vergogna è che ad avallare questa porcata sia stato Bersani e il PD che dovrebbero difendere con le unghie questi miseri redditi.

  12. felix

    E’ stata una decisione iniqua privare i pensionati dell’indicizzazione annuale si poteva benissimo recuperare gli stessi soldi senza sacrifici intervenendo sulle pensioni oltre i 100.000 euro.

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